AL LETTORE





Ogni nazione conosce e venera il nome di Michele Cervantes; ma la storia di questo uomo tanto famoso è rimasta lungamente ignorata, nè ancora può dirsi conosciuta del tutto. Ultimamente Luigi Viardot premise alla sua bella traduzione francese del don Chisciotte una Notizia sulla vita e sulle opere di Michele Cervantes, che per l’abbondanza dei fatti e la giustezza delle osservazioni, di gran lunga si lascia addietro ciò che sopra questa materia era stato scritto finora. Dobbiamo alla traduzione del Viardot molte correzioni introdotte nella presente ristampa; ed ora trarremo dalla sua dotta prefazione quanto i lettori possono desiderar di sapere intorno all’autore ed al libro: dei quali come sarebbe impossibile a noi raccogliere più copiose notizie di quelle ch’egli adunò, così sarebbe presontuoso arrogarsi di giudicarne meglio di lui.

Otto città si disputarono l’onore di aver dato alla Spagna Michele Cervantes; ma ora è consentito da tutti ch’egli nacque in Alcala de Henares il 9 ottobre 1547. Fu nella sua prima giovinezza studiosissimo, e attese con amore non meno che con felicità alla poesia. Ma la povertà l’obbligò assai presto a sospendere [p. vi] la coltura dell’ingegno, e le sventure non gli permisero di ritornare se non molto tardi a’ diletti suoi studi. Nel 1568 s’acconciò come cameriere col cardinale d’Acquaviva, che si trovava in Madrid; e venne con lui a Roma quando Filippo II fece intimare a quel prelato di abbandonar immediatamente la Spagna. Ma poco durò il Cervantes in quella condizione; che già nel 1569 lo troviamo arruolato nelle milizie spagnuole, che allora occupavano una parte d’Italia. Intervenne quindi alla famosa battaglia di Lepanto, e n’ebbe due ferite nel petto, ed una nella mano sinistra della quale fu storpio per tutta la sua vita.

Sei anni durò quella prima milizia; poi nei 1578 il Cervantes ottenne la permissione di ritornare nella Spagna, ancora semplice soldato, storpio e indebolito da tre campagne, senz’altro frutto fuorchè la cognizione della letteratura italiana, e la memoria di quanto avea veduto in Firenze, in Venezia, in Roma, e nelle altre principali nostre città. Sperava che i servigi prestati e l’ingegno gli dovessero aprir la via a qualche prosperità presso la Corte; ma la fortuna gli tolse di farne sperienza. Imbarcatosi a Napoli, fu colto in mare dai pirati, e condotto con un suo fratello in Algeri, dove stette schiavo cinque anni. Quello ch’egli patì, e quello che fece nel tempo della sua cattività per liberare sè stesso e i suoi compagni dalla miseria e dall’avvilimento in cui eran tenuti si trova quasi tutto descritto nella novella del Capitano Prigioniero nella prima parte del Don Chisciotte. Qui vuolsi aggiungere solo che in tutte quelle prove infelici il suo ingegno e il suo cuore mostrarono sempre la vera loro eccellenza, e gli acquistarono anche fra i Barbari una specie di riverenza che lo preservò dal provarne quella vendetta a cui soggiacquero gli altri. Hassan-Agà (rinnegato veneziano, ed allora dey d’Algeri), che verso la fine del 1577 aveva comperato il Cervantes dal suo primo padrone, soleva dire: “Quand’io abbia in sicura custodia quello storpio dello Spagnuolo, non ho più alcun pensiero nè della città, nè degli schiavi, nè delle galere„. Ma questa stima medesima in cui era tenuto gli nocque; perocchè stimandolo persona di grande affare, fu posto al suo riscatto sì alto prezzo, che riusciva impossibile liberarlo. Il padre quand’ebbe notizia della prigionia in cui eran caduti i suoi figli, non esitò a vendere quanto aveva per riscattarli; ma il danaro inviato non appagò l’avidità di quei Barbari, e Michele Cervantes fu contento che s’impiegasse alla liberazione di suo fratello. All’ultimo poi egli riebbe la sua libertà nel 1580, e ne fu debitore principalmente al P. Giovanni Gil, procurator generale dell’Ordine della Santa Trinità, il quale attese con grandissima cura a raccogliere dalla carità di molti privati la somma occorrente.

Non finirono con quella schiavitù le sventure del nostro autore. Innanzi tutto la povertà l’obbligò ad arruolarsi nuovamente soldato; nè la fortuna volle essergli più propizia di prima in quella carriera. Egli non ottenne alcun grado nella milizia, ma ne uscì semplice soldato, benchè resti memoria di molti importanti servigi da lui prestati.

Nel 1584 egli avea sposata donna Catalina de Palacios Salazar della piccola città d’Equivias, ed ivi stette per qualche tempo colla moglie nobile ma povera, e con una figliuoletta naturale avuta già prima da una dama di Lisbona. A quel tempo egli avea già pubblicata la Galatea, novella pastorale, la cui eroina è appunto la giovine che diventò poi sua sposa. La naturale inclinazione e il bisogno [p. vii] da accrescer in qualche modo le scarse sue rendite lo persuasero dopo il matrimonio a ripigliare gli studi per tanti anni negletti, e scrisse alcune opere teatrali che lungamente perdute, e poi in parte trovate, non corrispondono nè all’altezza di tanto ingegno, nè alla compiacenza con cui il Cervantes stesso ne parla. La grande riputazione acquistata da Lope de Vega, che con prodigiosa fecondità empiè dalle sue produzioni tutti i teatri spagnuoli, tolsero al Cervantes i proventi che si procacciava per questa via. Bisognò dunque cercarsi un qualche impiego, e ottenne di essere uno dei quattro commissarii che sotto gli ordini di Antonio de Guevara doveano vettovagliare l’invincibile armada. Per dieci anni stette a Siviglia in siffatte occupazioni tanto sconvenienti al suo ingegno, e tanto discordi dalle sue inclinazioni. Pur fu in quegli anni che il Cervantes compose le sue Novelle, le quali dopo il Don Chisciotte sono tenute le sue migliori produzioni.

Quando nel 1596 egli uscì di quell’impiego che già si poteva considerare come una sventura per lui, la fortuna gli apparecchiò una sventura molto più grave. Accusato di essersi appropriato il pubblico danaro, fu tenuto prigione, e benchè provasse evidentemente la sua innocenza, nondimeno si trova che anche alcuni anni dopo fu nuovamente processato per la miserabile somma di duemila seicento quarant’uno reali.

I biografi non ci danno la notizia del Cervantes dal 1598 al 1603, in cui dopo il secondo processo, riconosciuto innocente, andò alla corte di Filippo III in Vagliadolid; se non che in quel periodo di tempo s’accordano a dire ch’egli compose quasi intieramente la prima parte del Don Chisciotte; e credono che passasse quegli anni in qualche borgo della Mancia, della quale descrisse così bene e i luoghi e i costumi nel suo famoso romanzo. Egli dice nel Prologo che quel suo libro, quel figlio del suo intelletto, fu generato in una prigione; ma quando, o perchè soggiacesse a tal prigionia è cosa tuttora ignorata.

Quando dopo tutte queste peripezie il Cervantes nel 1603 comparve alla corte, cioè alla residenza del re, si trovò come in paese straniero, non conosciuto nè dal principe nè dai suoi favoriti: i vecchi amici erano o morti o dispersi; egli già quasi vecchio mal poteva sperare di procacciarsene di nuovi. Il duca di Lorena, potentissimo a quella corte, lo ricevette orgogliosamente; ed egli dopo d’allora si rassegnò a vivere nella mediocrità coi proventi dell’ingegno e di qualche amministrazione di affari, e coi soccorsi di due protettori, il conte di Lemos e l’arcivescovo di Toledo.

Nel principio del 1605 pubblicò la prima parte del Don Chisciotte. Sulle prime non fu compreso, ma egli medesimo diede fuori col titolo di Buscapiè un libretto anonimo, dove sotto l’apparenza di una censura fece conoscere il vero scopo del libro e le sue allusioni. Allora tutti vollero leggerlo, e fu ristampato ben quattro volte nello stesso anno 1605. Se l’invidia non lasciò illeso l’autore di un’opera divenuta tanto famosa, poteva nondimeno il Cervantes, in quanto alla gloria, contentarsi dell’esito; ma non erano ancora finite le sventure che dovevano amareggiargli la vita. La notte de’ 26 giugno di quel medesimo anno, un cavaliere, don Gaspare de Espeleta, ferito da uno sconosciuto, si ricoverò nella casa dove abitava il Cervantes, e quivi morì. Fu creduto che all’uccisione avesse dato origine un intrigo amoroso colla figlia o con una nipote del [p. viii] Cervantes; e il giudice ordinò ch’egli con tutta la famiglia fosse arrestato; nè bisognarono meno di otto o dieci giorni a somministrare tutte le richieste giustificazioni.

Dopo quest’avventura si crede che il nostro autore nel 1606 seguitasse la corte a Madrid; si conoscono almeno le vie di quella città nelle quali abitò dal 1609 fino al 1616, che fu l’ultimo della sua vita. Povero e dimenticato, mentre altri tanto men degni di lui avevano le onorevoli cariche e le larghe pensioni, attese nel silenzio a’ suoi studi, cominciando da una nuova edizione del Don Chisciotte che servì poi di esemplare a tutte le susseguenti. E già aveva annunziata la seconda parte di quell’opera, quanto, verso la metà dell’anno 1614, un ignoto, che prese il nome di Alonzo Fernandez de Avellaneda, nativo di Tordesilla, lo prevenne, mandando alle stampe una pretesa continuazione del Don Chisciotte. Si crede che il vero autore fosse un Aragonese, frate dell’Ordine dei Predicatori. Questa incredibile audacia ebbe dal Cervantes il suo degno castigo: l’intruso continuatore apparve un miserabile ingegno quando fu pubblicata la vera continuazione nell’ottobre del 1615. Ma l’egregio autore, già vecchio, infelice ed infermo, sopravvisse sol pochi mesi, e morendo il 23 aprile 1616 non potè nè godere la lode dei contemporanei, nè conoscere di quanta gloria si circonderebbe il suo nome nei secoli avvenire.

Il Don Chisciotte tenuto dagli Spagnuoli come un vero modello di stile fu tradotto in tutte le lingue, ed anche spogliato delle bellezze native, trovò da pertutto ed in ogni tempo una costante ammirazione. Come opera di fantasia, è si ricca e si varia, che non cede al confronto di verun’altra. Come opera scritta per conseguire un fine, essa lo ha conseguito sì bene, che i Romanzi di cavalleria contro i quali adoperavansi indarno i moralisti e le leggi, disparvero onninamente. Il Viardot è d’opinione che il Cervantes da prima si fosse proposto solo di deridere la lettura cavalleresca, ma che poi sopra lavoro e principalmente nella seconda parte allargasse il suo disegno a quell’ampiezza a cui lo vediamo condotto. Vi sono molte ragioni per credere che questa opinione sia vera: il certo si è che l’opera del Cervantes, il cui principio promette null’altro che una lettura piacevole od una vivace derisione dei romanzi cavallereschi, abbraccia di poi argomenti di alta importanza, e li tratta con tanta cognizione, assennatezza, evidenza e giovialità, da congiungere in sommo grado l’utilità col diletto, e riuscire gradita ad ogni classe di leggitori.

PROLOGO



Sfaccendato lettore, potrai credermi senza che te ne faccia giuramento, ch’io vorrei che questo mio libro, come figlio del mio intelletto, fosse il più bello, il più galante ed il più ragionevole che si potesse mai immaginare; ma non mi fu dato alterare l’ordine della natura secondo la quale ogni cosa produce cose simili a sè. Che potea mai generare lo sterile e incolto mio ingegno, se non se la storia d’un figlio secco, grossolano, fantastico e pieno di pensieri varii fra loro, nè da verun altro immaginati finora? E ben ciò si conviene a colui che fu generato in una carcere, ove ogni disagio [p. 2] domina, ed ove ha propria sede ogni sorte di malinconioso rumore. Il riposo, un luogo delizioso, l’amenità delle campagne, la serenità dei cieli, il mormorar delle fonti, la tranquillità dello spirito, sono cose efficacissime a render feconde le più sterili Muse, affinchè diano alla luce parti che riempiano il mondo di maraviglia e di gioia. Avviene talvolta che un padre abbia un figliuolo deforme e senza veruna grazia, e l’amore gli mette agli occhi una benda, sicchè non ne vede i difetti, anzi li ha per frutti di buon criterio e per vezzi, e ne parla cogli amici come di acutezze e graziosità. Io però, benchè sembri esser padre, sono patrigno di don Chisciotte, nè vo’ seguir la corrente, nè porgerti suppliche quasi colle lagrime agli occhi, come fan gli altri, o lettor carissimo, affinchè tu perdoni o dissimuli le mancanze che scorgerai in questo mio figlio. E ciò tanto maggiormente perchè non gli appartieni come parente od amico, ed hai un’anima tua nel corpo tuo, e il tuo libero arbitrio come ogni altro, e te ne stai in casa tua, della quale sei padrone come un principe de’ suoi tributi, e ti è noto che si dice comunemente: sotto il mio mantello io ammazzo il re. Tutto ciò ti disobbliga e ti scioglie da ogni umano riguardo, e potrai spiegar sulla mia storia il tuo sentimento senza riserva, e senza timore d’essere condannato per biasimarla, o d’averne guiderdone se la celebrerai.

Vorrei per altro, o lettor mio, offrirtela pulita e ignuda, senza l’ornamento di un prologo, e spoglia dell’innumerabil caterva degli usati sonetti, epigrammi, od elogi che sogliono essere posti in fronte ai libri1; e ti so dire che sebbene siami costato qualche travaglio il comporla, nulla mi diede tanto fastidio quanto il fare questa prefazione che vai leggendo. Più volte diedi di piglio alla penna per iscriverla, e più volte mi cadde di mano per non sapere come darle principio. Standomi un giorno dubbioso con la carta davanti, la penna nell’orecchio, il gomito sul tavolino e la mano alla guancia, pensando a quello che dovessi dire, ecco entrar d’improvviso un mio amico, uomo di garbo e di fino discernimento, il quale, vedendomi tutto assorto in pensieri, me ne domandò la cagione. Io non gliela tenni celata, ma gli dissi che stavo studiando al prologo da mettere in fronte alla storia di don Chisciotte, e ci trovavo tanta difficoltà, che m’ero deliberato di non far prologo, e quindi anche di non far vedere la luce del giorno alle prodezze di sì nobile cavaliere.

— “Come volete voi mai, soggiuns’io, che non mi tenga confuso il pensare a tutto ciò che sarà per dirne quell’antico legislatore [p. 3] che chiamasi volgo, quando vegga che dopo sì lungo tempo da che dormo nel silenzio della dimenticanza, ora che ho tant’anni in groppa2, esco fuori con una leggenda secca come un giunco marino, spoglia d’invenzione, misera di stile, scarsa di concetti, mancante di ogni erudizione e dottrina, senza postille al margine, e senz’annotazioni al fine del libro, di che vedo ricche le altre opere, tuttochè favolose e profane, e zeppe di sentenze di Aristotele, di Platone, e di tutto lo sciame dei filosofi, onde ne avviene che restano meravigliati i lettori, e tengono gli autori nel più gran conto di dottrina, di erudizione, di eloquenza? Citando la divina Scrittura si fanno credere altrettanti santi Tommasi e nuovi Dottori della Chiesa, conservando in ciò un sì ingegnoso decoro che in una riga ti rappresentano un innamorato perduto, e nell’altra ti fanno un sermoncino cristiano, ch’è una consolazione l’udirli o il leggerli! Deve di tutto ciò essere spoglio il mio libro, poichè non ho che citare nel margine, o che annotare nel fine, nè so di quali autori mi valga in comporlo; e così non posso affibbiarveli al principio, come da tutti si pratica, per le lettere dell’abbiccì, cominciando con Aristotele, e terminando con Senofonte e Zoilo o Zeusi, benchè l’uno sia stato un maldicente, l’altro un pittore. Ha pur [p. 4] il libro mio da mancare di sonetti al principio, almeno di quelli composti da duchi, marchesi, conti, vescovi, dame o poeti celebratissimi; benchè se pregassi di ciò due o tre miei amici bottegai, io so che me li darebbero, e tali da non poter essere superati da quelli dei più celebri della nostra Spagna. Insomma, signore e amico mio, soggiunsi, io mi risolvo a lasciar il signor don Chisciotte sepolto negli archivi della Mancia, finchè il cielo faccia comparir chi lo adorni delle tante qualità che gli mancano, trovandomi io incapace di rimediarvi, attesa la mia insufficienza e la mia scarsa erudizione, ed anche perchè sono naturalmente infingardo e lento nell’indagare autori che dicano quello che so dire da me medesimo senza la lor dettatura. Di qui ha origine la sospensione e l’umore in cui mi trovaste; e ben deve bastare per mettermi a tale stato tutto ciò che da me avete inteso„.

All’udir queste cose il mio amico si diede una palmata nella fronte, proruppe in un alto scoppio di ridere, e disse: Per Bacco, fratello, che termino al presente di togliermi da un inganno in cui son vissuto da che vi conosco; giacchè vi ho tenuto mai sempre per uomo giudizioso e prudente in tutte le vostre azioni, ed ora m’avveggo che voi ne siete lontano quanto il cielo dalla terra. Com’è mai possibile che cose di sì poco momento e di sì facile rimedio abbiano tal possa da confondere e sviare un ingegno sì maturo com’è il vostro, a cui sì agevole riesce il togliere e superare molto maggiori difficoltà? Ciò deriva in fede mia, non da mancanza di abilità, ma da infingardaggine, e da poco buon raziocinio. Volete la prova di ciò che vi dico? Statemi attento, e vedrete come in un aprire e chiuder d’occhio io svento tutte le vostre difficoltà, e vengo a rimediare a tutte le mancanze, dalle quali dite essere tenuto sospeso e avvilito per modo che vi ritraete dal dare al mondo il vostro famosissimo don Chisciotte, lume e specchio di tutta la errante cavalleria. — Or via, lo interruppi sentendo le sue parole: in qual modo divisate voi di riempire il vôto del mio timore, e di ridurre a chiarezza il caos della mia confusione?„ Al che soggiuns’egli: — “Quanto al primo imbarazzo in cui vi trovate a cagione de’ sonetti, epigrammi ed elogi che mancano in fronte al vostro libro, e ch’è di mestieri che portino i nomi di personaggi gravi e titolati, è facile il rimediare. Prendetevi voi stesso la briga di comporli; poscia battezzateli voi medesimo col nome che più vi talenta attribuendoli al prete Gianni3 dell’India od [p. 5] all’imperatore di Trabisonda, i quali so essere opinione che abbiano avuto il vanto di poeti celebratissimi. Che se ciò non è vero, e sorgesse per avventura qualche pedante o baccelliere, che mordendovi le calcagna impugnasse questa verità, non per questo a voi, convinto di menzogna, taglierebbero la mano che ha segnati nomi cotanto illustri. E quanto al citare in margine libri ed autori ai quali attribuir le sentenze e i detti che vi piacesse d’inserire nella vostra storia, basta che voi vi facciate cadere in acconcio alcune sentenze che sappiate a memoria, o che vi costino poca fatica a cercarle4. Per esempio, trattando di libertà e schiavitù:


Non bene pro toto libertas venditur auro;


ed al margine citate Orazio, o chi l’ha detto5. Se parlerete del potere della morte:


Pallida mors aequo pulsat pede
Pauperum tabernas, regumque turres.


Se dell’amicizia, o dell’amore che il Signore comanda di portare a’ nemici, eccovi la divina Scrittura che vi somministra le parole di Dio stesso: Ego autem dico vobis: diligite inimicos vestros. Trattando de’ cattivi pensieri ricorrete al Vangelo: De corde exeunt cogitationes malæ. Se dell’incostanza degli amici, Catone vi somministrerà il suo distico:


Donec eris felix, multos numerabis amicos;
Tempora si fuerint nubila, solus eris.


E di tal guisa latinizzando, od in tal’altra maniera, sarete tenuto per grammatico, ciò che procura oggigiorno non poco onore e guadagno. Per ciò che spetta alle annotazioni da porsi al fine del libro, potete sbarazzarvene a questo modo. Se nominate nella vostra opera qualche gigante, supponetelo il gigante Golia: questo solo (che poco vi costa) v’apre il campo ad un’ampia annotazione, dicendo: Il Gigante Golia fu un Filisteo il quale venne ucciso con un gran colpo di pietra dal pastore Davide nella valle di Tèrebinto, secondo ciò che si legge [p. 6] nel libro dei Re nel capitolo ove vedrete che questo sia scritto. Per mostrarvi poi uomo erudito nelle umane lettere, ed anche cosmografo, fate in modo che nella vostra storia si nomini il fiume Tago, e qui si aprirà il campo ad un’altra famosa annotazione dicendo: Al fiume Tago diede il nome un re delle Spagne: nasce nel tal luogo, e muore nel mar Oceano, bagnando le mura della famosa città di Lisbona, e credesi abbia le arene d’oro, ec. Dovendo parlar di ladroni, vi dirò la storia di Caco da me saputa a mente: se di donne impudiche eccovi il vescovo di Mondognedo6 che vi darà a prestito Lamia, Laide e Flora, con una annotazione da averne grande onore; se di crudeli, Ovidio vi offre Medea; se d’incantatrici o fattucchiere, da Omero vi si fa innanzi Calipso, Circe da Virgilio; se di capitani valorosi, Giulio Cesare vi dà sè medesimo nei suoi Commentarii, e Plutarco vi somministra mille Alessandri. Se tratterete di amori, sol che sappiate due oncie di lingua toscana, ne riscontrerete a dovizia in Leone Ebreo7; che se non vi piace d’accattarne dagli stranieri, avete in casa vostra il Fonseca, che tratta dell’Amore di Dio, ove riscontrasi quanto e voi e l’uomo più ingegnoso del mondo sapreste desiderare in tale argomento. Insomma basta che voi troviate la nicchia a siffatti nomi od applichiate alla vostra le storie qui ricordate, e lasciate poi a me il fastidio di apporre le annotazioni e le postille: posso con ogni asseveranza rendervi certo di riempirne i margini, e d’imbrattarne quattro fogli nel fine del libro.

“Passiamo ora alla citazione degli autori dei quali sono provveduti gli altri libri, ed il vostro è affatto privo. Anche a ciò è facile assai rimediare, da che non avete che cercarne uno che tutti in sè li unisca dall’A alla Z8, come voi dite, inserendo questo stesso alfabeto [p. 7] alfabeto nel vostro libro. Che se apertamente se ne scopra la menzogna, per la poca necessità che avevate di valervene, ciò a nulla monta; e intanto ci sarà forse qualche sempliciotto che terrà per fermo esservene voi servito nella vostra naturale ed ingenua storia; e se altro vantaggio non ve ne dovesse venire, servirà almeno un così esteso catalogo ad aggiungere subito molta autorità al racconto. Io sono anzi di opinione, che non vi sarà chi si prenda la briga di riscontrare se ve ne siate sì o no valuto: e ciò tanto più perchè questo vostro libro non ha d’uopo di alcuna di quelle cose che voi dite mancargli; non contenendo esso che una invettiva contro i libri di cavalleria, dei quali non fece parola Aristotele, nulla scrisse mai san Basilio, e non n’ebbe Cicerone contezza alcuna. Di più: i suoi favolosi spropositi escludono l’impegno di starsene puntuali alla verità, o di farvi campeggiare l’astrologia, e meno ancora servono le misure geometriche o la confutazione degli argomenti dei quali si vale la rettorica. Non è di suo istituto neppure il far sermoni a chicchessia, frammischiando le divine colle umane cose, ciò che non lice ad intelletto cristiano. Basterà che metta a profitto la imitazione in ciò che andrà scrivendo, e quanto più l’imitazione si accosterà alla verità, tanto maggior conto ne troverà il suo scrittore. Poichè questa vostra opera non tende se non a distruggere il credito e l’impressione che nel mondo trovano i libri di cavalleria, non è mestieri d’andare accattando sentenze da’ filosofi, consigli dalla divina Scrittura, favole da’ poeti, orazioni da’ rettorici, e miracoli da’ santi; ma basta procurare che con ogni chiarezza, con parole significanti, oneste e ben collocate, si adorni il vostro ragionamento, vestendo un periodar sonoro e giocondo, dipingendo possibilmente quanto vi verrà a genio ed a voglia di esporre, e facendo intendere i vostri concetti senz’oscurità e senza intrico. Attendete con ogni studio a far sì che leggendo la vostra storia il maninconioso si muova a riso, s’accresca nell’allegro la giocondità, al semplice non venga la noia, dal giudizioso se ne ammiri la invenzione, non si spregi dall’uom posato, e le dia lode il prudente: in sostanza il vostro primo scopo sia quello di abbattere la macchina malfondata dei libri di cavalleria abborriti da tanti, ma celebrati dal maggior numero: che se tanto vi riuscirà di fare, non avrete conseguito poco„.

Io me ne stava ascoltando con profondo silenzio ciò che mi si dicea dall’amico, e tanto poterono sopra di me le sue ragioni che, senza altro dire, gliele menai tutte buone: anzi le feci servire di fondamento a questo prologo, nel quale riscontrerai, o delicato lettore, il retto discernimento dell’amico mio, e la mia buona ventura nell’essermi a questi tempi avvenuto in sì utile consigliere quando [p. 8] trovavami irresoluto e indeciso. Tu n’avrai certo gran compiacenza nel leggere così ingenua e così pura la storia del famoso don Chisciotte della Mancia, il quale, per la fama che corre fra tutti gli abitanti del distretto del Campo di Montiello, fu l’innamorato più casto, ed il più valente cavaliere, che da tanti anni in qua comparisse in que’ dintorni; nè io voglio esagerarti il servigio che ti fo nel darti a conoscere sì celebre e onorato campione. Bramo però d’incontrare il tuo gradimento per la conoscenza che ti farò fare anche del famoso Sancio Panza suo scudiere, nel quale, a mio avviso, troverai congiunte tutte le grazie scudierili che s’incontrano sparse nella caterva degli inutili libri di cavalleria. Dio ti conservi in salute, e non mi porre in dimenticanza. Sta sano.

CAPITOLO PRIMO.


Della condizione e delle operazioni del rinomato idalgo

don Chisciotte della Mancia.




Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di pecore mal capitate, lenti il venerdì, colla giunta di qualche piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito di rascia della più fina. Una serva [p. 10]d’oltre quarant’anni, ed una nipote che venti non ne compiva convivevano con esso lui, ed eziandio un servidore da città e da campagna, che sapeva così bene sellare il cavallo come potare le viti. Toccava l’età di cinquant’anni; forte di complessione, adusto, asciutto di viso; alzavasi di buon mattino, ed era amico della caccia. Vogliono alcuni che portasse il soprannome di Chisciada o Chesada, nel che discordano gli autori che trattarono delle sue imprese; ma per verisimili congetture si può presupporre che fosse denominato Chisciana; il che poco [p. 11] torna al nostro proposito; e basta soltanto che nella relazione delle sue gesta non ci scostiamo un punto dal vero.

Importa bensì di sapere che negli intervalli di tempo ne’ quali era ozioso (ch’erano il più dell’anno), applicavasi alla lettura de’ libri di cavalleria con predilezione sì dichiarata, e sì grande compiacenza che obbliò quasi intieramente l’esercizio della caccia ed anche il governo delle domestiche cose: anzi la curiosità sua, giunta alla mania d’erudirsi compiutamente in tale istituzione, lo indusse a spropriarsi di non pochi de’ suoi poderi a fine di comperare e di leggere libri di cavalleria. Di questa maniera ne recò egli a casa sua quanti gli vennero alle mani; ma nissuno di questi gli parve tanto degno d’essere apprezzato quanto quelli composti dal famoso Feliciano de Silva1; la nitidezza della sua prosa e le sue artifiziose orazioni gli sembravano altrettante perle, massimamente poi quando imbattevasi in certe svenevolezze amorose, o cartelli di sfida, in molti dei quali trovava scritto: La ragione della nissuna ragione che alla mia ragione vien fatta, rende sì debole la mia ragione che con ragione mi dolgo della vostra bellezza. E similmente allorchè leggeva: Gli alti cieli che la divinità vostra vanno divinamente fortificando coi loro influssi, vi fanno meritevole del merito che meritamente attribuito viene alla vostra grandezza.

Con questi e somiglianti ragionamenti il povero cavaliere usciva del senno. Più non dormiva per condursi a penetrarne il significato, che lo stesso Aristotele non avrebbe mai potuto deciferare, se a tale unico oggetto fosse ritornato tra’ vivi. Non gli andavano gran fatto a sangue le ferite che dava e riceveva don Belianigi, pensando che a buon diritto nella faccia e in tutta la persona avessero ad essergli rimaste impresse e vestigie e cicatrici, per quanto accuratamente foss’egli stato guarito; ma nondimeno lodava altamente l’autore perchè chiudeva il suo libro con la promessa di quella interminabile avventura. Fu anche stimolato le molte volte dal desiderio di dar di piglio alla penna per compiere quella promessa; e senz’altro l’avrebbe fatto giungendo allo scopo propostosi dal suo modello, se distratto non l’avessero più gravi ed incessanti divisamenti. Ebbe a quistionare più volte col curato della sua terra (uomo di lettere e addottorato in Siguenza) qual fosse stato miglior cavaliere o Palmerino d’Inghilterra, o Amadigi di Gaula; era peraltro d’avviso mastro Nicolò, barbiere di quel paese, che niun al mondo contender potesse il primato al cavaliere del Febo, e che se qualcuno poteva competer con lui, questi era solo don Galaorre fratello di Amadigi di [p. 12] Gaula, poichè nulla fu mai d’inciampo alle sue ardite imprese; e non era sì permaloso e piagnone come il fratello, a cui poi non cedeva sicuramente in valore. In sostanza, quella sua lettura lo portò siffattamente all’entusiasmo da non distinguere più la notte dal dì, e il dì dalla notte: di guisa che pel soverchio leggere e per il poco dormire gli s’indebolì il cervello, e addio buon giudizio. Altro non presentavasi alla sua immaginazione che incantamenti, contese, battaglie, disfide, ferite, concetti affettuosi, amori, affanni ed impossibili avvenimenti: e a tale eccesso pervenne lo stravolgimento della fantasia, che niuna storia del mondo gli pareva più vera di quelle ideate invenzioni che andava leggendo. Sosteneva egli che il Cid Rui Diaz era stato bensì valente cavaliere, ma che dovea ceder la palma all’altro dall’ardente spada, il quale d’un solo manrovescio avea tagliati per mezzo [p. 13] due feroci e smisurati giganti. Più gli piaceva Bernardo dal Carpio per aver ucciso in Roncisvalle l’incantato Roldano, valendosi dell’accortezza d’Ercole allorchè soffocò fra le sue braccia Anteo figlio della terra. Celebrava il gigante Morgante perchè discendendo egli da quella gigantesca genìa, che non dà che scostumati e superbi, pure egli solo porgevasi affabile e assai ben creato. Dava però a Rinaldo di Montalbano sopra ad ogn’altro la preferenza, e segnatamente quando lo vedeva uscire dal suo castello, e far man bassa di quanto gli capitava alle mani, derubando in Aglienda quell’idolo di Maometto che era tutto d’oro, secondochè riferisce la sua storia. Avrebbe egli sagrificata la sua serva, e di vantaggio pur la nipote alla smania che tenea d’ammaccare a furia di calci il traditor Ganelone.

In fine, perduto affatto il giudizio, si ridusse al più strano divisamento che siasi giammai dato al mondo. Gli parve conveniente e necessario per l’esaltamento del proprio onore e pel servigio della sua repubblica di farsi cavaliere errante, e con armi e cavallo scorrere tutto il mondo cercando avventure, ed occupandosi negli esercizii tutti dei quali avea fatto lettura. Il riparare qualunque genere di torti, e l’esporre sè stesso ad ogni maniera di pericoli per condursi a glorioso fine, doveano eternare fastosamente il suo nome; e figuravasi il pover’uomo d’essere coronato per lo meno imperadore di Trabisonda in merito [p. 14] del valore del suo braccio. Immerso in tai deliziosi pensieri, ed alzato all’estasi dalla straordinaria soddisfazione che vi trovava, si diede la più gran fretta onde portarli ad esecuzione. Applicossi prima di tutto a far lucenti alcune arme delle quali si erano valsi i bisavoli suoi, e che di ruggine coperte giaceano dimenticate in un cantone: le ripulì e le pose in assetto il meglio che gli fu possibile, ma poi s’accorse ch’era in esse una essenziale mancanza, perocchè in vece della celata con visiera, eravi solo un morione; ma supplì a ciò la sua industria facendo di cartone una mezza celata, che unita al morione pigliò l’apparenza di celata intera. Egli è vero che per metterne a prova la solidità trasse la spada, e vi diede due colpi col primo dei quali, in un momento solo, distrusse il lavoro che l’avea tenuto occupato una settimana: nè gli andò allora a grado la facilità con cui la ridusse in pezzi; ma ad [p. 15] oggetto non si rinnovasse un tale disastro, la rifece consolidandola interiormente con cerchietti di ferro, e restò così soddisfatto della sua fortezza, che senza metterla a nuovo cimento ripetendo la prova di prima, la ebbe in conto di celata con visiera di finissima tempra.

Si recò poi a visitare il suo ronzino, e benchè avesse più quarti assai d’un popone e più malanni che il cavallo del Gonella, che tantum pellis et ossa fuit2, gli parve che non gli si agguagliassero nè il Babieca del Cid, nè il Bucefalo di Alessandro. Impiegò quattro giorni nell’immaginare con qual nome dovesse chiamarlo, e diceva egli a sè stesso che sconveniva di troppo che un cavallo di cavaliere sì celebre non portasse un nome famoso; e andava perciò ruminando per trovarne uno che spiegasse ciò che era stato prima di servire ad un cavaliere errante, e quello che andava a diventare. Era ben ragionevole che cambiando stato il padrone, mutasse nome anche la bestia, ed uno gliene fosse applicato celebre e sonoro, come esigeva il diverso ordine di cose ed il novello esercizio che andava ad imprendere; quindi dopo avere molto fra sè proposto, cancellato, levato, aggiunto, disfatto e tornato a rifare sempre fantasticando, stabilì finalmente di chiamarlo Ronzinante3, nome, a quanto gli parve, elevato e pieno di una sonorità che indicava il passato esser suo di ronzino, e ciò ch’era per diventare, vale a dire, il più cospicuo tra tutti i ronzini del mondo.

Stabilito con molta soddisfazione il nome al cavallo, s’applicò fervorosamente a determinare il proprio, nel che spese altri otto giorni, a capo dei quali si chiamò don Chisciotte. Da ciò, come fu detto già prima, trassero argomento gli autori di questa verissima storia, che debba essa chiamarsi indubitatamente Chisciada e non Chesada, come ad altri piacque denominarla4. Si risovvenne il nostro futuro eroe che il valoroso Amadigi non erasi limitato a chiamarsi Amadigi semplicemente, ma che affibbiato vi aveva il nome del regno e della patria, per sua più grande celebrità, chiamandosi Amadigi di Gaula. Dietro sì autorevole esempio, come buon cavaliere decise d’accoppiare al proprio nome quello pur della patria, e chiamarsi don Chisciotte della [p. 16] Mancia, con che, a parer suo, spiegava più a vivo il lignaggio e la patria, e davale onore col prendere da lei il soprannome.

Rese di già lucide l’arme sue; fatta del morione una celata; stabilito il nome al ronzino, e confermato il proprio, si persuase che altro a lui non mancasse se non se una dama di cui dichiararsi amoroso. Il cavaliere errante senza innamoramento è come arbore spoglio di fronde e privo di frutte; è come corpo senz’anima, andava dicendo egli a sè stesso. — Se per castigo de’ miei peccati, o per mia buona ventura m’avvengo in qualche gigante, come d’ordinario intraviene ai cavalieri erranti, ed io lo fo balzare a primo scontro fuori di sella, o lo taglio per mezzo, o vinto lo costringo ad arrendersi, non sarà egli bene d’avere a cui farne un presente? laonde poi egli entri, e ginocchioni dinanzi alla mia dolce signora così s’esprima colla voce supplichevole dell’uomo domato: — Io, signora, sono il gigante Caraculiambro, dominatore dell’isola Malindrania, vinto in singolar tenzone dal non mai abbastanza celebrato cavaliere don Chisciotte della Mancia, da cui ebbi comando di presentarmi dinanzi alla signoria vostra, affinchè la grandezza vostra disponga di me a suo talento. Oh! come si rallegrò il nostro buon cavaliere all’essersi così espresso! ma oh quanto più si compiacque poi nell’avere trovato a chi dovesse concedere il nome di sua dama! Soggiornava in un paese, per quanto credesi, vicino al suo una giovanotta contadina di bell’aspetto, della quale egli era stato già amante senza ch’ella il sapesse, nè se ne fosse avvista giammai, e chiamavasi Aldonza Lorenzo; e questa gli parve opportuno chiamar signora de’ suoi pensieri. Dappoi cercando un nome che non discordasse gran fatto dal suo, e che potesse in certo modo indicarla principessa e signora, la chiamò Dulcinea del Toboso, perchè del Toboso appunto era nativa. Questo nome gli sembrò armonioso, peregrino ed espressivo, a somiglianza di quelli che allora aveva posti a sè stesso ed alle cose sue.

CAPITOLO II.


Della prima partita che fece l’ingegnoso don Chisciotte dalla sua terra.



Fatti questi apparecchi, non volle differire più oltre a dar esecuzione al suo divisamento, affrettandolo a ciò la persuasione che il suo indugio lasciasse un gran male nel mondo; sì numerose erano le ingiurie che pensava di dover vendicare, i torti da raddrizzare, le ingiustizie da togliere, gli abusi da correggere, i debiti da soddisfare. Senza dunque far parola a persona di quanto avea divisato, e senza essere veduto da alcuno, una mattina prima del giorno (che fu uno dei più ardenti del mese di luglio) armato di tutte le sue armi salì sopra Ronzinante, si adattò la sua malcomposta celata, imbracciò la targa, prese la lancia, e per la segreta porta di una corticella uscì alla campagna, ebro di gioia al vedere con quanta facilità aveva dato principio al suo nobile desiderio. Ma non appena si vide all’aperto, gli sopravvenne un terribile pensiero, che per poco non lo fece desistere dalla sua cominciata impresa; risovvenendosi allora ch’egli non era armato cavaliere, e che quindi conformemente alle leggi di cavalleria, non potea nè dovea condursi a battaglia contro verun cavaliere di questo mondo: oltre di che quand’anche già fosse stato cavaliere [p. 18] come novizzo, avrebbe dovuto portare armi bianche senza impresa nello scudo finchè non la guadagnasse col proprio valore. Questi pensieri lo fecero titubante nel suo proposito; ma più d’ogni ragione potendo in lui la pazzia, propose seco stesso di farsi armar cavaliere dal primo in cui s’imbattesse, ad imitazione di altri molti che di tal guisa si regolarono, come avea letto nei libri che a tale lo avevano condotto. Quanto alla bianchezza dell’arme pensò di forbirle al primo villaggio per modo che vincessero l’armellino; e con questo s’acquetò e proseguì il suo viaggio senza calcar altra via che quella ove fosse piaciuto al suo cavallo di condurlo, tenendo per fermo che in ciò consistesse la forza delle avventure.

Così camminando il nostro novello venturiere parlava fra sè e diceva: “Chi può dubitare che nei tempi avvenire quand’esca alla [p. 19] luce la vera storia delle famose mie geste, il savio che le scriverà, accingendosi a dar conto di questa mia prima uscita sì di buon’ora, non cominci in questa maniera? “Aveva appena per l’ampia e spaziosa terra il rubicondo Apollo stese le dorate fila dei suoi vaghi capelli, e appena i piccoli dipinti augelli con le canore lor lingue avevano salutato con dolce melliflua armonia lo spuntare della rosea aurora, la quale abbandonando le morbide piume del geloso marito mostravasi per le porte e finestre del Mancego orizzonte a’ mortali, quando il famoso cavaliere don Chisciotte della Mancia, lasciate le oziose piume, salì sul famoso suo cavallo Ronzinante, e cominciò a scorrere l’antica e celebre campagna di Montiello... (ed era il vero, da che battea quella strada) poi soggiunse esclamando: “O età fortunata, o secolo venturoso in cui vedranno la luce le famose mie imprese, degne di essere incise in bronzi, scolpite in marmi, e dipinte in tele per eterna memoria alla posterità! O tu savio incantatore, chiunque tu sia per essere, a cui sarà dato in sorte d’essere il cronista di questa peregrina storia, priegoti di non obbliare il mio buon Ronzinante, perpetuo compagno in ogni mio viaggio e vicenda„. Talora prorompeva come se fosse stato innamorato da vero: “Ah principessa Dulcinea, signora di questo prigioniero mio cuore, gran torto mi avete fatto col darmi commiato comandandomi altresì ch’io non osi mai più comparire al cospetto della vostra singolare bellezza! Vi scongiuro, signora mia, di rammentarvi di questo cuore che v’è schiavo, e che tanto soffre per amor vostro!„1 Andava egli a questi infilzando altri spropositi, alla maniera di quelli che aveva appresi dai suoi libri imitandone a tutta sua possa il linguaggio; e intanto procedeva sì lento, e il sole, alzandosi, mandava un ardor sì cocente, che avrebbe potuto dissecargli il cervello, se pur gliene fosse rimasto alcun poco.

A questo modo viaggiò tutto quel giorno senza che gli avvenisse cosa degna d’essere ricordata; del che disperavasi, bramando avidamente che gli si offerisse occasione da cimentare il valor del suo braccio. Alcuni autori affermano che la prima sua avventura fu quella del Porto Lapice; altri dicono quella dei mulini a vento: quello però che ho potuto riconoscere, e che trovai scritto negli annali della Mancia si è ch’egli andò errando per tutto l’intiero giorno, e che all’avvicinarsi della notte sì egli come il suo ronzino, si trovarono spossati e morti di fame. Che girando l’occhio per ogni parte per vedere gli venisse scoperto qualche castello o abituro pastorale ove ricoverarsi, e trovar di che rimediare a’ suoi molti bisogni, vide non lungi [p. 20] dal cammino pel quale andava, un’osteria, che gli fu come vedere una stella che lo guidasse alla soglia, se non alla reggia, della felicità. Affrettò il passo, e vi giunse appunto sul tramontare del giorno. Stavano a caso sulla porta due giovanotte di quelle che si chiamano da partito, le quali andavano a Siviglia con alcuni vetturali che avevano divisato di passar ivi la notte. Siccome tutto ciò che pensava o vedeva o fantasticava il nostro avventuriere, tutto dentro di lui pigliava forma e sembianza della pazzia che le sue letture gli avevano fitta in capo; così appena scorse l’osteria, gli fu avviso di vedere un castello con le sue quattro torri, con capitelli di lucido argento, con ponte levatorio sovrastante a profondo fosso, e fornito di tutte quelle altre appartenenze che sogliono essere attribuite a siffatte abitazioni. Avviatosi dunque all’osteria o castello, secondo che a lui pareva, e giuntovi da vicino, raccolse le briglie e fermò Ronzinante, attendendo che qualche nano si facesse dai merli a dar segno colla tromba che arrivava al castello un cavaliere. Ma vedendo poi che tardavano, e che Ronzinante smaniava di far capo nella stalla, s’accostò alla porta dell’osteria sulla quale stavano le due mal costumate ragazze, che a lui sembrarono due molte vaghe donzelle, ovvero due galanti signore che vagassero a bel diporto.

Avvenne che un porcaio per raccozzare un branco di porci (che con sopportazione così appunto si chiamano) suonò un corno al cui [p. 21]segnale tutti son usi di unirsi; e questo fe’ pago il dedisderio di don Chisciotte, immaginandosi egli che un nano annunziasse così la sua venuta. Con gioia ineffabile s’accostò quindi alla porta e alle signore, le quali vedendo avvicinarsi un uomo armato a quel modo con lancia e targa, spaventate, si volsero per cacciarsi nell’osteria. Ma Don Chisciotte, arguendo dalla lor fuga la paura che le incalzava, alzò la sua visiera di cartone, e facendo vedere la sua secca e polverosa faccia, disse loro con gentil modo e con voce tranquilla: “Non fuggano le signorie vostre, nè paventino oltraggio alcuno, [p. 22] da che l’ordine cavalleresco da me professato, divieta il far torto a chicchesia, massimamente poi a donzelle d’alto lignaggio, quali la presenza vostra vi fa conoscere„. Le due giovani lo andavano osservando, e cercavano di vedergli bene la faccia, che poco si scopriva di sotto alla trista visiera; ma quando s’intesero chiamar donzelle, nome sì opposto alla loro professione, non poterono contenersi dal ridere in modo che don Chisciotte se ne risentì, e disse loro: Quanto un dignitoso contegno s’addice alle belle, tanto sta male che prorompano per lieve cagione in tali risate: non per questo ve ne rimprovero, ma ciò vi dico solo per desiderio che siate di animo benigno verso di me, che il mio è tutto volontà di servirvi„. Il linguaggio non inteso dalle donne e la trista figura del nostro cavaliere accresceano in esse le risa e in lui la collera; e la cosa sarebbe andata oltre se in quel momento non usciva l’oste, che per essere molto grasso era anche molto pacifico. Il quale al vedere quella contraffatta figura, armata d’armi tra loro sì discordanti, com’erano le staffe lunghe, la lancia, la targa ed il corsaletto, fu per mettersi a ridere anch’egli non meno delle due giovani; ma tenendolo in qualche rispetto una macchina fornita di tante munizioni, pensò di parlargli garbatamente e gli disse: “Se la signoria vostra, signor cavaliere, domanda di essere alloggiata, dal letto in fuori (chè non ve n’ha pur uno in questa osteria) troverà in tutto di che soddisfarsi abbondevolmente„. Vedendo don Chisciotte la gentilezza del governatore della fortezza (chè tale a lui rassembrarono l’oste e l’osteria) rispose: “A me, signor castellano, ogni cosa mi basta, perchè miei arredi son l’armi, e mio riposo il combattere„. L’oste s’immaginò che don Chisciotte gli avesse dato il nome di castellano per averlo creduto un sempliciotto Castigliano mentre era in vece era di Andalusia, e di quelli della riviera di San Lucar, non dissimile a Caco nei ladronecci, e non meno intrigatore d’uno studente o d’un paggio; e quindi gli rispose in questo modo: “A quanto dice la signoria vostra i suoi letti debbon essere dure pietre, e il suo dormire una continua veglia: e se così è, ella abbia pure per certo che qui troverà le più opportune occasioni da non poter chiudere occhio per un anno intiero, non che per una sola notte„.

Ciò detto fu a tenere la staffa a don Chisciotte, il quale smontò con grande stento e fatica, come colui che in tutto quel giorno era ancora digiuno, e raccomandò subito all’oste d’avere la più gran cura del suo cavallo ch’era la miglior bestia che fosse al mondo. L’oste lo squadrò, e non gli parve quella gran cosa che don Chisciotte diceva, però allogatolo nella stalla, si recò subito a ricevere i comandi dell’ospite suo. Questi si lasciava disarmare dalle [p. 23] donzelle già rappattumate con lui, ma benchè gli avessero tolto di dosso la corazza e gli spallacci, non trovaron elleno via nè verso d’aprirgli la goletta, nè di levargli la contraffatta celata, che tenea assicurata con un legaccio verde; e volendogliela levare, bisognava tagliarne i nodi, al che don Chisciotte si rifiutò risolutamente.Se ne rimase pertanto tutta quella notte con la celata, ciò che rendeva la più ridicola e strana figura che immaginar mai si possa. Mentre poi [p. 24] lo venivano disarmando (immaginandosi egli che quelle femmine scostumate fossero principali signore o dame di quel castello) disse loro con singolar gentilezza:

Cavalier non vi fu mai
     Dalle donne ben servito
     Come il prode don Chisciotte
     Quando uscì dal patrio lito.
     Pensar dame al suo festino,
     Principesse al suo Ronzino!

o piuttosto Ronzinante; perchè questo, signore, è il nome del mio cavallo, ed il mio è don Chisciotte della Mancia. Io veramente avea divisato di non appalesarmi se non per qualche impresa da me condotta a glorioso fine in servigio vostro; ma la necessità di accomodare al presente proposito quella vecchia romanza di Lancillotto fu causa che voi lo abbiate saputo fin d’ora. Tempo verrà per altro in cui le signorie vostre mi comanderanno, ed io obbedirò; e sarà allora che il valor del mio braccio vi proverà il desiderio che ho di servirvi„. Le allegre giovani, non avvezze a simili ragionamenti, non risposero parola, ma gli domandarono solamente se desiderava mangiar qualche cosa. — Qualunque cosa, rispose don Chisciotte, giacchè mi pare che ne sia ben tempo. —

Avvenne che per essere venerdì non eravi in quell’osteria se non se qualche pezzo di un pesce chiamato Abadescio in Castiglia Merluzzo in Italia, nell’Andalusia Baccagliao, e altrove Curadiglio e Trucciuola, nè altro v’era da potergli dare. “Se vi sono molte trucciuole, disse don Chisciotte, potranno servire in luogo di una truccia grande, poichè a me tanto fanno otto reali quanto una pezza da otto, e potrebbe anche darsi che queste trucciuole fossero come il vitello ch’è migliore della vacca, e il capretto che è più saporito del caprone: sia però come si voglia, mi si porti tantosto, perchè la fatica e il peso dell’arme non si possono sostenere quando il ventre non è ben governato„. Gli fu posta la tavola presso la porta dell’osteria al fresco, e l’oste gli recò una porzione del più mal bagnato e peggio cotto merluzzo, ed un pane tanto nero ed ammuffato quanto le sue arme. Fu argomento di grandi risate il vederlo mangiare; poichè avendo tuttavia la celata e alzata la visiera, nulla potea mettersi in bocca colle proprie mani se da altri non gli era porto, e perciò una di quelle sue dame si mise ad eseguire quest’uficio. Ma in quanto al dargli da bevere, non fu possibile, nè avrebbe bevuto mai se l’oste non avesse bucata una canna, e postagliene in bocca [p. 25] una dell’estremità, non gli avesse per l’altra versato il vino; e tutto questo egli comportò pazientemente, purchè non gli avessero a rompere i legacci della celata. In questo mezzo giunse per sorte all’osteria un porcajo, il quale al suo arrivare suonò uno zufoletto di canna quattro o cinque volte. Allora don Chisciotte finì di persuadersi che trovavasi in qualche famoso castello, ov’era servito con musica; che i pezzi di merluzzo eran trote; che il pane era bianchissimo; dame quelle femmine di partito; l’oste governatore del castello: e quindi chiamava ben avventurosa la sua risoluzione ed il suo viaggio. Ciò per altro che molto lo amareggiava si era di non vedersi ancora armato cavaliere, sembrandogli di non potersi esporre giuridicamente ad alcuna avventura senza avere da prima con buona forma ricevuto l’ordine della cavalleria.

CAPITOLO III.



Del gentil modo con cui don Chisciotte fu armato cavaliere.



Travagliato da questo pensiero accelerò il fine della scarsa cena che quella taverna gli avea somministrata; poi chiamato a sè l’oste, si chiuse con lui nella stalla, ed ivi buttandosegli ginocchioni dinanzi gli disse: “Non mi leverò mai di qua, o valoroso cavaliere, se prima io non ottenga dalla vostra cortesia un dono che mi fo ardito a chiedervi, il quale ridonderà a gloria vostra ed a vantaggio del genere umano„. L’oste, che vide l’ospite a’ piedi suoi, e udì questa fanfaluca, stavasene confuso guardandolo senza saper che fare o che dirgli; nè mai per pregar che facesse ottenne che si rizzasse, finchè non gli ebbe promesso di fare quanto gli chiederebbe. “Meno attendermi non dovea dalla vostra magnificenza, o mio signore, riprese don Chisciotte; ed ora vi dico che il dono che intendo di chiedervi, e che già mi vien conceduto dalla liberalità vostra, si è che domani mattina mi abbiate ad armar cavaliere. Questa notte io veglierò l’arme nella chiesetta di questo vostro castello; e domani mattina, come ho detto, darem compimento a quello che tanto desidero, affinchè mi sia lecito scorrere le quattro parti del mondo, cercando avventure in [p. 27] favore dei bisognosi, com’è debito della cavalleria e de’ cavalieri erranti qual mi son io, il cui desiderio è tutto volto a simili imprese.

L’oste, il quale, come si è detto, era volpe vecchia, ed aveva già qualche sospetto che l’ospite suo avesse dato volta al cervello, se ne persuase intieramente nel sentirlo così ragionare: e per aver da ridere in quella notte si risolse di secondarne l’umore. Gli disse pertanto che quel suo divisamento era indizio della più fina prudenza, e che una tale sua inclinazione era tutta propria e connaturale a’ cavalieri di quell’alta portata ch’egli mostrava di essere, e di cui faceva testimonianza la sua galante presenza; indi soggiunse ch’egli stesso nei primi anni di sua giovinezza erasi dedicato a quell’onorevole esercizio, recandosi a tal fine in varie parti del mondo, cercando avventure, e visitando Perceli di Malaga, l’isola di Riarano, il Compasso di Siviglia, l’Azzoghescio di Segovia, l’Oliviera di Valenza, Rondigli di Granata, la spiaggia di San Lucar, il porto di Cordova, le Ventiglie di Toledo, e molti altri paesi1. Che quivi egli aveva esercitata la leggerezza de’ suoi piedi e la pieghevolezza delle sue mani, occupandosi in ogni maniera di ribalderie; facendo cioè continui torti, sollecitando molte vedove, svergognando non poche donzelle, ingannando molti pupilli, e finalmente rendendosi noto a quante curie e tribunali ha la Spagna; da ultimo poi esser venuto a starsene in quel suo castello dove si vivea colla propria e colla roba altrui, prestando ricovero a tutti i cavalieri erranti d’ogni qualità e condizione, unicamente per la molta affezione che ad essi portava, e per la speranza che nel prender commiato, dovessero dividere con lui ciò che aveano, in ricambio delle sue buone intenzioni. Soggiunse poi che in quel suo castello non v’era chiesetta in cui vegliar l’arme, giacchè l’avea demolita per rifabbricarla di nuovo, ma che sapea benissimo che in caso di necessità poteasi far quell’ufficio ove più tornasse in acconcio, e che quindi potea quella notte vegliarle in un andito del castello: e la mattina, col favore del cielo, sariensi compiute le debite cerimonie, di maniera che egli si trovasse armato cavaliere, e tal cavaliere qual mai verun altro nel mondo. Gli domandò inoltre se avea seco danari: ma don Chisciotte rispose di non avere nemmanco un quattrino, non avendo mai letto che alcun cavaliere errante portasse danari con sè. A ciò l’oste rispose che egli viveva in errore, mentre supposto pure che di ciò non si facesse menzione alcuna nelle storie, gli scrittori l’aveano ommesso, giudicando che non bisognasse notare una cosa sì evidente e sì necessaria quanto è questa di non andar mai senza danari e biancherie di bucato; e non doversi perciò [p. 28] dubitare che non ne fossero ben provveduti. Avesse quindi per fermo e incontrastabile, che tutti gli erranti cavalieri, dei quali sono pieni cotanti libri, portavano seco una borsa molto ben provveduta per tutto quello che loro potesse avvenire, e che in oltre recavano seco biancherie, ed una cassettina piena d’unguenti per le ferite che riceveano; poichè nei campi e nei deserti dov’essi combattevano e rimanevan feriti, non si trovava sempre chi all’istante imprendesse la loro cura, a meno che qualche savio incantatore loro affezionato non li volesse soccorrere, facendo giugnere a volo per l’aria in una nube, o una donzella od un nano con qualche tazza piena d’acqua di tal virtù, che a gustarne pur una goccia guarivano delle piaghe e delle ferite come se non avessero mai avuto alcun male. Ma potendo anche mancare questo soccorso, i cavalieri antichi trovarono sempre assai necessario che i loro scudieri avessero seco danari, ed altre indispensabili cose, come a dire fili e unguenti per medicarsi; e quelli che mancavano di scudieri (ciò che assai di rado avveniva) portavano eglino stessi siffatte cose in bisacce tanto sottili che quasi non si scorgevano, mettendole sulla groppa del cavallo come se fossero oggetti di maggiore importanza; giacchè fuori di simile necessità non fu mai costume dei cavalieri erranti di portar seco bisacce. Però lo consigliava caldamente ed anche glielo comandava come a figlioccio qual era o stava per essere, che in avvenire non viaggiasse mai senza danari e senza le suggerite precauzioni, poichè quando meno se lo pensava conoscerebbe col fatto quanto gli gioverebbe l’esserne provveduto. Promise don Chisciotte di fare quanto gli era consigliato; dopo di che fu deciso ch’egli vegliasse l’arme in un vasto cortile che stava a lato di quell’osteria.

Raccolte che l’ebbe tutte, le pose sopra una pila sopra una pila che giaceva a canto d’un pozzo; ed imbracciata la targa, e presa la lancia, misesi a passeggiar loro dinanzi col miglior garbo del mondo, avendo cominciato il passeggio all’avvicinarsi della notte. L’oste informò quanti ritrovavansi nell’albergo della pazzia dell'ospite suo, della veglia che faceva all’arme e della fiducia in cui era di dover essere armato cavaliere. Parve a tutti mirabile quel nuovo genere di pazzia, e fattisi a un luogo d’onde potevano spiare quello che il nuovo arrivato facesse, videro che con decorosa gravità talor passeggiava, e talvolta appoggiato alla sua lancia tenea l’occhio fiso sull’arme sue senza levarnelo per buon tratto di tempo. Si fece poi notte del tutto, ma la luna mandava così gran luce,da poter quasi gareggiare coll’astro che gliela prestava; di modo che ciascuno vedeva benissimo tutto ciò che il novello cavaliere faceva. In questo mezzo saltò in capo ad uno dei vetturali che stavano nell’osteria ad abbeverare i suoi muli, e gli fu perciò mestieri di [p. 29] levar dalla pila l’arme di don Chisciotte. Il quale vedendo costui, con alta voce sclamò: “O tu qual che tu sia, ardito cavaliere, che osi por mano sull’arme del più valoroso errante che abbia mai cinto spada, pon mente a quello che fai, e non toccarle se non vuoi pagare colla vita il fio del tuo grave ardimento„. Il vetturale non si curò di quelle ciancie (e questo fu gran male per lui che poi dovette curare la propria salute), e prendendo le cinghie dell’armatura, la scagliò gran tratto lontano da sè. Quando don Chisciotte ciò vide levò gli occhi al cielo, e volto il pensiero, per quanto parve, a Dulcinea sua signora, disse: “Soccorretemi, signora mia, nel primo cimento che presentasi a questo mio petto vassallo vostro; deh non manchi a me in questo primo incontro il favor vostro e la vostra difesa! Proferendo queste ed altre tali filastrocche, deposta la targa, alzò a due mani la lancia, e dato con essa un gran colpo sulla testa a quel vetturale, lo stramazzò così malconcio, che se un altro gliene accoccava non avria più avuto bisogno di medico che il risanasse. Ciò fatto, raccolse l’arme sue, e ricominciò a passeggiare colla stessa tranquillità di prima.

[p. 30]Di lì a non molto, essendo ignaro ognuno del fatto, perchè il vetturale giaceva tuttavia fuor di sè, un altro ne sopravvenne, avvisandosi, come il primo, di abbeverar i suoi muli. Anche costui tolse l’arme onde sbarazzare la pila; ma l’irato don Chisciotte, senza proferir parola o chieder favore a chicchessia, getta una seconda volta la targa, e alzata la lancia, senza romperla, della testa del vetturale ne fece più di tre, giacchè la spaccò in quattro parti. Accorse al rumore tutta la gente che trovavasi nell’osteria e cogli altri anche l’oste. Come don Chisciotte li vide imbracciò la targa; e posto mano alla spada così imprese a dire: "O donna di beltà, vigore e sostegno dell’affievolito mio cuore, ora è il tempo che tu rivolga gli occhi della tua grandezza a questo cavalier tuo prigione, a cui è imminente così perigliosa ventura!" E tanto lo accese il fervore con cui pronunziò queste parole, che non l’avriano fatto retrocedere tutti i vetturali del mondo. I compagni dei feriti, vedendoli pesti a quel modo, cominciarono da lontano a mandare sopra don Chisciotte una pioggia di pietre; ed egli andavasi parando alla meglio colla targa, e non osava scostarsi dalla pila per non abbandonare le arme. L’oste gridava forte che nol maltrattassero, avendo già fatto saper loro ch’era un pazzo, e che come pazzo la passerebbe netta quand’anche li ammazzasse tutti. Don Chisciotte dal canto suo con più alta voce li chiamava tutti codardi e traditori, aggiungendo che il signor del castello era un vile e malnato cavaliere, dachè tollerava che si trattassero a quel modo i cavalieri erranti: e buon per lui ch’egli non era per anche armato cavaliere, altrimente gli avrebbe fatto pagar il fio del suo tradimento. “Di voi poi, ribalda e bassa canaglia, non fo verun conto: scagliate, accostatevi, oltraggiatemi quanto potete, chè ben avrete il guiderdone che si conviene alla vostra stolida audacia„. Proferì queste parole d’un modo sì risoluto e sì franco che mise uno spavento terribile negli assalitori: i quali tra per questo, e per le persuasioni dell’oste cessarono dal colpirlo, e si ristette pur egli dal tentar di ferire, tornando alla veglia dell’arme con la stessa tranquillità e col sussiego di prima.

Non parvero punto piacevoli all’oste le burle di questo suo ospite, e quindi si decise di finirla, contentandolo di quel suo malaugurato desiderio di essere armato cavaliere, prima che avvenisse di peggio. Accostatosi a lui pertanto si scolpò di quanto gli era stato fatto da quella bassa gente, che senza sua saputa era arrivata a tanto eccesso, e lo assicurò che a suo tempo ne pagherebbero il fio. Gli ripetè come gli aveva detto già prima, che in quel castello non trovavasi chiesetta, la quale peraltro non era necessaria, mentre ciò che importava per essere armato cavaliere consisteva nello scapezzone e [p. 31] nella piattonata, per quanto egli sapeva del cerimoniale dell’ordine; e che ciò potea farsi anche in mezzo ad una campagna. Aggiunse ch’egli aveva adempito già all’obbligo del vegliar l’arme, giacchè bastavano due ore sole, ed egli ne aveva vegliate già più di quattro. Se ne persuase don Chisciotte, e gli disse ch’era pronto ad obbedirlo, e che s’affrettasse a compiere ogni cosa colla maggior prestezza possibile; perchè se un’altra volta fosse assalito quand’egli si trovasse già armato cavaliere, aveva deciso di non lasciar in quel castello persona viva, tranne coloro che da lui fosse comandato di rispettare, ai quali per amor suo perdonerebbe la vita. Impaurito il castellano da tale protesta e da quanto aveva veduto, andò subito a prendere un libro in cui registrava il fieno e l’orzo che dava ai vetturali, e facendosi recare da un ragazzo un pezzo di candela, seguito dalle due già dette donzelle, venne alla volta di don Chisciotte. Gli comandò allora di mettersi ginocchione [p. 32]e leggendo il suo manuale, a modo come se recitasse qualche divota orazione, a mezza lettura alzò la mano, e gli diede un gran scappellotto, poi colla sua medesima spada una gentil piattonata, mormorando fra i denti come uno che recitasse qualche preghiera. Fatto ciò, comandò ad una di quelle dame che gli cingesse la spada, la qual cosa essa eseguì con molta disinvoltura e buon garbo, chè veramente era difficile contenersi dal ridere a ogni passo della cerimonia: ma le prodezze che aveano veduto eseguire dal novello cavaliere mettevan freno agli scherzi. Nel cingergli la spada, la buona signora gli disse: “Dio faccia che la signoria vostra riesca il più fortunato dei cavalieri, e ch’abbia gloria in ogni cimento„. Don Chisciotte allora la richiese del suo nome per sapere a cui fosse tenuto di tanto favore, divisando di farla partecipe dell’onore che meritar si potesse mediante il valore del suo braccio. Rispose ella con molta modestia, che chiamavasi la Tolosa, figliuola d’un ciabattino originario di Toledo, il quale faceva il suo mestiere nelle bottegucce di Sancio Bienaja, e che lo avrebbe servito e tenuto per signore dovunque avesse avuto la sorte d’avvenirsi in lui. Le replicò don Chisciotte che gli facesse il favore per l’avvenire di pigliarsi il don, chiamandosi donna Tolosa; ed essa glielo promise. Lo stesso colloquio tenne coll’altra donzella, che gli mise lo sprone; la domandò del suo nome, ed essa rispose che chiamavasi la Molinara, e ch’era figliuola d’un onorato mugnajo d’Antechera. A questa pure domandò don Chisciotte il favore che chiamar si facesse donna Molinara, offrendosele ad ogni suo servigio e favore. Compiute poscia colla più gran fretta le cerimonie non mai vedute prima d’allora, don Chisciotte non volle tardare pur un momento a mettersi a cavallo per andare in traccia di venture. Posta quindi senza indugio la sella a Ronzinante vi salì sopra, ed abbracciando il suo albergatore gli disse le cose più strane del mondo (ringraziandolo senza fine del favore di averlo armato cavaliere), e tali che non sarebbe possibile riferirle a dovere. L’oste oltremodo voglioso di vederlo fuori dell’osteria, rispose con non minore ampollosità, ma con più brevi parole, e senza chiedergli pagamento dell’alloggio lasciollo andare alla sua buon’ora.

CAPITOLO IV.


Di ciò che accadde al nostro cavaliere quando uscì dell’osteria.



Era sullo spuntare dell’alba allorchè don Chisciotte uscì dell’osteria, contento e vispo, e tanto giojoso di vedersi già armato cavaliere, che il giubilo si diffondeva sino alle cigne del suo cavallo. Ma tornandogli a mente i consigli dell’ospite suo, di fornirsi cioè delle cose più necessarie, sopra tutto di danari e di biancherie, s’avvisò di ritornare a casa per provvedersi di quelle e singolarmente d’uno scudiere, disegnando valersi di un contadino suo vicino, povero e carico di famiglia ma tutto a proposito per servire agli scuderili offici della cavalleria. Con questa intenzione dunque avviò Ronzinante verso il proprio paese; e la buona bestia, come se avesse già fiutata la stalla, si mise ad andare così rapidamente che parea non toccasse la terra coi piedi. Non avea fatto molto cammino, allorchè dal folto di un bosco che stava alla destra, gli parve di sentir certe voci come di persona che si lamentasse. Nè le ebbe appena sentite che disse: “Quai grazie non deggio alla sorte pel favor che m’imparte nell’offerirmi sì tosto occasione da esercitare i doveri di mia professione, e cogliere il frutto dei buoni miei desiderii! Partono senza dubbio tai voci da alcuno o da alcuna [p. 34] che ha bisogno del mio soccorso e del mio favore„. Volgendo pertanto le redini guidò Ronzinante a quella parte donde gli parve che le voci venissero, ed innoltrato di pochi passi nel bosco vide una cavalla legata ad una quercia, ed un ragazzo di circa quindici anni che spogliato ignudo dal mezzo in su e legato ad un grand’albero metteva i lamenti da lui sentiti. E pur troppo n’avea cagione; perchè un vigoroso contadino lo stava percotendo con una correggia di cuojo, ed accompagnava ogni colpo con una riprensione e con un consiglio dicendogli: “Modera la tua lingua, e non ti perdere in frascherie„. Rispondeva il ragazzo: “Nol farò più, signor mio, ve lo giuro per la passione di nostro Signore, non lo farò più, e vi prometto che d’ora innanzi avrò sempre gran cura del vostro bestiame„. Don Chisciotte a tal vista gridò con voce sdegnosa. “Scortese cavaliere! è gran vergogna [p. 35] prendersela con chi non è atto a difendersi; monta sul tuo cavallo, prendi la lancia (chè una ne stava appoggiata alla quercia ov’era legata la cavalla1) ch’io ti farò conoscere qual codardia sia quella che stai commettendo. Il contadino che si vide addosso quella figura carica d’arme, e che già gli faceva balenar quasi la lancia sulla faccia, si tenne per morto, e gli rispose con sommesse parole: “Signor cavaliere, questo ragazzo che sto castigando, è un garzone che mi serve a guardare un branco di pecore che tengo in questi dintorni; ma è disattento per modo che ne va perduta una ogni giorno; e quando io lo punisco della sua trascuraggine o della sua furfanteria, egli mi calunnia dicendo che così lo tratto per avarizia e per defraudarlo del suo salario: ma giuro al cielo e sull’anima mia che egli mente. — Mente dinanzi a me? malvagio villano, disse don Chisciotte; pel sole che c’illumina ch’io a pena mi tengo ch’io non ti passi da banda a banda con questa lancia: pagalo sul fatto e senza osar di replicare, o giuro per Dio che ti polverizzo qui su’ due piedi! scioglilo immantinente„. Il contadino chinò la testa, e senza proferir parola sciolse il ragazzo, a cui don Chisciotte domandò quanto gli doveva il suo padrone; e questi gli rispose essergli debitore di nove mesi in ragione di sette reali per mese. Don Chisciotte fece il conto, e trovò che il credito del ragazzo ammontava a sessantatrè reali; e disse al villano che glieli dovesse sborsare sul momento se non volea morire per la sua mala fede. L’atterrito contadino rispose che attesa l’angustia in cui trovavasi, e pel giuramento già fatto (si noti che non aveva ancora giurato) non ascendeva a tanto quel credito, dovendosi scontare tre paja di scarpe ch’egli aveva somministrate al garzone, ed un reale da lui speso per fargli cavar sangue due volte mentre era ammalato. — Tutto questo, soggiunse don Chisciotte, va bene, ma la spesa delle scarpe e dei salassi servirà a compensarlo delle frustate che senza sua colpa gli hai date; chè se egli ruppe il cuojo delle scarpe che gli pagasti, tu gli hai levata la pelle dal corpo; e se hai pagato un barbiere che gli cavasse sangue quando era infermo, tu glielo cavasti poi sano; e però egli non ti è debitore di nulla. — Il male si è, signor cavaliere, che non ho meco danari, rispose il villano; ma venga Andrea a casa mia, e gli pagherò il suo avere un reale sopra l’altro. — Io andarmene con lui? disse il giovine, sarei pure il bel pazzo! neppure per sogno; chè, quando mi avesse da solo a solo, egli mi scorticherebbe come un san Bartolommeo. — Nol farà, no, replicò don Chisciotte; basta che [p. 36] io gliel comandi ed egli mi obbedirà e, quando lo giuri per la legge di cavalleria di cui è insignito, io lo lascerò andar libero, e gli entrerò mallevadore per la esecuzione delle sue promesse. — Badi bene, vossignoria, soggiunse il giovinetto, a quello che dice, poichè il mio padrone non è altrimenti cavaliere, nè ha ricevuto mai verun ordine di cavalleria, ma è Giovanni Aldudo il ricco, abitante di Chintanare. — Non importa, rispose don Chisciotte; possono gli Aldudi essere cavalieri; e poi, ciascuno è figlio delle proprie azioni. — E ciò è incontrastabile, soggiunse Andrea; ma questo mio padrone di quali opere è figlio negando, com’egli fa, la mercede dei miei travagli e de’ miei sudori? — Non mi rifiuto di soddisfarti, no, fratello Andrea, ripigliò il contadino; compiaciti di seguitarmi, e ti giuro per tutti gli ordini di cavalleria ch’esistono al mondo di pagarti, come ho proposto, e profumatamente, reale sopra reale. — Non servono profumi, disse don Chisciotte, pagagli i reali che gli devi, e ciò mi basta; e bada bene di mantenere quanto hai giurato, perciocchè in caso diverso, ti giuro in fè del giuramento medesimo che tornerò per punirti, e saprò ben ritrovarti, quand’anche ti nascondessi sotterra più che una lucertola. E se vuoi sapere chi sia quegli che tel comanda, affinchè più ti stringa il dovere dell’obbedienza, sappi che io sono il valoroso don Chisciotte della Mancia, disfacitore dei torti e punitore delle ribalderie. Addio, non ti cada di mente la più rigorosa esecuzione di quanto hai promesso e giurato, sotto pena del pronunziato castigo. Ciò detto spronò Ronzinante, e in breve si tolse alla loro vista.

Il contadino lo seguitò cogli occhi, e quando fu uscito del bosco, sì che più sol nol vedea, si volse di nuovo al suo famiglio Andrea, e gli disse: “Venite, figliuol mio, che voglio pagarvi ciò che vi debbo, e come mi ha imposto quel disfacitore di torti. — Oh quanto farà bene vossignoria, disse Andrea, ad obbedire i comandi di quel buon cavaliere, a cui auguro mille anni di vita, perchè in fede mia egli è tale da tornare, e da farvi mantenere la parola se vi saltasse in capo di mancargli. — Ed io giuro di nuovo di volergli obbedire, disse il villano; ma per l’amor che ti porto, voglio accrescere il debito mio verso di te, e di poi pagarti una somma maggiore„. E così presolo pel braccio lo legò di nuovo alla quercia, e lo caricò di tante frustate, che lo lasciò quasi morto. — Chiama, signor Andrea mio, diceva allora il contadino, chiama il disfacitore di torti, e vedrai se potrà disfar questo; benchè non mi pare di averlo compiuto, e mi vien voglia di scorticarti vivo come temevi„. All’ultimo nondimeno lo slegò, e gli diede licenza d’andare pel suo giudice, affinchè eseguisse la sentenza da lui proferita. Andrea si partì di là in gran pianto, [p. 37] giurando che andrebbe in traccia del valoroso don Chisciotte della Mancia per informarlo a puntino di ciò ch’era occorso, affinchè gliela facesse pagar molto cara; ma dopo tutto questo il giovine se n’andò piangendo, e il padrone restò facendo le più gran risate.

E così disfece quel torto il valoroso don Chisciotte; il quale soddisfattissimo dell’avvenuto, e sembrandogli d’aver dato felicissimo cominciamento a’ suoi cavallereschi esercizi andava camminando verso la propria terra, contento pienamente di sè medesimo; e dicea a bassa voce: “Ben ti puoi chiamar fortunata sopra quante vivono in terra, o sopra le belle, bella Dulcinea del Toboso, da che t’è toccato in sorte di aver soggetto a’ voleri tuoi e pronto a qualunque tuo servigio sì valoroso e celebre cavaliere com’è e sarà don Chisciotte della Mancia; il quale (e ne vola già fama pel mondo) ha ricevuto ieri l’ordine di cavalleria, ed oggi ha disfatto il più gran torto che mai fosse immaginato dalla ingiustizia, e compito dalla crudeltà! Oggi ho io tolta di mano la frusta ad un nemico spietato che senza motivo alcuno batteva un dilicato fanciullo!„ Giunse frattanto ad un luogo dove la strada si divideva in quattro; e gli vennero a mente quei crocicchi dove i cavalieri erranti solevan pensare per quale via avessero da mettersi. Per imitarli ristette da prima alquanto, ma poscia, dopo avere ben riflettuto, lasciò andare la briglia a Ronzinante, abbandonando la sua alla volontà del cavallo; il quale, seguendo il naturale desiderio, si dirizzò alla volta della propria stalla. Compite due miglia all’incirca, scoprì don Chisciotte una gran torma di gente; mercanti (come si seppe da poi) di Toledo, che andavano a Murcia per comperar seta. Erano sei, ognuno col suo parasole, e loro tenevano dietro quattro servidori a cavallo e tre vetturali a piedi. Non li scorse appena don Chisciotte, che si figurò di avere alle mani una nuova ventura, e voglioso com’era d’imitare pienamente i casi letti nei libri suoi, volle cogliere quella buona occasione per rinnovarne uno che volgeva nell’animo. Con bel garbo adunque si strinse ben nelle staffe, impugnò la lancia, si avvicinò la targa al petto, e piantatosi nel mezzo della strada, stette attendendo che quei cavalieri erranti, com’egli li giudicava, arrivassero. E quando che se gli furono appressati, alzò la voce, e con grande ardimento si fece a dire: “Tutto il mondo si fermi, se tutto il mondo non confessa che non avvi nell’universo una donzella più vaga della imperadrice della Mancia, della senza pari Dulcinea del Toboso„. Al suono di queste parole ed alla vista della strana figura che le proferiva, quei mercanti ristettero, e subitamente si accorsero della sua follia, ma vollero star a vedere chi andasse a colpire la confessione che da loro si domandava. Però uno di essi, uomo d’allegro umore gli rispose: “Signor cavaliere, noi non [p. 38] conosciamo questa celebre signora da voi menzionata; fate che la vediamo, e s’ella porta il fregio di quella singolare bellezza, di cui voi le date vanto, ben volentieri e senza opposizione di sorte, confesseremo la verità che da noi richiedete. — S’io ve la facessi vedere, replicò don Chisciotte, qual merito avreste voi nel confessare una verità così manifesta? Ciò che importa si è che senza vederla abbiate a confessare, a giurare, ad affermare, a sostenere; e ricusandolo, vi sfido meco a battaglia, gente vile e superba. Avanzatevi uno ad uno, come esige l’ordine di cavalleria, od unitevi tutti a combattermi in una volta, com’è trista costumanza de’ pari vostri, che qui v’attendo a piè fermo, nè ho dubbio alcuno di vincervi, sostenuto dalla ragione che mi avvalora. — Signor cavaliere, riprese un mercante, vi supplico a nome di tutti questi principi che vedete, che non vogliate costringerci ad aggravare le nostre coscienze confessando una cosa da noi non veduta nè intesa; e tanto maggiormente ve ne preghiamo, quanto che ciò tornerebbe a pregiudizio delle imperatrici e regine dell’Alcaria e dell’Estremadura: o almeno la signoria vostra degnisi di farci vedere il ritratto di cotale signora; chè foss’egli piccolo come un granellino, noi dal filo di questo poco raccogliendo il gomitolo della sua grande bellezza, saremo con questo soddisfatti e tranquilli, e la signoria vostra contenta [p. 39] e appagata; e di più, quand’anche scorgessimo dal ritratto, che fosse guercia da un occhio, e dall’altro le colasse zolfo o cinabro, con tutto ciò, per mostrarci a vossignoria compiacenti, diremmo tutto ciò che potesse tornarle a genio. — Non le cola, canaglia infame, rispose don Chisciotte avvampante di collera, non le cola altro che ambra e zibetto tra la bambagia; e non è nè guercia nè gobba, anzi è più dritta che non è un fuso di Guadarrama; ma voi pagherete il fio della grave bestemmia con cui oltraggiaste una tanto prodigiosa bellezza quant’è quella della mia signora. Nel proferire queste parole, abbassò la lancia, portandola con tanta furia contro colui che aveva parlato, che mal per lui se Ronzinante non inciampava, e non cadeva a mezzo il [p. 40] cammino. Precipitò Ronzinante, e il suo padrone rotolò buona pezza per la campagna, nè potè rialzarsi giammai per quanto si sforzasse, tanto impaccio gli davano la lancia, la targa, gli sproni e la celata, in un col peso della sua vecchia armatura. E mentre attendeva a cercar di rizzarsi, ma senza riuscirvi, tuttavia gridava: “Non fuggite, o codardi, o schiavi! attendetemi, chè non per mia colpa ma del cavallo sono qui disteso„. Uno di quei vetturali, che doveva esser uomo di poco buon cuore, nel sentire le smargiasserie di quel povero caduto non potè tollerarle senza fargli provare fino alle costole il suo risentimento; e perciò avvicinatosi a lui, prese la lancia, e fattala in pezzi, con uno di questi cominciò a battere tanto duramente il nostro don Chisciotte, che, a dispetto e in onta delle arme sue, lo macinò come grano al mulino. Gli gridavano gli altri ad alta voce che desistesse, che lo lasciasse; ma colui era sì invelenito che non si tolse da quel giuoco finchè non ebbe soddisfatta la collera; e raccolti gli altri pezzi della lancia, non cessò mai se prima non gli ebbe ridotti a schegge sopra l’infelice caduto. A fronte di tanta tempesta di percosse che gli piovevano addosso don Chisciotte, non che tacere, minacciava il cielo e la terra e que’ malandrini, come egli ora chiamava i mercanti. Si stancò finalmente il vetturale, e tutti proseguirono il loro cammino, avendo di che occuparsi nel raccontare la bastonatura del pover’uomo, lasciato malconcio e fracassato. Egli, dappoichè si vide solo, tornò a tentar di rialzarsi; ma se questo non gli era stato possibile mentre era sano e gagliardo, come riuscirvi allora pesto a quel modo? E nondimeno si reputava felice parendogli che quella fosse sventura da cavaliere errante, ed attribuendola a sola colpa del suo cavallo: ma ad ogni modo non poteva rizzarsi in piedi, tanto il corpo suo era fracassato dalle ricevute percosse!

CAPITOLO V.


Ancora della disgrazia avvenuta al nostro cavaliere.



Conoscendo poi don Chisciotte che non poteva muoversi da sè solo, pensò di ricorrere al suo consueto rimedio, ch’era di meditare intorno a qualche passo de’ libri suoi; e la bile gli ridusse nella memoria quello di Baldovino e del marchese di Mantova, quando Carlotto lo abbandonò ferito sopra una montagna; storia nota ai bambini, non isconosciuta ai giovani, celebrata e creduta dai vecchi, ma con tutto questo non più vera dei miracoli di Maometto. Gli parve che questa calzasse appuntino allo stato in cui si trovava, e perciò mostrando di provare un dolore gravissimo, cominciò a voltolarsi per terra, ripetendo con fioca voce quello appunto ch’è fama dicesse il ferito cavaliere del bosco:

Dove stai, vaga signora,
Che non duolti del mio mal?
O il mio mal da te s’ignora,
O sei falsa e disleal.

[p. 42]E di questo passo andava proseguendo la canzone sino a que’ versi che dicono:

O di Mantova marchese,
O mio zio e signor carnal.

Ma volle la sorte, che in quel momento passasse di là un contadino del suo paese e vicino suo, che tornava dal mulino dove avea condotta una soma di grano. Vedendo egli un uomo steso in terra a quel modo, se gli fece dappresso, gli domandò chi fosse, e che male avesse, chè tanto si lamentava. Don Chisciotte credette senza alcun dubbio che colui fosse il marchese di Mantova suo zio; però in vece di ogni risposta proseguì la romanza colla quale lo informava della sua sventura e degli amori del figlio dell’imperatore con la sua sposa, nel modo appunto che si canta nella canzone1. Il contadino maravigliato di quelle stranezze, gli levò la visiera, già [p. 43]pesta dalle percosse, e si diede a nettargli la faccia ch’era tutta coperta di polvere; nè gliel ebbe appena nettata che subito lo conobbe, e gli disse: “Signor Chisciada (così soleva chiamarsi quand’avea buon giudizio, e prima di cambiarsi da tranquillo idalgo in cavaliere errante), chi trattò per tal modo vossignoria?„ Egli non rispondeva, ma ad ogni domanda ripigliava la sua canzone. Laonde il buon uomo con tutta la possibile diligenza gli trasse la corazza e gli spallacci per conoscere s’era stato ferito; ma non trovò nè sangue nè segno alcuno. Procurò pertanto di rizzarlo da terra, e con molta fatica giunse a metterlo attraverso del suo giumento, sembrandogli più agiata cavalcatura. Raccolse l’arme tutte, fino alle schegge della lancia, e le buttò in un fascio sopra Ronzinante, poi preso questo per la briglia, e l’asino per la cavezza, s’incamminò verso la sua Terra,

non senza grande apprensione nel sentire gli spropositi che dicea don Chisciotte; il quale tutto confuso e mal reggendosi sull’asino, talmente era pesto! di tanto in tanto mandava sospiri che giugnevano al cielo. Il villano gli domandò di nuovo che mal si sentisse; ma pareva che il diavolo a bella posta gli riducesse nella memoria le avventure tutte che avevano somiglianza con quella sua. Perocchè dimenticandosi di Baldovino a quel punto si risovvenne del moro Aben-Darraez, quando il castellano d’Antechera, Roderigo [p. 44]

di Narvaez, lo prese e lo menò prigioniero al proprio castello. Di maniera che domandandolo ancora il villano dello stato suo, e come si sentisse della persona, gli rispose colle stesse parole con cui il prigioniero Aben-Darraez avea risposto a Rodrigo di Narvaez, applicando a sè stesso quanto avea letto nella Diana di Giorgio di Montemaggiore. Il contadino strabiliava sentendo tante bestialità, e finalmente avvedutosi che il suo vicino avea dato volta al cervello, si diede a punzecchiare il suo asino per tornar presto al paese, e togliersi con ciò dal malincuore che gli procurava don Chisciotte co’ suoi vaneggiamenti. Questi intanto così proruppe: “Sappia la signoria vostra, signor don Diego di Narvaez, che la vezzosa Seriffa, di cui ho parlato, è di presente la vaga Dulcinea del Toboso, per amor della quale io feci e faccio e farò le più famose gesta di cavalleria che siensi finora vedute, o si veggano, e si debbano mai vedere nel mondo„. A tutto questo soggiunse il contadino: “Oh la Signoria vostra s’inganna! meschino di me! io non sono altrimenti Rodrigo di Narvaez, nè il marchese di Mantova, ma sibbene Piero Alonso vicino suo; nè vossignoria è Baldovino o Aben-Darraez, ma l’onorato idalgo signor Chisciada. — Io sono chi sono, rispose don Chisciotte, e so molto bene che non solo posso essere quelli che ho detto, ma sì anche tutti i dodici paladini di Francia, ed eziandio tutti i Nove della Fama2, perchè le prodezze che fecero o tutti insieme o ciascuno da sè non supererebbero mai quelle che posso fare io solo„. Con queste e somiglianti smargiasserie giunsero alla Terra sul far della notte, e il contadino giudicò savio partito l’attendere che il bujo crescesse un poco affinchè non fosse veduto il bastonato idalgo così infelice cavaliere. Entrò finalmente nel paese, e fu all’abitazione di don Chisciotte, la quale era tutta sossopra. Vi si trovavano il curato ed il barbiere, ch’erano grandi amici di don Chisciotte, ai quali la serva con alta voce stava dicendo: “Che ne sembra a vostra signoria, signor dottore Pietro Perez (così chiamavasi il curato) della disgrazia del mio padrone? Sono già passati sei giorni da che nè egli si vede, nè il ronzino, nè la targa, nè la lancia, nè l’armatura; poveraccia di me! credo fermamente, e com’è certo ch’io sono nata per morire, che questi maledetti libri di cavalleria ch’egli ha e legge continuamente, l’abbiano fatto uscir di cervello; chè ora ben mi sovviene d’averlo inteso dire più volte, parlando fra sè medesimo, che bramava di farsi cavaliere errante e di andare pel mondo [p. 45]in cerca di avventure. Così ne li portasse o Satanna, o Barabba cotesti libri, che hanno guasto e sconvolto il più fino cervello che vantar potesse la Mancia„. La nipote poi proseguiva dicendo le stesse cose, e aggiungeva di più: “Sappia, signor maestro Nicolò (questo era il nome del barbiere) che mille volte è avvenuto al mio signor zio di spendere nella lettura di questi maledetti libri due notti e due giorni continui; a capo dei quali gettavali poi da banda, e impugnata la spada andava a pigliarsela colle pareti; finchè stanco e spossato, dicea d’avere ammazzato quattro giganti grandi come quattro torri, e volea che fosse sangue delle ferite da lui ricevute in battaglia il sudore che lo copriva per la soverchia fatica. Dava allora di piglio ad un gran boccale d’acqua fresca, e se la beveva sin all’ultima goccia, con che risanava e rimettevasi in tranquillità; affermando che quell’acqua era una bevanda preziosissima, dono del savio Eschifo3, celebre incantatore e suo amico. Ah! debbo accusare me stessa di tanto male; chè se avessi informate le signorie vostre delle follie del mio signor zio, ci avrebbero posto rimedio prima che fosse giunto a questo termine; e que’ suoi scomunicati libri li avrebbero dati alle fiamme: chè molti ne ha certamente degni di essere abbruciati come i libri degli eresiarchi„. — Sono anch’io dello stesso avviso, soggiunse il curato, e vi giuro in fede mia, che non passerà dimani senza che averne fatto un auto-da-fè, dannandoli tutti al fuoco, affinchè non siano occasione a qualche altro di fare ciò che il mio povero amico debbe aver fatto„.

Don Chisciotte ed il contadino udirono siffatti discorsi; laonde quest’ultimo convinto intieramente della malattia del suo vicino, si diede a gridare: Facciano largo le signorie vostre al signor Baldovino, e al signor marchese di Mantova che arriva ferito pericolosamente; facciano largo al signor moro Aben-Darraez che trae seco prigione il prode Rodrigo di Narvaez castellano di Antechera„. A queste parole uscirono tutti e conobbero gli uni l’amico, le altre il padrone e lo zio, che non aveva per anche potuto smontare dall’asino, tanto era malconcio. Corsero ad abbracciarlo, ma incontanente egli disse: “Fermatevi tutti, ch’io vengo malamente ferito per colpa del mio cavallo; mettetemi nel mio letto, e chiamate, se è possibile, la savia medichessa Urganda, affinchè vegga che sorta di ferite son queste mie. — Oh guardate mo, disse allora la serva, se il cuore mi diceva di che piede zoppica il mio padrone! Eh venga in buon’ora la signoria vostra, che da noi sole sapremo guarirla [p. 46] senza che la signora Urganda se ne ingerisca nè punto nè poco. Siano pur maladetti, lo ripeto una e mille altre volte, questi libri di cavalleria che han condotto vossignoria a sì tristo partito.„ Quindi lo adagiarono subito sul letto, e cercatolo in ogni parte del corpo non trovarono che fosse punto ferito. Don Chisciotte poi disse loro ch’egli era a quella guisa malconcio per essere stramazzato col suo cavallo Ronzinante combattendo a fronte di dieci giganti de’ più forti e ardimentosi che trovar si potessero sulla terra. “Ve’ ve’, disse il curato, anche giganti in ballo! per fede mia, non son chi sono se dimani prima che giunga la notte io non li do tutti alle fiamme„. Fecero mille domande a don Chisciotte, ma egli nient’altro rispondeva se non che gli portassero da mangiare, e lo lasciassero dormire, poichè di questo più che d’ogni altra cosa aveva bisogno. Così seguì; e il curato frattanto più a lungo domandò il contadino come gli fosse avvenuto di trovar don Chisciotte. L’altro lo informò d’ogni cosa, ed anche delle stranezze che gli aveva sentito dire quando lo trovò, e poi lungo il cammino: d’onde si accrebbe nel curato la voglia di fare quello che fece nel giorno seguente, cioè di chiamare a sè il suo amico barbiere maestro Nicolò, e di venirne con lui alla casa di don Chisciotte.

CAPITOLO VI.


Del bello e grande scrutinio che fecero il Curato e il Barbiere alla libreria del nostro ingegnoso idalgo.



Mentre che don Chisciotte dormiva, il curato domandò alla nipote le chiavi della stanza dove trovavansi i libri, cagione di tanti malanni; ed essa gliele diede di buona voglia. Quindi entrarono tutti e con essi anche la serva; e trovarono da più di cento volumi grandi assai ben legati, ed altri di picciola mole. Non li ebbe appena veduti la serva che uscì frettolosa della stanza, poi tornò subito con una scodella d’acqua benedetta e con l’asperges dicendo: “Prenda la signoria vostra, signor curato, e benedica questa stanza affinchè non resti qui alcuno degl’incantatori de’ quali sono zeppi cotesti libri, e non ci facciano addosso qualche incantesimo per vendetta di quello che noi vogliam fare di loro cacciandoli dal mondo„. La semplicità della serva mosse a riso il curato, ed ordinò al barbiere che glieli venisse [p. 48] porgendo uno alla volta per conoscere di che trattassero, potendo essere che qualche opera non meritasse la pena del fuoco. “No, no, disse la nipote, non si dee perdonare ad alcuno di essi, mentre tutti sono concorsi a questo danno: il più savio partito sarebbe gittarli per la finestra nell’atrio, farne un mucchio ed appiccarvi il fuoco; o per evitare il fastidio del fumo sarebbe anche meglio fatto trasportarneli in corte ed ivi incendiarli. Lo stesso disse la serva, sì grande era in ambedue la smania di veder morti quegl’innocenti; ma non v’assentì il curato senza leggerne almeno i titoli. Il primo pertanto che maestro Nicolò gli porse fu quello dei Quattro libri d’Amadigi di Gaula1. “Sembra, disse il curato, che qui vi sia qualche mistero, da che, a quanto intesi dire, questo fu il primo libro di cavalleria stampato in Ispagna, e gli altri tutti che di poi gli tennero dietro pigliarono da lui principio ed origine. Laonde mi pare che come capo di mala setta si debba dar alle fiamme senza veruna remissione„. — Signor no, soggiunse il barbiere, chè mi fu detto che questo è il migliore di quanti libri di simil fatta furono composti; e perciò, come unico nella sua specie, può meritare perdono. — È vero, disse il curato, e perciò gli si preservi la vita per ora. Vediamo quest’altro che gli sta a canto. Sono, disse il barbiere, le Prodezze di Splandiano figliuolo legittimo d’Amadigi di Gaula2. In verità che qui non ha da giovar al figlio la bontà del padre: prendete, signora serva, aprite quella finestra, [p. 49] gittatelo in corte, e con esso diasi principio alla catasta che a suo tempo sarà poi consumata dal fuoco„. La serva obbedì con molto piacere; e per tal modo il buon Splandiano volò nella corte attendendo pazientemente il fuoco da cui era minacciato. “Tiriamo innanzi, disse il curato. — Questo che viene, soggiunse il barbiere, è Amadigi di Grecia, e per quanto mi pare, quelli che stanno da questa parte sono tutti del lignaggio degli Amadigi3. — E bene, replicò [p. 50] il curato, vadano tutti in corte; chè per poter abbruciare la regina Pintichiniestra e il pastor Darinello con le sue egloghe e coi lambiccati concettini del suo autore, brucerei con essi il padre che m’ha generato se mi venisse dinanzi in figura di cavaliere errante. — Sono del medesimo sentimento, soggiunse il barbiere. — Ed io pure, replicò la nipote. — Quand’è così, disse la serva, vadano in corte; e presili tutti insieme, che erano molti, per risparmiare la fatica di far la scala, li gettò dalla finestra. “Che è cotesto grosso volume, domandò il curato? — È, rispose il barbiere, don Ulivante di Laura. — L’autore di questo libro, soggiunse il curato, è quello stesso che compose il Giardino dei fiori; e in fede mia che non saprei dire quale dei due sia più veritiero, o piuttosto manco bugiardo; so bene che anderà in corte per le sue scimunitaggini e per la sua arroganza4. — Questo che gli vien dietro è Florismarte d’Ircania5, disse il barbiere. — Ah! qui trovasi il signor Florismarte? replicò il curato: oh sì, sì, s’affretti d’andare in corte a dispetto del suo straordinario nascimento6 e delle sue immaginate avventure, chè altro non meritano la durezza e l’infecondità del suo stile: alla corte, signora serva, vada egli insieme con quest’altro. — Oh tutto ciò, signor mio, molto mi va a sangue, rispos’ella; e contentissima eseguiva quanto le si ordinava. “Questi è il Cavalier Platir7, disse il barbiere. — È libro d’antica data, rispose il curato, nè trovo in lui cosa alcuna che gli possa ottenere perdono; senza più s’accompagni cogli altri;„ e così fu fatto. Fu aperto un libro, e si trovò ch’era intitolato il Cavaliere della Croce8. — In grazia del santo nome che porta gli si [p. 51] potrebbe perdonare la sua ignoranza; ma suol dirsi che talvolta il diavolo s’asconde dietro la croce; perciò vada alle fiamme„. Prese il barbiere un altro libro e disse: — Questo è lo Specchio della Cavalleria9. — Ah! lo conosco molto bene, rispose il curato; ecco qua il signor Rinaldo di Montalbano cogli amici e compagni suoi più ladri di Caco, e i dodici paladini col loro storico veritiero Turpino! In verita che sarei per condannarli soltanto ad eterno bando, non per altro se non perchè hanno avuto gran parte nella invenzione del celebre Matteo Bojardo, d’onde ha poi ordita la sua tela il cristiano poeta Lodovico Ariosto; al quale, se qui si trovasse, e parlasse un idioma diverso dal suo proprio, non porterei rispetto, ma se fosse nel suo linguaggio originale, me lo riporrei sopra la testa10. — Io lo tengo in italiano, disse il barbiere, ma non l’intendo. — Non è neppur bene che da voi sia inteso, rispose il curato; e perdoniamo per ora a quel signor capitano che lo ha tradotto in lingua castigliana, togliendogli gran parte del nativo suo pregio: ma così averrà a tutti coloro che s’impegnano a tradurre libri poetici, mentre, per quanto studio vi pongano, per quanta attitudine vi abbiano, non potranno mai darceli tali quali essi nacquero. Giudico pertanto che questo, e gli altri libri tutti che troveremo, e che trattino di simili cose di Francia, si raccolgano e si pongano in deposito entro un pozzo senz’acqua finchè sia deciso ponderatamente quale dovra essere il loro destino. Questo non vale per Bernardo del Carpio11 che qui si [p. 52] trova, nè d’un altro chiamato Roncisvalle, i quali se capitano nelle mie mani hanno da passare in quelle della serva, e da queste senza veruna remissione alle fiamme„.

Il barbiere assentì pienamente al curato, riconoscendo ch’egli era proprio un buon cristiano, e sì affezionato alla verità che non si sarebbe scostato da essa per tutto l’oro del mondo. Aprendo un altro libro vide ch’era Palmerino d’Uliva; poi subito dopo Palmerino d’Inghilterra12; laonde il curato soggiunse: “Si rompa in minute parti questa uliva, e sia consunta dal fuoco per modo che non ne resti nemmen la cenere; ma venga, come cosa unica, conservata questa palma d’Inghilterra, e si formi per essa una cassettina pari a quella che trovò Alessandro fra le spoglie di Dario, e la destinò per custodia delle opere del poeta Omero. Questo libro, signor compare, merita la più grande considerazione prima per essere pregevolissimo in sè stesso; poi perchè corre fama che ne sia stato autore un re di Portogallo fornito di gran saggezza. Hanno il pregio di gran merito e di sommo artifizio le avventure del castello di Miraguarda, vivaci ed evidenti ne sono i discorsi che mantengono il decoro di chi parla, e sono posti con gran proprietà e avvedimento; conchiudo pertanto (avuto però riguardo al vostro savio parere, signor maestro Nicolò) che questo e Amadigi di Gaula evitino il fuoco; poi gli altri tutti, senza più esami o riserve, sieno bruciati. — Oibò, signor compare, replicò il barbiere, ch’io tengo qui il famoso don Belianigi13. — Rispetto a questo libro, riprese il curato, la seconda terza e quarta parte abbisognano d’una buona dose di rabarbaro che li purghi dalla disordinata collera che hanno, e fa di mestieri tagliar fuori tutto ciò che vi si trova intorno al castello della fama, [p. 53] e ad altre sconvenienze di maggior momento; e perciò se gli conceda quel lungo termine che suol darsi a chi abita oltremare per emendarsi ed ottenere quindi misericordia o giustizia; frattanto custoditelo in casa vostra, compare, e non permettete che si legga da nessuno. — Sono ben contento, rispose il barbiere„; e senza stancarsi nel leggere altri libri di cavalleria comandò alla serva che pigliasse i più grandi, e li gettasse in corte. Nè ’l disse già ad una stupida o ad una sorda, ma a chi aveva più voglia di dar que’ libri alle fiamme che non di fare una tela per grande e fina che fosse stata; e perciò pigliandone otto in una volta, li gittò fuori della finestra. Ma per averne presi molti ad un tempo avvenne che uno ne cadde appiè del barbiere il quale s’invogliò di conoscere che fosse, e lesse: Istoria del famoso cavaliere Tirante il bianco. “Oh poffare di me! esclamò il curato; ed è pur possibile che qui si trovi Tirante il bianco? A me a me, compare, ch’io conto d’aver trovato in esso un tesoro da rendermi beato, ed una fonte perenne di trattenimento: qui si legge la storia di don Kirieleisonne da Montalbano, valoroso cavaliere, e di suo fratello Tommaso; poi il cavaliere Fonseca, e la battaglia del forte Detriano con l’Alano, e le sottigliezze d’ingegno della donzella Piacerdimiavita, con gli amori e gl’intrighi della vedova Riposata, e finalmente la signora Imperatrice innamorata d’Ippolito suo scudiero. Ad onore della verità mi convien dire, signor compare, che questo supera ogni altro libro del mondo in quanto allo stile. Qui poi i cavalieri mangiano, dormono, muoiono sul loro letto; fanno il loro testamento prima di morire, e vi si riscontrano tante e tante altre cose delle quali non si fa neppur menzione in altri simili libri. Contuttociò colui che lo scrisse (perchè senza necessità scrisse tante scempiaggini) meriterebbe la galera a vita; recatelo a casa vostra; e vedrete di per voi stesso se io m’inganno14. — Non mi oppongo, disse il barbiere, ma che farem noi di questi altri piccoli libri che rimangono? — Questi, rispose il curato, non debbono esser libri di cavalleria, ma piuttosto di poesia;„ ed aprendone uno vide ch’era la Diana di Giorgio di Montemaggiore15. Disse allora (supponendoli tutti dello stesso genere): Questi non meritano, come gli altri, d’essere dati alle fiamme, perchè non recano, nè recheranno giammai il danno [p. 54] de’ libri di cavalleria, ma sono libri da passatempo senza pregiudizio d’alcuno. — O signore! soggiunse la nipote, il miglior partito sarà di mandarli come gli altri al fuoco, perchè non sarebbe gran maraviglia, che riuscendoci di risanare il mio signor zio dalla malattia cavalleresca, egli si desse a leggere questi libri, e quindi gli venisse il capriccio di farsi pastore, e di andarsene per boschi e per prati cantando e sonando, o, ciò che saria peggio, diventar poeta; chè, a quanto si dice, è un’altra malattia insanabile e contagiosa. — Questa ragazza parla del miglior senno, disse il curato, e quindi sarà ben fatto di togliere dinanzi al nostro amico siffatto pericolo di ricadere. E giacchè abbiamo cominciato dalla Diana di Montemaggiore, stimo che non vada abbruciata, purchè se ne levi quanto appartiene alla savia Felicia e all’Acqua incantata, con quasi tutti i versi, sicchè le resti la sua prosa eccellente, e l’onore di essere stato il primo libro di questa specie. — Questo che viene, disse il barbiere, è la Diana, chiamata Seconda del Salamantino16; e di quest’altro che porta lo stesso titolo, n’è autore Gil Polo17. — Quanto a quella del Salamantino, disse il curato, accompagni ed accresca pure il novero de’ condannati alla corte; quello di Gil Polo si custodisca gelosamente come se derivasse da Apollo medesimo. Ma passi innanzi, signor compare, e affrettiamoci, chè si va facendo tardi. — Questi, disse il barbiere aprendo un altro volume, sono i Dieci libri della fortuna di Amore composti da Antonio di Lofraso poeta sardo18. — Per quanto vale il giudizio mio, disse il curato, da che Apollo è Apollo, muse le muse, e poeti i poeti, non fu composto giammai libro tanto grazioso e spropositato a un tempo medesimo quanto questo; per la sua invenzione è il migliore e il più singolare di quanti n’uscirono mai alla luce del mondo, e chi non lo ha letto può far conto di non aver letto mai produzione veramente gustosa: datelo qua, compare, chè sono più contento d’aver trovato questo libro che se qualcuno mi avesse regalata una veste di raso di Firenze„. Con somma compiacenza lo mise da banda, ed il barbiere proseguì leggendo il Pastore d’Iberia19, le Ninfe di Henares20, i Rimedii della [p. 55] gelosia21. “Altro non occorre per questi, disse il curato, se non se consegnarli al braccio secolare della servente; e non me ne domandate la ragione, chè non la finirei più. — Questo che viene è il Pastore di Filida22, disse il barbiere. — Non è un pastore, rispose il curato, ma un cortigiano valente: sia custodito come una gioja preziosa. — Questo gran volume che lo segue, s’intitola, disse il barbiere, Tesoro di varie poesie23. — Se non fossero in numero sì grande, soggiunse il curato, sarebbero tenute in assai maggior conto, e bisogna purgar questo libro scartandone le bassezze, che vi sono frammischiate al molto suo bello: sia custodito, e perchè è mio amico il suo autore, e per riverenza ad altre più preziose opere da lui composte. — Questo, seguitò il barbiere, è il Canzoniere di Lopez Maldonado24. — Anche l’autore di questo libro, disse il curato, è mio grande amico. I versi ch’egli recita sogliono destare l’ammirazione di chi li ascolta, e la soavità della voce con cui li modula è un incantesimo. Nelle egloghe è alquanto prolisso; ma il buono non fu mai troppo: si serbi cogli altri che già si sono messi da canto. Ma che libro è questo che gli sta sì vicino? — La Galatea di Michele Cervantes, disse il barbiere. — Già da molti anni è mio grande amico questo Cervantes, soggiunse il curato, e so ch’egli s’intende più di sventure che di versi. Convengo che se gli può concedere qualche lode nell’invenzione; ma egli sempre propone e poi non conclude mai: attenderemo la seconda parte che ci promette25, e forse, migliorando, si meriterà quel perdono che per ora gli vien rifiutato; ma fin a tanto che si vegga come andrà a terminar la faccenda, tenetelo custodito in casa vostra, signor compare. — Ne sono soddisfattissimo, rispose il barbiere. — Qui seguono tre libri uniti insieme: la Araucana di don Alonzo d’Erciglia; l’Austriada di Giovanni Rufo Giurato di Cordova; e il Monserrato di Cristoforo di Viruez, poeta di Valenza26[p. 56] — Non esistono, disse il curato, libri di verso eroico scritti in lingua castigliana più pregiati di questi, e possono stare in competenza co’ più illustri d’Italia: si custodiscano come le più preziose gioje poetiche che vanti la Spagna. Si stancò il curato di vedere altri libri, e senza far nuovi esami ordinò che tutti in fascio fossero abbruciati; ma il barbiere uno ne teneva aperto ch’era intitolato: Le lagrime d’Angelica27. Il curato vedendolo disse: “Lo avrei pianto se fosse stato per mio ordine dato alle fiamme, poichè il suo autore fu uno de’ più celebri poeti del mondo, non tanto nelle opere sue originali spagnuole, quanto nelle eccellenti sue traduzioni di alcune favole di Ovidio.

CAPITOLO VII.



Del secondo viaggio del nostro buon cavaliere don Chisciotte della Mancia.



Olà, cominciò intanto a gridar don Chisciotte; olà, valorosi cavalieri; qui fa d’uopo mettere a prova la forza del vostro braccio, chè gli uomini di corte se ne portano l’onore del torneo„. Per accorrere a quello schiamazzo fu interrotto lo squittinio de’ libri che restavano ancora da esaminare, e tiensi per certo che andassero al fuoco senza esser veduti nè intesi la Carolea1 e il Leone di Spagna2 con le Geste dell’Imperadore3, composti da don Luigi de Avila, che doveano trovarsi indubitatamente fra quelli che restavano; e forse che sottraevansi a sì rigorosa sentenza se il curato li avesse veduti.

[p. 58]Quando si recarono da don Chisciotte lo trovarono già fuori del letto che prorompeva nelle solite sue strida e pazzie, menando manrovesci da ogni parte, e tenendo sì spalancati gli occhi come se non avesse mai dormito. Lo abbracciarono e a viva forza lo rimisero a letto; e da poi che si pose un po’ in calma, voltosi al curato, gli disse: “Non v’ha dubbio, signor arcivescovo Turpino, che non ricada a gran vergogna di noi altri dodici Paladini di lasciar cogliere la palma di questo torneo a’ cavalieri cortigiani, mentre noi venturieri colto avevamo nei tre dì antecedenti l’onore della vittoria. — Si dia pace la signoria vostra, signor compare, disse il curato, che piacendo a Dio cambieranno le cose, e quello che oggi si perde si guadagnerà dimani; attenda intanto a risanarsi, chè, per quanto mi pare, ella debb’essere affaticata oltremodo, se pure non è ferita pericolosamente. — Ferito no, disse don Chisciotte, ma sibbene macinato e pesto, perchè quel bastardo di don Roldano mi fracassò a bastonate con un troncone di quercia, mosso da invidia, vedendo ch’io solo mi posso contrapporre alla sua valentía; io per altro non sarò Rinaldo di Montalbano se levandomi di questo letto non gliene farò pagar il fio a dispetto de’ suoi incantamenti; ma intanto recatemi da [p. 59] mangiare, che è quanto mi occorre al presente, e si lasci poi a me la cura di compiere le mie vendette„. Così fu fatto: gli diedero da sfamarsi, dopo di che egli si addormentò di nuovo, lasciandoli tutti sempre più maravigliati delle sue pazzie. In quella stessa notte la serva abbruciò nella corte quanti libri trovavansi per la casa, di maniera che n’arsero molti anche di quelli che meritavano d’essere custoditi perpetuamente negli archivi; ma nol permise il loro destin, nè l’indolenza del revisore, verificandosi così quel proverbio, che talvolta patisce il giusto per il peccatore. Uno de’ rimedi che il curato e il barbiere pensarono intanto di porre in opera per guarire la malattia dell’amico, fu di trasportarlo in un’altra stanza e di murare quella dei libri (affinchè non trovandoli più al suo svegliarsi, tolta la causa, cessassero anche gli effetti), dicendogli poi che un incantatore aveva portato seco la stanza con quanto in essa si conteneva; e tutto ciò fu eseguito con ogni sollecitudine. Dopo due giorni si levò don Chisciotte, e la prima cosa fu di andar a vedere i suoi libri; ma non trovando più la stanza dove l’aveva lasciata, si mise a cercarla per ogni parte. Giunto ove solea essere la porta, tentava il muro colle mani e volgeva e rivolgeva gli occhi dappertutto, senza mai proferire parola; finalmente dopo buona pezza domandò alla serva da qual parte si trovava la camera dove stavano i suoi libri. La serva, già ben avvertita di ciò che dovea rispondergli, disse: “Di quale camera mi parla, e che va cercando, vossignoria? Qua non v’è più camera, non vi sono in questa casa più libri, il diavolo ne portò seco ogni cosa. — Non era il diavolo, no, soggiunse la nipote, ma un incantatore, il quale venne di notte tempo sopra una nuvola dopo la partenza di vossignoria, e smontando da un serpente su cui arrivò cavalcioni, entrò nella stanza, nè so che cosa vi facesse, ma certo è che poco dopo uscì a volo dal tetto, lasciando la casa piena di fumo; e quando noi siamo andate per vedere ciò ch’era seguito, non abbiamo più trovato nè libri nè stanza; e solo ci ricordiamo amendue che quel tristo vecchio nell’andarsene disse ad alta voce di aver fatto tutto quel danno che poi si vedrebbe per l’inimicizia che portava al padrone di quei libri e di quella stanza, e soggiunse che si chiamava il savio Mugnatone. — Frestone4 avrà detto, replicò don Chisciotte. — Non so dire, riprese la serva, se si chiamasse Frestone o Fritone e posso soltanto affermare che in tone terminava il suo nome. — Così è per lo appunto, disse don Chisciotte: è costui un savio incantatore, mio grande e dichiarato nemico. Egli mi odia perchè la sua [p. 60]negromanzia gli fa prevedere che io debbo col tempo combattere in singolare tenzone con un cavaliere da lui protetto, e vincerlo senza ch’egli lo possa salvare. Per questo egli a tutto suo potere procura di farmi dispetto; ma io gli dico che mal potrà contrastarmi, nè opporsi a quello che il cielo ha ordinato. — E chi ne dubita? disse la nipote. Tuttavolta chi obbliga mai vossignoria, signor zio, a impacciarsi in siffatte brighe? Non sarebbe miglior consiglio di restarsene pacificamente in casa anzichè andar pel mondo a cercare miglior pane che di frumento, senza riflettere che tanti e tanti vanno per lana e tornano spelacchiati? — O nipote mia, rispose don Chisciotte, quanto v’ingannate! prima che alcuno mi tratti come voi dite, pelerò il mento a quanti mai si figurassero di torcermi pur un capello„. Si tacquero ambedue le donne, vedendo ch’egli già avvampava di sdegno. Fatto sta, che per quindici giorni don Chisciotte rimase in casa tranquillo, senza dar segno veruno di ricadere ne’ suoi primi vaneggiamenti; e in que’ giorni s’intrattenne parlando molto piacevolmente col curato, col barbiere e co’ suoi compari, sostenendo però che il mondo aveva soprattutto bisogno de’ cavalieri erranti, e che in lui risuscitasse l’antica cavalleria. Qualche volta il curato si opponeva, qualche altra gli menava buoni i suoi detti, perchè se diversamente si fosse regolato, non sarebbesi giammai accordato con lui.

[p. 62]Intanto don Chisciotte venne sollecitando un villano suo vicino, uomo dabbene (se pure così può dirsi di chi è povero) ma con poco sale in zucca. Tanto gli disse, e tanto lo persuase a furia di promesse, che il povero villano si determinò di andarsene con lui e di servirlo in qualità di scudiere. Gli dicea fra le altre cose, che si disponesse a tenergli dietro di buona voglia, perchè poteva talvolta accadergli che un girar di mano lo rendesse signore di un’isola, ed egli ve lo lascerebbe governatore. Con queste e altre tali promesse Sancio Panza (così chiamavasi quel contadino) abbandonò la moglie e i figliuoli, e si dedicò a servire il vicino suo da scudiere. Si diede gran pensiero don Chisciotte per ammassare danari, e vendendo una cosa, impegnandone un’altra, e manomettendole tutte, ne raccolse una quantità conveniente. Si provvide d’una rotella che domandò in prestito ad un suo vicino, e rassettata il meglio che potè la sua rotta celata, avvisò il suo scudiere Sancio del giorno e dell’ora in cui divisava di mettersi in viaggio, affinchè si provvedesse di tutto ciò che credeva potergli occorrere, raccomandandogli specialmente che portasse con sè un pajo di bisacce. Rispose Sancio che lo farebbe, e che anzi pensava di menarne seco un suo bravissimo asino, perchè non era atto a camminar molto a piedi. Riguardo all’asino stette un poco dubbioso don Chisciotte, cercando di ridursi nella memoria se mai cavaliere errante si fosse fatto seguire dallo scudiere asinalmente, nè gli sovvenne d’alcun esempio: pur si decise di permettergli che lo conducesse, con animo di accomodarlo d’una più onorevole cavalcatura, togliendola al primo scortese cavaliere in cui s’imbattesse. Fece provvista di biancheria, e di tutto ciò che potè avere alla mano, a tenore del consiglio già ricevuto dall’oste. Finalmente ordinata ogni cosa, Panza senza dire addio alla moglie ed a’ figliuoli, e don Chisciotte senza accommiatarsi dalla serva e dalla nipote, si partirono una notte dal loro villaggio, non veduti da alcuno, e tanto si affrettarono a camminare che all’apparire del giorno si tennero per sicuri di non essere raggiunti quand’anche alcuno avesse voluto seguirli. Viaggiava Sancio Panza sopra il suo giumento a guisa d’un patriarca, colle bisacce in groppa e la borraccia all’arcione, e con un gran desiderio di vedersi governatore dell’isola che gli avea promessa il padrone. A don Chisciotte parve bene di battere la strada stessa che avea tenuta nel suo primo viaggio, cioè la campagna di Montiello, scorrendola ora con assai minore disagio, perchè, essendo di prima mattina, i raggi del sole non lo ferivano in faccia, nè gli davano noja. In questo, Sancio Panza gli disse: “Badi bene la signoria vostra, signor cavaliere errante, di non porre in dimenticanza l’isola che mi ha promesso, ch’io saprò governarla per grande che possa [p. 63]essere„. Al che rispose don Chisciotte: “Hai da sapere, amico Sancio, che fu usanza degli antichi cavalieri erranti di fare dei loro scudieri governatori delle isole o regni da loro conquistati, ed io sono risoluto che non si perda per me così lodevole consuetudine. Ho divisato anzi di superarla; e dove gli altri attendevano che i loro scudieri giungessero alla vecchiaja dopo avere sostenuti i più penosi travagli per decorarli d’un titolo di conte o per lo meno di marchese di qualche vallone o provincia d’assai poco momento, potrebbe accadere, se noi viviamo, che fra sei giorni io conquistassi un regno da cui fossero dipendenti altri regni, e giudicassi a proposito di coronarti re d’uno di essi; nè credere impossibile questa cosa, poichè vicende sì prodigiose e impensate intravengono a noi cavalieri; con poca fatica, se la fortuna mi arride, io sarò forse per darti cosa di gran lunga maggiore di quella che ti prometto. — A questo modo, rispose Sancio Panza, s’io diventassi re, mercè uno di questi miracoli annunziati dalla signoria vostra, per lo meno la mia diletta Giovanna Gutierre arriverebbe ad essere regina, e infanti i figliuoli miei. — E chi potrebbe dubitarne, rispose don Chisciotte? — Io sono che [p. 64] ne dubito, replicò Sancio Panza; perciocchè, anche quando piovessero i regni dal cielo in terra nessuno potrebbe star bene in testa a Giovanna Gutierre. Sappia, signore, che non vale due soldi come regina; per contessa potrebb’essere il caso! ma seguane ciò che il ciel ne dispone. — Raccomandala al Signore, o Sancio, rispose don Chisciotte, ch’egli la beneficherà nel modo che potrà tornarle di maggior suo vantaggio; ma non tenerti così da poco da non meritare almeno un grado di governatore. — Non mi terrò per tale, no, signor mio, rispose Sancio, e tanto più trovandomi per vostra bontà con siffatto padrone, che saprà darmi tutto quello che mi starà bene e che potrà essere adattato alla mia capacità.

CAPITOLO VIII.



Del fortunato compimento che diede il valoroso don Chisciotte alla spaventevole e non mai immaginata avventura dei mulini da vento, con altri successi degni di gloriosa memoria.



Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tostochè don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: “La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie; perciocchè questa è guerra onorata, ed è un servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista semente. — Dove sono i giganti? disse Sancio Panza. — Quelli che vedi laggiù, rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe, che taluno d’essi le ha come di due leghe. — Guardi bene la signoria vostra, soggiunse [p. 66] Sancio, che quelli che colà si discuoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelle che le pajono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino. — Ben si conosce, disse don Chisciotte, che non sei pratico di avventure; quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disuguale tenzone. Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo ch’erano fuor d’ogni dubbio mulini da vento e non giganti quelli che andava ad assaltare. Ma tanto s’era egli fitto in capo che fossero giganti che non udiva più le parole di Sancio, nè per avvicinarsi arrivava a discernere che cosa fossero realmente; anzi gridava a gran voce: “Non fuggite, codarde e vili creature, chè un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia„. In questo levossi un po’ di vento per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a moversi; don Chisciotte soggiunse: “Potreste agitare più braccia del gigante Briarèo, chè me l’avete pur da pagare„. Ciò detto, e raccomandandosi di tutto cuore alla Dulcinea sua signora affinchè lo assistesse in quello scontro, ben coperto con la rotella, e posta la lancia in resta, galoppando quanto poteva, investì il primo mulino in cui s’incontrò e diede della lancia [p. 67] in una pala. Il vento in quel mentre lo rivoltò con sì gran furia che ridusse in pezzi la lancia, e si tirò dietro impigliati il cavallo ed il cavaliere, il quale andò rotolando buon tratto per la campagna. S’affrettò Sancio Panza a soccorrerlo quanto camminava il suo asino, e quando il raggiunse lo trovò che non si poteva movere; così fieramente era stramazzato con Ronzinante. “Dio buono! proruppe Sancio, non diss’io alla signoria vostra che ponesse mente a ciò che faceva, e che quelli eran mulini da vento? Li avrebbe riconosciuti ognuno che non ne avesse degli altri per la testa. — T’acqueta, amico Sancio, rispose don Chisciotte; le cose della guerra sono più delle altre soggette a continuo cambiamento: massimamente perchè stimo, e così senza dubbio dev’essere, che il savio Frestone, il quale mi svaligiò la stanza e portò via i libri, abbia cangiati questi giganti in mulini per togliermi la gloria di restar vincitore; sì dichiarata è l’inimicizia ch’egli mi porta! ma alla fine dei conti non potranno prevalere le male sue arti contro la bontà della mia spada. — Faccia il signore quello che sia per il meglio, rispose Sancio Panza, e l’ajutò ad alzarsi ed a montare sopra Ronzinante che stava mezzo spallato.

Quindi proseguendo il ragionamento sulla seguíta vicenda si avviarono a Porto Lapice, dove don Chisciotte diceva che non sarebbero mancate avventure, per essere luogo di gran passaggio: se non che gli dava gran pensiero quel trovarsi privo della lancia; e facendone parola collo scudiere, gli disse: “Ben mi sovviene di aver letto che un cavaliere spagnuolo, chiamato Diego Perez di Vargas, essendosegli rotta in un combattimento la spada, strappò da una quercia un pesante ramo, o forse il tronco, e con esso operò tai prodigi in quel giorno, e schiacciò tanti Mori, che gli fu posto il soprannome di Schiaccia; e per tal guisa sì egli che i suoi discendenti si chiamarono da quel giorno in poi Vargas e Schiaccia1. Ciò ti dico perchè dalla prima quercia o rovere in cui m’abbatto, voglio staccare un ramo sì forte come se lo figura la mia immaginazione, e tentare con esso tali prodezze che tu abbia a chiamarti ben avventuroso che ti sia dato in sorte di vederle e di essere testimonio a cose che mal saranno credute. — Alla buon’ora, disse Sancio, io credo quanto vossignoria mi dice; ma di grazia, si raddrizzi un cotal poco, che sembra ch’ella pieghi soverchiamente da questo lato; forse per effetto della sua caduta. — Così è veramente, rispose don Chisciotte, e se non mi [p. 68] lagno del dolore che sento, egli è perchè non è lecito a’ cavalieri erranti il dolersi per nessuna ferita, quand’anche uscissero le loro budella del corpo2. — Se la cosa è a questo modo non so che replicare, rispose Sancio; ma sa Dio ch’io non troverei punto sconveniente che vossignoria si lagnasse quando è addolorata nella persona. Io per me, le dico che mi lagnerò di ogni minimo male, se già non s’intende che al pari dei cavalieri erranti anche i loro scudieri si debbano astenere dal lamentarsi„. Non lasciò di ridere don Chisciotte della semplicità del suo scudiere, e gli dichiarò che potea lamentarsi a suo grado, e comunque gli tornasse in acconcio, non avendo letto negli ordini di cavalleria proibizione alcuna sopra di ciò. Sancio avvertì il padrone che si avvicinava l’ora di pranzo, ed esso gli rispose che non n’avea voglia per allora, ma che mangiasse pure a suo grado. Ottenuta questa licenza, Sancio s’accomodò il meglio che potè sopra il suo giumento, e cavando dalle bisacce la provvisione di cui le avea riempite, andava dietro al suo padrone camminando e mangiando molto posatamente; e di tanto in tanto attaccava la borraccia alla bocca con soddisfazione sì grande da mettere invidia anche nel meglio provveduto oste di Malaga: e così bevendo a quel modo erangli uscite di mente le promesse del suo padrone, nè gli pareva più faticosa professione, ma piuttosto una spezie di passatempo l’andare cercando avventure, per quanto pericolose si fossero.

In fine passarono quella notte in mezzo agli alberi, da uno dei quali staccò don Chisciotte un ramo secco, che gli potea in qualche modo servire di lancia, appiccandovi il ferro di quella spezzata che gli era rimasto. Non dormì in tutta la notte un momento solo, tenendo sempre il pensiere alla sua signora Dulcinea per non iscostarsi un puntino da ciò che avea letto ne’ libri suoi, che i cavalieri passavano le notti vegliando nelle foreste e nei deserti, trattenendosi colla memoria delle loro signore. Non la passò a questo modo Sancio Panza, che avendo lo stomaco pieno, e non già d’acqua di cicoria, consumò la notte intera in un sonno solo, e se il suo padrone non lo avesse chiamato, non lo avrebbero potuto svegliare i raggi del sole che lo ferivano nel viso, nè il canto dei molti uccelli che giocondamente salutavano il nascere del nuovo giorno. Nell’alzarsi stese la mano alla sua boraccia, e trovandola assai più leggiera di prima se ne afflisse molto, sembrandogli che la strada allora battuta non dovesse condurlo sì tosto dove poter di nuovo riempirla. Don Chisciotte non volle [p. 69] assaggiar nulla, perchè, come s’è detto, erasi già pasciuto delle dolci rimembranze della sua diva.

Ripigliarono quindi la strada di Porto Lapice, ed alle ventitre ore lo scoprirono. “Qui, disse don Chisciotte nello scorgerlo, qui, Sancio Panza, fratello mio, possiamo attenderci venture a dovizia e di ogni nostra soddisfazione; ma sta bene avvertito che per quanto tu mi vegga in pericolo, non dèi metter mano alla spada in mia difesa, salvo se vedessi chiaramente che fosse canaglia o gente vile quella che mi assalisse; in tal caso tu puoi darmi ajuto; ma se fossero cavalieri non ti è lecito nè concesso a verun patto immischiarti, vietandolo le leggi della cavalleria, sino a tanto che tu pure non sarai armato cavaliere. — Si assicuri, signore, rispose Sancio, che in questo ella sarà obbedita esattamente, e tanto più quanto che sono pacifico di natura mia, e nimico di mettermi in romori e in contese: vero è bensì che trattandosi di difendere la mia persona, non farò gran caso di queste leggi, mentre e le divine e le umane permettono a ciascuno di contrastare a chi gli vuol nuocere. — Nè io ti contraddico, rispose don Chisciotte, ma in quanto al soccorrermi contro cavalieri devi tener in freno la tua naturale impetuosità. — Ed io replico, soggiunse Sancio, che obbedirò a questo precetto con tanta fedeltà ed esattezza come a quello della domenica.

Stando in questi ragionamenti videro in lontananza due frati dell’Ordine di san Benedetto a cavallo di due dromedari; chè così si potevano chiamare le mule da essi cavalcate. Avevano gli occhiali da viaggio, ed i lor parasoli, ed erano seguiti da un cocchio, con l’accompagnamento di quattro o cinque persone a cavallo, e di due mulattieri a piedi. Stava nel cocchio (come poi si venne a sapere) una signora biscaina diretta a Siviglia, dove trovavasi suo marito in procinto di passare alle Indie con molta mercanzia; i frati però non erano della comitiva, benchè viaggiassero molto a lei da vicino. Non li vide appena don Chisciotte che disse al suo scudiere: “O ch’io m’inganno, o debb’essere questa la più famosa avventura che siasi giammai veduta; perchè da quel gruppo o mucchio nero che là si scorge, io arguisco che debbon essere incantatori i quali ne menano prigioniera qualche principessa in quel cocchio; ed io devo ad ogni modo impedire così gran torto. — Quest’è ben peggio che i mulini da vento, disse Sancio: guardi bene, signore, quelli sono frati dell’Ordine di san Benedetto, e che sarà una carrozza di gente che viaggia al solito: badi bene a quello che dico, e stia avvertita su ciò che vuol fare, nè si lasci accecare dal diavolo. — Te l’ho già detto, rispose don Chisciotte, che tu non t’intendi di avventure: ciò ch’io dico è vero, e te lo proverà or ora l’effetto. Intanto [p. 70]fattosi innanzi si mise nel mezzo della strada ove i frati dovevano passare, e condottosi al punto da poter essere da loro inteso, sclamò con voce sonante: “Genti diaboliche e scomunicate, lasciate andar libere sull’istante le alte principesse che ne menate a forza prigioniere in quel cocchio, altrimenti preparatevi a ricevere subita morte per giusto castigo delle malvagie vostre opere„. Tirarono i frati la briglia alle mule, e si fermarono, colti dal più grande stupore, sì per la strana figura di don Chisciotte, come per le cose che diceva; poi gli risposero: “Signor cavaliere, noi non siamo gente nè diabolica nè scomunicata, ma due religiosi dell’Ordine di san Benedetto che andiamo pe’ fatti nostri; nè ci è noto che in questa carrozza ci siano o no principesse rapite. — A me, replicò don Chisciotte, non la darete ad intendere colle vostre melliflue parole, chè io ben vi conosco, malaugurata canaglia„, poi senz’attendere altra risposta, abbassata la lancia, spronò Ronzinante, e con sì gran furia andò incontro al frate più vicino, che se non si lasciava cader dalla mula, l’avrebbe fatto stramazzar in terra, o morto, o bruttamente ferito. Il secondo religioso, che vide il mal giuoco fatto al compagno, battè furiosamente la mula, e si diede a fuggire per la campagna colla rapidità del vento. Quando Sancio Panza vide il frate disteso in terra, smontò con prestezza dall’asino, e cominciò di botto a spogliarlo. Sopraggiunsero in questo punto due servitori dei frati, e domandandogli perchè gli rubasse i vestiti, Sancio rispose che quello era uno spoglio che se gli apparteneva legittimamente come bottino della vittoria guadagnata dal suo padrone don Chisciotte. I servitori che non sapevano di siffate burle, nè s’intendevano di bottini o di [p. 71] vittorie, vedendo don Chisciotte impegnato a parole con quelli che seguitavano il cocchio, diedero tante percosse a Sancio, che stramazzatolo in terra fuori di sentimento, non gli lasciarono pelo sul mento; e senz’aspettare un istante fecero rizzare il frate tutto tremante e avvilito e senza colore in viso; il quale, come si vide rimesso a cavallo, s’indirizzò alla volta del suo compagno che molto da lontano stava osservando e attendendo come dovesse finire tanta battaglia. E senz’altro indugio seguitarono il loro viaggio facendosi tanti segni di croce che se il demonio stesso li avesse inseguiti sarebbero stati ancor troppi. Stava don Chisciotte, come s’è detto, ragionando con la signora del cocchio, e le diceva: “La vostra bellezza, signora mia, può oramai disporre di sè medesima a suo senno, poichè la superbia di questi vostri assassini giace abbattuta al suolo mercè il valore del mio braccio; e perchè non abbiate a penar per sapere il nome del vostro liberatore siavi noto ch’io mi chiamo don Chisciotte della Mancia, cavaliere errante, venturiere e prigioniere della vezzosa senza pari Dulcinea del Toboso. In guiderdone del benefizio che avete ricevuto da me altro da voi non chieggo, se non che ve n’andiate al Toboso, e presentandovi per parte mia dinanzi a questa signora, le diate contezza di quanto ho operato per ridonarvi la libertà„. Uno scudiero tra quelli che seguitavano il cocchio, e ch’era biscaino, stava ascoltando tutto ciò che dicea don Chisciotte, e vedendo ch’egli non permetteva alla carrozza di proseguire pel suo cammino, ma l’obbligava a dar volta verso il Toboso, afferratagli la lancia, si fece a dirgli in cattivo castigliano e peggior biscaino: “Va, cavaliere, col tuo malanno: ti giuro per chi m’ha messo al mondo che se tu non lasci andar questo cocchio ti ammazzo da biscaino che sono„. Comprese benissimo don Chisciotte quant’egli avea detto, e con molta gravità gli rispose: “Se tu fossi cavaliere, che nol sei, vilissima creatura, il tuo temerario ardimento avrebbe a quest’ora trovato il meritato castigo„. Al che replicò il Biscaino: “Io non sono cavaliere? Giuro a Dio che tu menti come cristiano. Se porti lancia e cingi spada vedrai quanto presto il gatto te la graffierà via! biscaino in terra, idalgo in mare, idalgo pel diavolo! e mente chi porta altra opinione. — Or la vedremo, rispose don Chisciotte; e gittando la lancia in terra sfoderò la spada, imbracciò la rotella ed assalì il Biscaino con animo determinato a privarlo di vita. Il Biscaino che sel vide venire addosso a quel modo, avrebbe voluto smontar dalla mula (chè per essere delle più triste non potea fidarsene troppo) ma non riuscendo, cominciò ad adoperare la spada. Volle la sorte che trovandosi assai presso al cocchio ebbe opportunità di dare di piglio a un guanciale che gli servì di scudo, dopo di che vennero l’un [p. 72]contro l’altro a battaglia come due arrabbiati nemici. I circostanti facevano ogni potere per acchetarli, ma non vi riuscivano; perchè il Biscaino bestemmiando affermava che avrebbe ammazzato chiunque gli avesse impedita la zuffa, quand’anche fosse stata la sua padrona medesima. La signora del cocchio, maravigliata e impaurita per ciò che vedea, ordinò al cocchiere di scostarsi alquanto, e da lungi si pose ad osservare l’inviperito combattimento. Il Biscaino diede sì solenne fendente a don Chisciotte sopra una spalla, che se non lo avesse difeso la rotella lo partiva in due sino alla cintola. Il dolore di sì pericolosa ferita fece gettare uno strido a don Chisciotte, esclamando: “O Dulcinea, signora dell’anima mia, fiore della bellezza, date aita a questo vostro cavaliere, che per mostrarsi obbligato alla somma vostra bontà si trova in sì mortale cimento„. Il dir questo, lo stringere la spada, il coprirsi con la rotella, l’assaltare di nuovo il Biscaino fu un punto solo; ed erasi risoluto di azzardare un colpo affatto decisivo. Il Biscaino, che tutto previde e conobbe la determinazione di don Chisciotte oltremisura infuriato, pensò di fare lo stesso sopra di lui. Però fattosi scudo del suo guanciale, lo attese a piè fermo, non potendo indurre la mula a verun movimento; come quella che stracca e non avvezza a burle di questa sorte, non potea movere un passo. Erasi, come già s’è detto, mosso don Chisciotte contro l’accorto Biscaino con la spada alzata, divisando di partirlo per mezzo; e colla stessa risoluzione il Biscaino aveva alzata egli pure la spada difeso dal guanciale. I circostanti stavano impauriti ad attendere l’esito dei colpi terribili coi quali l’un l’altro si minacciavano; e la signora del cocchio e le le sue ancelle facevano mille voti e preghiere ai santi ed ai santuari tutti di Spagna affinchè Dio liberasse lo scudiere e loro stesse con lui, dal pericolo in cui si trovavano tutti. — Ma il male si è che l’autore della presente storia lasciò a questo punto [p. 73] sospeso il racconto, scusandosi col dire che intorno alle imprese di don Chisciotte non trovò scritto più di quello che sin qui è riportato. Vero è però che il secondo autore di quest’opera non volle credere che storia sì autorevole fosse caduta in oblio, nè si potè persuadere che vi fossero nella Mancia ingegni tanto da poco da non conservare negli archivi loro qualche foglio che trattasse dei fatti di un cavaliere cotanto illustre. Con questa persuasione pertanto non disperò di trovare il fine di sì piacevole storia; ed in fatti, col favore del cielo, la scoperse poi nella maniera che si dirà nel capitolo seguente.

CAPITOLO IX.

Come finisse la maravigliosa battaglia del prode Biscaino col valoroso Mancego.


Noi abbiamo lasciato il valoroso Biscaino e il celebre don Chisciotte colle spade nude ed alzate in atto di scagliare due furiosissimi colpi, e tali, che se coglievano in pieno, si sarebbero i combattenti sparati in due da cima in fondo a guisa di melagrane; ma fu appunto a questo passo sì decisivo che l’autore troncò la sua piacevole istoria, senza farci sapere dove avremmo potuto ritrovare quello che le mancava. Ciò produsse in me un gran dispiacere; perchè la soddisfazione del poco che ne avea letto, mi tornava in amarezza, pensando quanto sarebbe difficile rinvenire quel molto che mi pareva mancasse a così dilettevole racconto. Sembravami cosa impossibile e contraria ad ogni buona costumanza, che a sì gran cavaliere fosse mancato qualche savio che avesse pigliato l’incarico di scrivere le inaudite sue imprese; mentre non mancò mai a nessuno dei cavalieri [p. 75] erranti, di quelli, come dice la gente, che van cercando avventure. E in fatti ciascuno di essi teneva presso di sè uno o due savj a ciò deputati, i quali non pure scrivevano le loro geste ma ne mettevano in luce altresì i più minuti pensieri e le più recondite bagattelle; nè dovea il nostro cavaliere essere tanto disgraziato che gli mancasse quello di cui poterono vantarsi un Platir, e tanti altri simili a lui1. Io non poteva dunque indurmi a credere che sì bella storia fosse rimasta tronca e storpiata, e ne incolpavo il tempo consumatore e divoratore di ogni cosa, immaginandomi che la tenesse occulta o l’avesse consunta. In oltre per essersi trovate fra i suoi libri molte opere di autori moderni, come il Disinganno di gelosia, e le Ninfe e i Pastori di Henàres, sembravami che dovesse anche la storia sua propria esser recente; e che perciò se non era stata scritta potrebbe raccogliersi almeno dalla memoria delle persone del suo villaggio e dei paesi circonvicini.

Questo pensiero mi scaldava la fantasia, e facevami sempre più [p. 76]desideroso di sapere con ogni leal verità la intiera vita e i prodigi del nostro famoso spagnuolo don Chisciotte della Mancia, luce e specchio della mancega cavalleria, ed il primo che nell’età nostra e in tempi sì disgraziati si applicasse all’esercizio ed al travaglio dell’arme cavalleresche, a disfar torti, a soccorrer vedove, a difender fanciulle, di quelle s’intende, che armate dello scudiscio sui loro palafreni andavano di monte in monte e di valle in valle con tutta la loro virginità; e se non era qualche malvagio cavaliere o villano armato o smisurato gigante che le oltraggiasse, benchè nel corso di ottant’anni alcune non dormissero mai una volta al coperto, pur sarebbero morte intatte come la madre che le avea partorite. Dico dunque, e per questo e per molti altri rispetti, che il nostro don Chisciotte è degno di memorabili ed eterne lodi; le quali a me pure sono dovute per averne con tanta cura cercata tutta intiera la dilettevole vita. Ringraziato sia il cielo e la buona fortuna, senza il cui favore al mondo sarebbe mancato lo squisito diletto che potrà gustare per quasi due ore chiunque voglia leggere con qualche attenzione. Or ecco di qual maniera mi riuscì di scoprirla.

Trovandomi un giorno nella strada di Alcanà in Toledo, capitò un giovanotto a vendere scartafacci vecchi ad un mercante di seta; ed io che ho per costume di leggere ogni pezzo di carta, anche di quelle che ritrovo per via, tratto da questo mio istinto presi uno degli scartafacci che il ragazzo vendeva, e vidi ch’era scritto in caratteri che riconobbi essere arabici. Ma non sapendo leggerli, mi posi in attenzione per vedere se passasse per quella strada qualche Morisco spagnolizzato, nè mi fu difficile ritrovare siffatto interprete; perciocchè andandomene in cerca ne avrei trovati anche di quelli per una lingua più antica e più santa2. In fine la sorte me ne presentò uno al quale spiegai il mio desiderio nell’atto di consegnargli il libro, ed egli lo aperse; e leggendone un poco si mise a ridere. Gli domandai perchè ridesse, ed egli mi rispose ch’era per causa di una annotazione scritta in un margine. Lo pregai che mi facesse sapere che cosa diceva, ed egli, ridendo ancor più, soggiunse: “In questo margine è scritto così: Si dice che questa Dulcinea del Toboso, nominata sì spesso nella presente opera, avesse miglior mano di ogn’altra donna della Mancia nell’insalare i porci. Quando intesi dire Dulcinea del Toboso rimasi attonito e fuori di me, [p. 77] persuadendomi immantimenti che in quegli scartafacci si contenesse la storia di don Chisciotte. Con questa idea nella mente, lo pregai subito subito che mi leggesse il principio del libro; ed egli assecondando il mio desiderio, e traducendo l’arabico in castigliano, disse che stava scritto: Storia di don Chisciotte della Mancia scritta da Cid Hamet Ben-Engeli storico arabo. Durai molta fatica a dissimulare il contento che provai nel sentire il titolo di quel libro; e togliendolo di mano al setajuolo, comprai dal ragazzo tutti i fogli e gli scartafacci per mezzo reale: che se quegli avesse potuto conoscere a fondo il mio desiderio, me li avrebbe fatti pagare anche sei reali.

Ridottomi con quel Morisco nel chiostro della chiesa maggiore, lo ricercai che mi traducesse in lingua castigliana tutto ciò che risguardava don Chisciotte, senza farvi la menoma alterazione, offrendogli quella mercede che avesse chiesto. A prezzo di cinquanta libbre di uve passe e di due staja di grano mi promise di farne una buona e fedel traduzione, ed in tempo assai breve; ond’io per agevolar quest’affare e non lasciarmi sfuggir di mano sì bella fortuna, lo condussi a casa mia, dove in poco più di un mese e mezzo tradusse la storia al modo stesso come qui vien riportata3.

Trovavasi nel primo scartafaccio dipinta al naturale la battaglia di don Chisciotte col Biscaino, e in attitudine, come parla il libro, di tenere le spade per aria, l’uno coperto colla rotella, e l’altro col guanciale; e la mula del Biscaino espressa al vivo per modo da scorgere anche a un tiro di balestra ch’era mula da vetturino. A piedi del Biscaino stava scritto: don Sancio di Aspezia, chè doveva esser questo il suo nome, e in un altro cartello leggevasi a piè di Ronzinante: don Chisciotte. Vedevasi Ronzinante dipinto maravigliosamente tutto lungo, stirato, estenuato, debole, con il filo della schiena sì asciutto ed etico dichiarato a tal punto, che mostrava a tutta evidenza con quanta ponderazione e proprietà gli fosse stato posto il nome di Ronzinante. A lui dappresso stava Sancio Panza, che tenea l’asino pel capestro, ed appiè dello stesso eravi la iscrizione: Sancio Zanca[p. 78]essendo ciò derivato perchè teneva, a quanto mostrava la dipintura, una grossa pancia, statura piccola, stinchi lunghi, ond’è che fu chiamato Panza e Zanca; ed appunto con questi due soprannomi viene talvolta menzionato nella storia4. Avrei da notare alcune altre minuzie, ma sono di poca importanza, e non risguardano la relazione veritiera della storia, che non può essere cattiva se contien verità; e se pure vi fosse qualcosa da opporre alla veracità sua, non potrà ciò derivare se non se dall’esser arabo l’autore che l’ha scritta, essendo la bugia assai propria di quella nazione; benchè, come dichiarata nemica nostra, è da credere che abbia detto piuttosto poco che [p. 79] troppo. Ed io sono appunto di questo avviso, perciocchè quando doveva quell’autore impegnar la sua penna nelle lodi di sì buon cavaliere, sembra anzi che maliziosamente ne taccia; cosa mal eseguita e peggio pensata, dovendo gli storici avere la verità per primo scopo, e non lo spirito di parzialità: e l’interesse, il timore, l’odio o l’affezione non debbono sviarli dal sentiero della verità, la cui madre è la storia emula del tempo, deposito delle azioni umane, testimonio del passato, esempio e specchio del presente, e ammaestramento per l’avvenire. Ed io so che in questa si troverà tutto ciò che d’aggradevole puossi desiderare; e se vi mancasse qualche cosa di buono sarà per colpa del cane del suo scrittore5, non per mancanza mai del soggetto. In fine, la sua seconda parte, stando attaccati alla traduzione, cominciava a questa maniera.

Inalberate le taglienti spade quei valorosi e inveleniti combattenti pareva che minacciassero il cielo, la terra e l’abisso: sì eccessivi erano l’ardire e lo sdegno di cui avvampavano. Il primo a scaricare il suo colpo fu l’inviperito Biscaino, e fu sì grave e furioso che se non avesse piegata per aria la spada, bastava quel solo a dar fine a sì acerba contesa e ad ogn’altra ventura del nostro cavaliere; ma la buona sorte, che lo riserbava a fatti più luminosi, piegò la spada del suo nemico in guisa che sebbene cadesse sull’omero sinistro, non gli produsse altro male che di lasciarlo disarmato interamente da quel lato, tagliandogli gran parte della celata, e con essa metà dell’orecchio. Tutto questo cadde per terra con ispaventevol rovina, e don Chisciotte rimase malconcio. Deh, chi sarà mai che possa pienamente descrivere la rabbia ch’entrò allora nel cuore del nostro Mancego vedendosi a tale ridotto! Basti dire che si rizzò nuovamente sopra le staffe, e prendendo la spada a due mani tempestò con sì gran furia sopra il Biscaino, cogliendolo in pieno sul guanciale e sulla testa, che ad onta della sua buona difesa, come se gli fosse caduta sul capo una montagna, cominciò a perdere il sangue per le narici, per la bocca e per gli orecchi, ed a barellar con la mula, da cui sarebbe caduto se non si fosse aggrappato strettamente al collo. Gli uscirono però i piè dalle staffe, poi sciolse anche le braccia; laonde la mula, impaurita pel terribile colpo, si pose a correre per la campagna e a tirar calci, e dopo alquanto barcollare stramazzò insieme col suo padrone. Stavasi don Chisciotte con molta gravità guardandolo, ma come lo scorse a terra smontò da cavallo, e lestamente a lui appressatosi, nel presentargli la punta della spada [p. 80] agli occhi, gli disse che si arrendesse, o che gli avrebbe troncata la testa. Il Biscaino tutto confuso non potea risponder parola, e sarebbe finita male per lui, tanto il furore aveva acciecato don Chisciotte, se le signore del cocchio, che fino a questo punto aveano veduto con grande spavento quella contesa, non gli fossero corse incontro e e non lo avessero pregato con ogni istanza che per grazia e per loro intercessione donasse la vita a quel povero scudiere. E don Chisciotte con tuono grave e maestoso rispose: “Sono assai soddisfatto, belle signore, di compiacervi, ma a patto però che questo cavaliere mi dia parola di recarsi al Toboso, di presentarsi per parte mia alla signora Dulcinea, e di lasciarla arbitra del suo destino„. Le impaurite e sconsolate signore, senza cercare d’intendere quello che don Chisciotte volesse dire, e senza domandare chi fosse questa Dulcinea, gli promisero che lo scudiere avrebbe eseguito a puntino i comandi suoi. — Ebbene, soggiuns’egli, sulla fede di questa promessa io non gli farò altro male, benchè se lo abbia assai meritato.

CAPITOLO X.



Dei graziosi ragionamenti che passarono tra don Chisciotte e il suo scudiere Sancio Panza.



Il povero Sancio erasi intanto alzato di terra, malconcio per le percosse ricevute dai servidori dei frati; e guardando con grande attenzione alla battaglia del suo padrone don Chisciotte, pregava Dio in cuor suo che gli piacesse di dargli vittoria, affinchè guadagnasse qualche isola di cui lo facesse governatore, siccome gli avea promesso. Vedendo poi terminata la zuffa, e che il suo padrone tornava a salire su Ronzinante, gli andò a tenere le staffe, e prima ch’gli montasse se gli pose ginocchioni davanti, e presagli la mano gliela baciò, e gli disse: “Piacciavi, signor mio don Chisciotte, di darmi il governo dell’isola guadagnata in questa crudele battaglia; [p. 82]chè, per grande che essa debba essere, io mi reputo da tanto di saperla reggere così bene come ogn’altro che mai governasse isole al mondo„. Al che don Chisciotte rispose: “Bada bene, fratello Sancio, che quest’avventura e le altre siffatte, non sono avventure da isole, ma da venire solamente alle mani, e dove altro non si guadagna che finirla o colla testa rotta, o con un orecchio di meno; abbi pazienza, che mi si offriranno altre avventure per le quali ti farò salire non pure al grado di governatore, ma ad altro più elevato d’assai„. Aggradì Sancio le belle promesse del suo padrone, e ribaciandogli la mano e la falda della corazza, volle assisterlo a salire sopra Ronzinante; poi montato anch’egli sull’asino, cominciò a tener dietro al padrone, che di passo veloce assai, e senza far altre parole con le signore del cocchio, si cacciò in un bosco vicino.

Lo seguitava Sancio facendo trottare il giumento il più che potesse; ma Ronzinante correva sì presto, che il povero scudiero vedendosi restar addietro, cominciò a gridare che lo aspettasse. Don Chisciotte tirò a sè le redini finchè fu raggiunto dall’affaticato compagno che tosto si fece a dirgli: “Parmi, signore, che noi dovremmo ricoverarci in qualche chiesa, poichè essendo rimasto sì rovinato quell’uomo con cui siete venuto a battaglia, è ben facile che ne sia informata la Santa Hermandada1, e che ci vogliano metter prigione: che se questo accade, noi avremo a sudare un po’ troppo prima di essere scarcerati. — Taci là, disse don Chisciotte; e dove hai tu visto o letto che un cavaliere errante sia stato soggetto alla giustizia per quanti omicidi abbia fatti? — Io non so di omicidi, rispose Sancio, nè mai ho messo mano in vita mia nel sangue di alcuno; so bene che la Santa Hermandada veglia a punire coloro che van facendo zuffe e quistioni, e in altre cose non m’intrametto. — Non ti dar pensiero di questo, rispose don Chisciotte, ch’io ti trarrei dalle mani dei Caldei quando occorresse, non che da quelle della Hermandada; ma dimmi piuttosto: vedesti mai cavaliere sopra tutta la faccia della terra più valoroso di me? leggesti mai nelle storie che altri abbia mostrato più intrepidità nell’attaccare, più coraggio nel persistere, più destrezza nel ferire, più grande astuzia nell’atterrare? — Sia pur vero questo, rispose Sancio, da che io non ho letto giammai storia alcuna, non sapendo nè leggere nè scrivere; ma quello che posso affermare si è che non ho servito in vita mia padrone più ardimentoso di vossignoria; e piaccia a Dio che questo sì grande [p. 83] coraggio non vada a finire in quel modo che dissi poc’anzi. Ora quello di che sono a pregare la signoria vostra si è che prenda cura di medicarsi, mentre veggo che va perdendo sangue da questa orecchia; e giacchè tengo nella bisaccia dei fili e dell’unguento bianco.... — Tutto questo sarebbe inutile, rispose don Chisciotte, se mi fosse dato di avere un’ampolletta del balsamo di Fierabrasse2, chè con una sola goccia avremmo risparmiato il tempo e le medicine. — Che ampolla e che balsamo è questo? disse Sancio Panza. — È un balsamo, replicò don Chisciotte, la cui ricetta ho a memoria; ed è tale che l’uomo non deve più temere che alcuna ferita lo conduca a morire, per grande che sia; perciò quando io n’abbia, e te lo dia, se tu mi vedessi in qualche battaglia tagliato a mezzo, come suole spesso avvenire, altro non hai da fare che prendere quella parte del corpo che fosse caduta per terra, e con molta diligenza, prima che il sangue si rapprenda, congiungerla all’altra rimasta sopra la sella; avvertendo però di commetterle ugualmente e al loro giusto punto: ciò fatto mi darai da bere due gocce del balsamo di cui t’ho detto, e mi vedrai rimesso perfettamente in salute. — Se così è, disse Panza, io rinunzio da questo momento al governo della promessa isola, ed altro non domando in ricompensa de’ miei molti e buoni servigi, se non che la signoria vostra mi dia la ricetta di questo licore prezioso, ch’io credo bene che costerà più di due reali l’oncia; nè altro mi occorre per passare questa sciagurata vita senza fastidii. Ora ditemi quanto si può spendere a comporlo? — Se ne possono far tre bocce, rispose don Chisciotte, con meno di tre reali. — Corpo della vita mia, replicò Sancio, e perchè non si affretta la signoria vostra a farlo, e ad insegnarmene il modo? — Taci, amico, rispose don Chisciotte, chè ti metterò eziandio a parte di segreti di più alta importanza, e ti farò più larghi favori; ma per ora medichiamoci, perchè l’orecchio mi duole assai più del bisogno.

Sancio trasse allora dalle bisacce fili ed unguento, ma quando s’accorse don Chisciotte che la sua celata era rotta stette per perdere il [p. 84]cervello, e posta mano alla spada, e alzando gli occhi al cielo: “Fo giuramento, disse, a Dio e a’ suoi santi Evangeli di condurre la vita come il marchese di Mantova quando giurò di vendicare la morte del nipote suo Baldovino, cioè di non sedere a mensa preparata, nè di coabitar colla moglie, ed altro che ora non mi sovviene, ma che tutto ripeto però coll’intenzione, finchè io non prenda vendetta di colui che mi oltraggiò così indegnamente„. Sentendolo parlare in tal guisa, Sancio gli disse: “Badi la signoria vostra, signor don Chisciotte, che se il cavaliere adempì i comandi che ebbe da lei, di presentarsi cioè dinanzi alla signora Dulcinea del Toboso avrà fatto ogni suo dovere, nè merita ulterior pena, purchè non diventi reo di nuova colpa. — Tu parli e giudichi assai rettamente, rispose don Chisciotte; e quindi annullo il giuramento per ciò che risguarda il prender vendetta di lui, ma lo faccio e di nuovo il confermo quanto al condurre la vita che ho detto, finchè mi riesca di togliere a forza un’altra celata simile, e del pregio di questa, a qualche cavaliere: nè ti dar a credere, o Sancio, che sia questo un mio capriccio; chè anzi m’uniformo all’esempio di molti altri, poichè accadde il medesimo appunto a Sacripante per causa dell’elmo di Mambrino. — [p. 85] Deh, non si perda la signoria vostra in questa sorta di giuramenti che fanno gran danno alla salute, replicò Sancio, e recano molto pregiudizio alla coscienza: e poi ella favorisca dirmi: se corressero per avventura molti giorni senza ch’ella trovasse cui togliere la celata, che cosa faremo allora? Vorrà ella servire al giuramento a dispetto di tanti inconvenienti e disagi, come sarà il dormire vestito ed alla scoperta, ed altre mille penitenze contenute nelle proteste di quello sciocco vecchio del marchese di Mantova, che ora la signoria vostra vorrebbe avvalorare? Rifletta, mio signor padrone, rifletta che queste strade non sono battute da uomini armati, ma soltanto da vetturali e da carrettieri i quali non portano celate, anzi non le hanno nemmeno sentite nominare in tutto il corso della loro vita. — In ciò t’inganni d’assai, disse don Chisciotte, perchè noi non andremo più di due ore per questi crocicchi di strade senza incontrarci in armati più numerosi di quelli che andarono all’assedio di Albracca e alla conquista di Angelica la bella. — Sia pur così, disse Sancio, piaccia a Dio che la cosa termini in bene, e che giunga il tempo di guadagnare quest’isola che già mi costa sì cara, e poi voglio morire subitamente. — Te l’ho già detto, o Sancio, che non te ne devi pigliar fastidio, perchè quando mancasse un’isola, resta il regno di Danimarca o quello di Sobradisa, che ti calzeranno a proposito come anello al dito, ed hai gran motivo di rallegrartene essendo essi posti in terraferma: ma rimettiamo queste cose a suo tempo, e guarda se nelle tue bisacce hai di che possiamo rifocillarci ambidue, poi andremo in traccia di qualche castello in cui passare la notte, e poter fare il balsamo di cui t’ho parlato; perchè ti giuro in coscienza che mi sento gran dolore all’orecchio. — Ho qua una cipolla, un po’ di formaggio e qualche tozzo di pane, disse Sancio; ma questi non sono cibi adattati a sì valoroso cavaliere com’è vossignoria. — T’inganni a partito, rispose don Chisciotte: sappi che i cavalieri erranti si recano ad onore di non mangiar mai in un mese, e quando mangiano pigliano tutto ciò che vien loro offerto; della qual cosa tu saresti ben assicurato se avessi lette tante storie quante ne lessi io. Nè mai vi ho trovato notizia che i cavalieri erranti mangiassero, se non per caso, e in alcuni sontuosi banchetti ai quali erano invitati: negli altri giorni se ne stavano affatto digiuni, quantunque però non sia da credere che potessero passarsela senza mangiare e senza servire agli altri bisogni della vita, perchè in fatto eran uomini come noi; ma egli è da tenersi per fermo, che viaggiando nella maggior parte della loro vita per foreste e per deserti e senza cuoco, l’ordinario loro cibo fosse di rustiche vivande, appunto come quelle che tu adesso mi offri; di maniera che non ti rincresca di ciò [p. 86] che a me aggrada, nè ti pensare di cambiar l’ordine delle cose nel mondo, nè di far uscire l’errante cavalleria fuor dal suo centro. — Perdonimi la signoria vostra, disse Sancio, chè siccome io non so nè leggere nè scrivere, come altra volta le ho significato, non ho cognizione delle pratiche della professione cavalleresca; quindinnanzi farò provvista nelle bisacce d’ogni sorta di frutte secche per vostra signoria ch’è cavaliere, e per me, che nol sono, provvederò altre cose animali e di maggiore sostanza. — Non dico, replicò don Chisciotte, che sia obbligo de’ cavalieri erranti di non mangiare se non le frutte che tu vai nominando, ma voglio inferire che il loro più consueto nutrimento debba consistere in quelle, e in certe erbe da essi e da me ben conosciute, e che si trovano per le campagne. — Per verità, è molto opportuna la cognizione di siffatte erbe, perchè mi figuro che verrà qualche giorno in cui bisognerà approfittarne„. Così dicendo cavò dalle bisacce le cose già dette, e mangiarono amendue in buona pace e compagnia. Desiderosi poscia di cercare ove alloggiar quella notte, terminarono prestamente il loro povero ed asciutto desinare, e montati di nuovo a cavallo, affrettaronsi di giugnere a qualche paese prima che annottasse: ma col tramontare del sole mancò in essi la speranza d’arrivare dove desideravano, e trovandosi prossimi ad una capanna di caprai, pensarono [p. 87]di passar la notte in quel sito. Quanto spiacque a Sancio altrettanto invece si rallegrò il suo padrone di poter dormire a cielo scoperto; parendogli che ogni volta che ciò gli avveniva, fosse, come a dire, un guadagnarsi una buona prova della sua cavalleria.

CAPITOLO XI.



Di quello che avvenne a don Chisciotte con alcuni caprai.



Non avrebbero que’ caprai potuto accogliere don Chisciotte con maggior cortesia; ed avendo Sancio allogati alla meglio Ronzinante e il giumento, tenne dietro all’odore di certi pezzi di capra che bollivano al fuoco in una pentola. Egli avrebbe voluto vedere se trovavansi al punto di essere trasportati dalla pentola allo stomaco, ma se ne astenne, perchè i caprai li levarono dal fuoco. Distesero in terra alquante pelli di pecora, allestirono con gran celerità la loro rustica mensa, e chiamarono ambidue gli stranieri a convito colle dimostrazioni più vive del buon cuore che aveano. Si assisero intorno alle pelli sei di quei mandriani, avendo prima con rozze cortesie pregato don Chisciotte che sedesse sopra di un trogolo arrovesciato a tal uopo. Si pose don Chisciotte a sedere, e restò Sancio in piedi per dar da bere al padrone in una [p. 89] scodella di corno. Vedendolo stare così ritto ritto, il padrone gli disse: “Perchè tu conosca, o Sancio, il bene che in sè racchiude la cavalleria, e quanto tutti coloro che si esercitano in questo ministero possano sperare di essere prestamente onorati e stimati nel mondo, voglio che tu segga qui al fianco mio e in compagnia di questa buona gente, facendoti una stessa cosa con me, che sono il tuo padrone e il natural tuo signore; e che mangi nel mio piatto e beva nel mio bicchiere; perchè si può dire della cavalleria errante ciò che dell’amore, che adegua ogni diseguaglianza.... — Gran mercè! disse Sancio: ma io dichiaro a vossignoria, che dove trovassi da mangiare a mio gusto io mangerei assai meglio in piedi e da me solo, che seduto a lato di un imperatore: anzi per dire la verità, mi sa molto meglio quello che mangio in un cantuccio della mia casa senza tante smorfie e tanti riguardi, fosse anche soltanto pane e cipolla, che i galli d’India di altre tavole, dove bisogna masticar adagio, bever poco, pulirsi spesso, non istarnutire nè tossire se ne vien voglia, nè far altre cose lecite nella solitudine e nella libertà. Perciò, signor mio, questi onori che da vossignoria mi vengono impartiti per essere suo ministro e attinente alla cavalleria errante, e per essere suo scudiere, li tramuti in altre cose di mio maggior bisogno e profitto; chè questi, benchè s’intendano da me come ricevuti, li rinunzio da oggi sino alla fine del mondo. — Contuttociò devi sederti, disse don Chisciotte, perchè chi si umilia viene da Dio Signore esaltato„; e presolo per un braccio l’obbligò a stargli a lato per forza.

Non giugnenano i caprai ad intendere quel gergo di scudieri e cavalieri erranti; però mangiavano e tacevano tenendo gli occhi sui loro convitati, i quali con molta disinvoltura ingozzavano bocconi grossi come un pugno. Dopo mangiata la capra si pose in tavola una grande quantità di ghiande abbrustolite, e con esse una mezza forma di cacio più duro di un pezzo di smalto. Non istava frattanto oziosa la scodella di corno, ma andava attorno or vuota or piena, come la secchia che girando sulla rotella trae l’acqua dal pozzo, di modo che ben presto fu vuotato uno dei fiaschi che erano in mostra. Dopo che don Chisciotte ebbe il ventre bene pasciuto, prese una manata di ghiande, e guardandole attentamente, così si fece a dire: “Età fortunata, secoli avventurosi quelli che furon chiamati dagli antichi secoli d’oro! e non già perchè quell’oro, tanto stimato da questa nostra età di ferro, si conquistasse allora con minor fatica, ma perchè da quelli che viveano allora ignoravansi le due parole Tuo e Mio. Comuni a tutti erano le cose in quella età innocentissima; nessuno avea d’uopo per alimentarsi se non se di alzare la mano e di cogliere dalle [p. 90]robuste querce quel frutto saporoso e maturo che loro offerivano liberalmente. Le limpide fonti e gli scorrevoli ruscelli, dolci ed abbondanti acque somministravano. Nelle fessure delle rupi e nel vòto degli alberi stabilivano la repubblica loro le diligenti ingegnose api, offrendo senza premio veruno a qualunque rustica o gentil mano il frutto del dolcissimo loro lavoro. I grandi sugheri fornivano larghe e leggiere scorze per coprire le abitazioni fabbricate sopra rustiche travi, unicamente per difenderle dalla inclemenza del cielo. Tutto in quel tempo era pace, tutto amicizia, tutto concordia; nè ancora il pesante vomero del curvo aratro aveva ardito di aprire e investigare le viscere della prima nostra madre, perchè senza essere forzata da chicchessia porgeva da ogni banda del fertile e spazioso suo seno quanto poteva nutrire, sostenere e dilettare i figli che allora la possedevano. Le vaghe e semplici pastorelle andavano scorrendo di valle in valle e di collina in collina co’ capelli negletti, senza industriose trecce, senza più vesti di quelle necessarie a coprire ciò che [p. 91] in ogni tempo l’onestà comandò di celare. Non erano superfluamente adorni gli abiti come quelli dei nostri giorni che tinti vanno della porpora di Tiro, nè usavasi della seta in tante guise martirizzata. Erano allora le vesti tessute semplicemente con alcune foglie di verdi rombici e di ellera; e di questo apparivano così pompose e composte, come oggidì le dame di corte con tutte le rare e peregrine invenzioni insegnate dall’oziosa curiosità. Allora gli amorosi concetti dell’anima appalesavansi con quella semplicità colla quale nascevano, nè conoscevasi quel giro artifizioso di parole che li rende ora pericolosi, nè si sapeva che cosa fosse la frode; e nella verità e nel candore non frammischiavasi la malizia o l’inganno. La giustizia esercitava i suoi diritti senza che osassero recarle offesa l’interesse o il favore, dai quali a’ nostri giorni è contaminata e avvilita: e non conosceva la legge che cosa fosse arbitrio di giudici, perchè non eravi allora materia da giudicare o di cui domandare sentenza. Le oneste donzelle se ne andavano, come dissi, dovunque loro piaceva sole e signore di sè stesse, senza timore che l’altrui seduzione e sfacciataggine potessero macchiarle; se alcune perdevansi, n’era colpa la proprio loro volontà. Ma ora in questi nostri detestabili tempi nessuna giovane è sicura, quand’anche fosse custodita in un labirinto simile a quello di [p. 92] Creta; chè anche là per i buchi e per l’aria, per opera di una maledetta istigazione penetra l’amoroso contagio, e ne sovverte ogni buon principio. Ad oggetto pertanto di accorrere alla loro sicurezza, procedendo i tempi e crescendo ogni dì più la malizia, si è istituito l’ordine de’ cavalieri erranti, che difende le donzelle, tutela le vedove, e soccorre gli orfani, e tutti indistintamente coloro che han bisogno d’aiuto. Io sono di quest’ordine, caprai fratelli, ed aggradisco la cordiale accoglienza che faceste a me ed al mio scudiere; e quantunque per legge naturale siano obbligati tutti i viventi a dar favore agli erranti cavalieri, tuttavia conoscendo io che voi, senza sapere tale obbligo vostro, mi avete sì cortesemente accolto e favorito, è ben giusto che vi manifesti nella miglior guisa ch’io sappia, il mio gradimento„.

Tutta questa lunga diceria (che poteasi molto bene intralasciare) fu proferita dal nostro cavaliere perchè le ghiande che gli furono poste innanzi, gli fecero tornar in mente l’età dell’oro, e gli suggerirono di fare quell’inutile ragionamento ai caprai, i quali, senza mai aprir bocca, attoniti e maravigliati lo stettero ascoltando. Taceva anche Sancio, ma attendeva a ingollar ghiande visitando il secondo otro ch’era sospeso ad un ramo di sughiero, affinchè il vino si conservasse più fresco. Terminò la cena prima che don Chisciotte avesse finito di ragionare, ed uno de’ caprai si mise a dire: “Affinchè la signoria vostra, signor cavaliere errante, possa raccontare con maggior fondamento che qui è stata accolta con tutto buon cuore, vogliamo darle trattenimento e piacere con farle udire il canto di un nostro compagno, che non tarderà molto a venire. Egli è un giovane di buon giudizio e molto innamorato, e sopra tutto sa leggere e scrivere, e suona il ribecchino sì bene, che più non si potrebbe desiderare„. Appena il capraio ebbe ciò detto, che s’udì suonare quello stromento, e di lì a poco giunse il suonatore, ed era un giovane di ventidue anni e di assai buona grazia. I compagni suoi gli domandarono se aveva cenato, e rispose che sì; laonde colui che già prima aveva parlato di lui, gli disse: “Dunque, Antonio, potrai compiacerti di cantare un poco, affinchè questo nostro signor ospite vegga che si trova chi sa di musica anche tra i monti e le selve. Lo abbiamo informato della tua molta bravura, e desideriamo che tu gliene dia prove per non farci apparir menzogneri: ti prego per quanto sei buono a sederti ed a cantare la canzonetta degli Amori che compose il Benefiziato tuo zio, e che piacque tanto in tutto il nostro paese. — Oh volentieri, rispose il giovine; e senza farsi pregare altrimenti, si mise a sedere sul tronco di una recisa quercia, ed accordato il suo ribecchino, cominciò di là a poco il suo canto con assai gentil grazia in questa guisa:

[p. 93]“Tu m’adori, Olalla, ed io mel so, benchè tu non me l’abbi detto, nemmanco cogli occhi, mute lingue degli amori.

“Dachè scorsi che tu m’hai letto nel cuore, io confido che mi ami; però che amor conosciuto non fu mai infelice.

“Vero è bene che tu spesse volte mi desti indizio d’avere alma di bronzo e cuor di macigno nel bianco seno;

“Ma in mezzo alle ripulse ed agli onesti rimprocci, tal fiata anche la speranza mi ha pur mostrato il lembo della sua veste.

“E quindi a te costante si volge la mia fede, la quale nè per austero contegno vien meno, nè per gentilezza piglia baldanza.

“Ma se amore è cortesia, da quella che tu mi mostri io argomento quale debba essere il fine delle mie speranze:

“E se mai servitù può render benevolo un cuore, quella ch’io ti presto avvalora la mia fiducia.

“Tu per certo vedendomi ti sarai accorta ch’io nei dì del lavoro spesse volte m’indosso l’abito della festa;

“Perocchè sapendo che Amore e Gala vanno per uno stesso cammino, io ho voluto sempre apparirti pomposamente vestito.

“Taccio le danze fatte per te, e le canzoni che tu mi sentisti cantar la mattina quando cantano i galli.

“Taccio con quante lodi io celebrai la tua bellezza; le quali comunque veraci pur m’attiraron lo sdegno di alcune altre fanciulle.

“E la Teresa del Berocal un giorno mentr’io ti lodava mi disse: Tal pensa adorare un angelo e adora invece una scimmia,

“Illuso dai molti giojelli, dalle chiome posticce e da mentite bellezze che ingannano lo stesso Amore.

“Io la chiamai mentitrice; ed ella se ne adontò. Suo cugino levossi a difenderla, e già sai quello che l’uno e l’altro facemmo.

“Nè l’amor ch’io ti porto è spensierato, nè io t’amo con perversa intenzione.

“La Chiesa ha serici nodi da legar l’anime: piega il tuo collo a quel giogo, e vedrai s’io son presto a sottomettervi il mio.

“Ma se tu ricusi, io giuro pel mio santo benedetto di non uscir più di queste montagne se non per rendermi cappuccino„.

Così terminò il capraio il suo canto, e quantunque don Chisciotte lo pregasse di continuare, nol consentì Sancio Panza come colui che aveva molto maggior voglia di dormire che di ascoltare canzoni. Disse perciò al suo padrone: “Oramai converrà che la signoria vostra stabilisca dove intende di passar questa notte, perchè il lavoro a cui queste buone genti attendono tutto il giorno, non permette loro di passar la sera fra i canti. — Ah, ah, t’intendo, rispose don Chisciotte, e mi [p. 94] accorgo che le tue visite agli otri vogliono ricompensa di sonno più che di musica. — Non è cosa che dispiaccia ad alcuno, rispose Sancio; sia lodato il cielo. — Nol nego, replicò don Chisciotte, e prendi pure il tuo comodo; ma agli uomini della mia professione, meglio s’addice il vegliare che l’abbandonarsi al sonno; innanzi tutto però sarà bene medicarmi un’altra volta quest’orecchio; chè mi duol più che mai. Obbedì Sancio, e uno de’ caprai vedendo la ferita, gli disse di non darsene pensiero, giacchè gli applicherebbe un rimedio che facilmente lo guarirebbe. Prese in fatti alcune foglie di ramerino, di cui vi era grand’abbondanza in que’ monti, le masticò, e meschiatovi un po’ di sale, gliele applicò all’orecchio, e lo fasciò con gran diligenza, accertandolo che non abbisognerebbero di altre medicine, e disse la verità.

CAPITOLO XII.



Del racconto che fece un capraio a quelli che conversavano con don Chisciotte.



Stando in questi ragionamenti, giunse un altro garzone di quelli che solevano portare provvigioni dal villaggio, e disse a’ caprai: “Sapete, o compagni, quello che v’è di nuovo nel paese? — Come vuoi tu che il sappiamo? rispose uno di loro. — Vi dirò dunque, proseguì il garzone, che morì stamane quel famoso pastore studente che si chiamava Grisostomo, e si bisbiglia sia morto per l’amore che portava a quella indiavolata ragazza di Marcella, figlia di Guglielmo il ricco, colei che va vestita da pastorella per queste balze. — Per Marcella, dicesti? soggiunse uno di loro. — Sì, per cagione di lei, riprese il capraio; e il peggio si è che col suo testamento ordinò di sotterrarlo come un Moro, in campagna appiè del monte dov’è situata la fontana del Sughero, perchè ivi, a quanto si dice, Marcella fu da lui veduta la prima volta (ed affermano che lo dicesse egli stesso); altro ancora ordinò che gli abbati del luogo asseriscono non doversi eseguire, perocchè odora di gentilità. Ma Ambrogio, quel suo grande [p. 96] amico che gli fu compagno studente, e che al pari di lui si travestì da pastore, sostiene per lo contrario doversi eseguire compitamente ogni cosa a tenore delle ordinazioni di Grisostomo. Quindi tutta la popolazione è sossopra: ma per quello che se ne dice si farà poi quanto è voluto da Ambrogio e da tutti gli altri pastori suoi amici. Dimani lo vengono a seppellire con pompa nel luogo già detto; che sarà, senza dubbio, uno spettacolo commovente. Io per me non tralascerei di andare a vederlo quand’anche sapessi di non doverne ritornare la sera. — Noi tutti faremo lo stesso, dissero i caprai, e caveremo a sorte a cui tocchi di rimaner qui a custodire le capre. — Dici bene, o Pietro, soggiunse uno di loro; ma non sarà necessario di ricorrere alla sorte, mentre io mi tratterrò qui guardiano per tutti: nè lo attribuite a virtù, o a mia poca curiosità, giacchè non mi permetterebbe di camminare quello spino che l’altro giorno mi si conficcò in questo piede. — Comunque sia, non lasciamo di essertene grati, soggiunse Pietro.

Don Chisciotte pregò Pietro che gli dicesse chi fosse il giovine morto e chi la pastorella; e Pietro rispose che altro non ne sapea se non che il morto era figliuolo di un idalgo assai ricco abitante di un borgo di quelle montagne, il quale dopo avere passati molti anni studiando in Salamanca erasi ripatriato con riputazione di aver molto imparato e letto moltissimo. Dicevano specialmente che possedesse la scienza delle stelle, e di ciò che fanno colassù in cielo il sole e la luna, perchè ne prediceva puntualmente le crisi. — Eclissi si chiama, e non crisi, l’oscurarsi di questi due lumi maggiori, disse don Chisciotte. Ma Pietro, che non la guardava così nel sottile, proseguì il suo racconto dicendo che indovinava anche quale sarebbe stato l’anno fertile, e quale lo stile. — Sterile, dovete dire, soggiunse ancora don Chisciotte. — Sterile o stile, rispose Pietro, è tutt’uno. Aggiungo che tali sue predizioni arricchirono assai suo padre e gli amici suoi che gli davano fede, perchè seguivano i suoi consigli quando diceva: Seminate ceci in quest’anno e non orzo: quello che viene darà un’abbondante ricolta d’olio: non se ne raccoglierà una goccia sola nei tre seguenti. — Questa scienza chiamasi Astrologia, disse don Chisciotte. — Io non so come si chiami, replicò Pietro; mi è noto bensì che egli sapea tutto questo, e assai più ancora. Finalmente non passarono molti mesi dopo il suo ritorno da Salamanca, ed ecco che un bel dì egli comparve vestito da pastore, con verga e pelliccia in vece degli abiti da studente che soleva portare; e insieme con lui si vestì da pastore un altro suo grande amico, chiamato Ambrogio, già suo compagno di studi. Mi dimenticava di farvi sapere che il defunto Grisostomo fu molto [p. 97] valente in comporre canzoni, per modo che facea laudi da cantarsi nella notte di Natale, e rappresentazioni per la festività del Corpus Domini, eseguite poi da’ ragazzi del nostro paese; e si diceva ch’erano bellissime. Ricordami che quando gli abitanti del villaggio videro così in un subito travestiti da pastori que’ due studenti, restarono meravigliati, non sapendo immaginare qual causa indotti gli avesse a cangiamento sì strano. Era già morto intanto il padre di Grisostomo, ed egli tra di mobile e di terreni, oltre non piccola quantità di bestiame e una somma considerabile di contante, si trovò erede di una buona sostanza. Di tutto ciò restò egli assoluto padrone; e in verità che meritava ogni bene, per essere fedel compagnone, caritatevole ed amico dei buoni: aveva inoltre una faccia come una benedizione. Si riseppe dipoi non per altro aver lui mutato abito, che per seguitare a sua voglia in queste deserte campagne la pastorella Marcella, di cui lo sventurato Grisostomo s’era invaghito.

“Ora poi trovo a proposito di farvi anche sapere chi sia questa ribalda, di cui forse, anzi senza forse, non avrete sentito cosa più trista in tutto il tempo della vostra vita, benchè foste vissuti più anni che non è vissuta la Sarna. — Dite Sara, replicò don Chisciotte, non potendo soffrire le storpiature dei nomi che il capraio veniva facendo. — La Sarna, rispose Pietro, è più viva; ma se voi, signore, mi andrete interrompendo a ogni passo, non la finiremo in un anno. — Perdonate, amico, disse don Chisciotte, io v’ho interrotto per la somma differenza che corre tra Sarna e Sara, ma voi avete ragione dicendo ch’è più viva la Sarna che Sara1: proseguite la vostra storia, chè non interromperò più il discorso. — Dico dunque, mio signore amatissimo, soggiunse il capraio, che fu nella nostra terra un contadino ancora più ricco del padre di Grisostomo, che si chiamava Guglielmo, al quale il cielo, oltre le molte ed ampie ricchezze, diede una figliuola, la cui madre, che fu una delle più onorate donne che si ritrovassero in questi contorni, morì nel metterla in luce. Mi pare di vederla tuttavia la buona donna con quella sua faccia, che da una parte pareva il sole e dall’altra la luna; ed era soprattutto amica de’ poverelli, donde io tengo per fermo che sia presentemente a godere nel cielo un’eterna felicità. Il dolore della morte di sì buona moglie condusse a morire anche il marito Guglielmo, lasciando Marcella bambina e ricchissima, sotto la custodia di un suo zio sacerdote e beneficiato della nostra terra. Crebbe la ragazza in tanta bellezza che ben ne facea ricordare di [p. 98]quella di sua madre ch’era pur molta: anzi pronosticavano che la figlia dovea superarla; e fu così veramente: perchè giunta tra i quattordici e i quindici anni, chiunque la vedeva ringraziava Dio di averla creata sì bella, e i più ne restavano presi e ne impazzavan d’amore. Suo zio la tenea custodita e appartata dal mondo; e nondimeno la fama della sua avvenenza si diffuse per modo, che tanto per questa quanto per le sue grandi ricchezze, molti non solo dei nostri paesi, ma anche di luoghi lontani, e persone di grande stato, pregavano, sollecitavano e importunavano lo zio che loro la desse per moglie. Egli però (ch’era buon cristiano davvero) tuttochè non avesse altro desiderio che di maritarla, come la vide pervenuta all’età competente, non volle pigliare veruna deliberazione senza averne prima il suo parere; lontano del tutto dal vagheggiare l’amministrazione del suo ricco patrimonio, e sdegnando di trarne alcun vantaggio coll’indugiare questo accasamento. Vi so dire, o signore, che quest’era la voce comune a giusto encomio di quel buon sacerdote; e sappiate che in questi paesi piccioli si parla di tutto, e si fanno, occorrendo, dei giudizii temerari; di maniera [p. 99] che dovete essere certo quanto lo sono io medesimo, che quel religioso fosse di egregio carattere, poichè tutti credevano di dovere dir bene di lui, e specialmente quelli della campagna. — Quest’è vero, disse don Chisciotte, e tirate innanzi, chè il racconto è interessante, e voi, buon Pietro, lo fate di assai buona grazia. — Non mi manchi il vostro compatimento, e quest’è quello che desidero.

“Sappiate dunque, che sebbene il buon zio facesse alla nipote l’offerta dei molti che la chiedeano in isposa, e le facesse conoscere le buone qualità di ciascuno indistintamente, pregandola di eleggere quello che più le piacesse, null’altro rispondeva la giovane se non che per allora non avea intenzione di maritarsi; e che conoscendosi giovane assai, non si teneva ancora da tanto da poter sostenere i gravi pesi del matrimonio. Credendo a queste scuse, che in apparenza sembravano giuste, lasciava lo zio d’importunarla, sperando che coll’avanzare in età ella saprebbe poi scegliersi uno sposo di suo pieno gradimento. Diceva egli (e a buon diritto il diceva) che i giovani non devono essere costretti dai genitori ad accasarsi contro lor grado. Ma intanto ecco all’improvviso, e quando meno altri l’avrebbe pensato, la schizzinosa Marcella divenuta solitaria pastorella, e, senza farne motto alcuno al tutore nè a verun altro, per non essere disapprovata, darsi a vivere nella campagna con altre giovinette di [p. 100] questo paese, ed accignersi a guardare da sè stessa il suo bestiame. Quando ella si fece vedere da tutti, ed apparve pubblicamente la sua bellezza, non vi saprei dire quanti giovani cittadini e villani, preso il vestito di Grisostomo, le andassero dietro, e le dicessero amorose parole per queste campagne. Uno di costoro, come già vi ho detto, fu il nostro defunto, il quale, non che amarla, potea dirsi che l’adorasse. Niuno supponga che l’avvenente Marcella per essersi data a quella vita libera e sciolta da ogni riguardo si allontanasse pur un momento da quanto esigono il più savio contegno e la più rigorosa onestà; chè anzi tale e tanta si è la custodia in che tiene sè stessa, che fra i molti che la vagheggiano e la importunano non fu mai chi siasi vantato, o chi possa ora vantarsi di avere avuto da lei la menoma speranza di conseguire i suoi desiderii. Perocchè sebbene non fugga, nè si sottragga alla compagnia ed al conversar co’ pastori, anzi li tratti con affabilità e gentilezza, tostochè le scoprono le loro benchè giuste e oneste intenzioni di matrimonio, essa li allontana da sè un tratto di balestra. Questa sua condotta reca al nostro paese danno maggiore che se vi fosse entrata la pestilenza; perchè la sua affabilità e bellezza costringe i cuori che se le affezionano a portarle servitù ed amore; ma i suoi rifiuti e il suo disinganno li conduce al partito della disperazione, nè sanno che dirle se non se chiamarla ad alta voce ingrata e crudele, con somiglianti altri nomi che fan testimonio alla sua buona condotta. E se voi per avventura rimaneste qui, o signore, un qualche giorno, udireste risonar queste valli dei lamenti di quelli che anche senza speranza le stanno d’attorno. Non è molto di qui lontano un luogo dove trovansi forse due dozzine di altissimi faggi, e non ve n’ha pur uno che non abbia inciso nella corteccia il nome di Marcella, e tale ve n’ha altresì che nella cima porta una corona intagliata nello stesso albero, volendo con ciò significare che Marcella è degna di essere incoronata sopra tutte le altre belle. Qua sospira un pastore, di là si lamenta un altro; da questo lato risuonano canzoni amorose, dall’altro elegie disperate; passa taluno la intera notte appoggiato a qualche quercia o balza, dove poi senza chiudere gli occhi piangenti, si trova assorto ne’ suoi pensieri la seguente mattina al levare del sole. Evvi tal altro che senza dar tregua o posa a’ sospiri suoi innalza al pietoso cielo i lamenti, giacendo steso sopra l’ardente arena nel più cocente meriggio della state; e di questo, e di quello, e di tutti insomma, libera e sciolta trionfa la vezzosa Marcella. Noi, che la conosciamo, stiamo a vedere a qual termine debba riuscire tanta sua alterezza, e chi abbia ad essere quell’avventurato a cui riesca a domare sì terribile orgoglio, e trionfare di una bellezza sì peregrina. [p. 101] Siccome non si può rivocare in dubbio tutto quello che vi ho narrato, così credo anche pienamente vero quanto riferì il nostro pastore intorno alla causa della morte del nostro Grisostomo. Vi consiglio pertanto, o signore, che non tralasciate d’intervenire dimani a’ suoi funerali, che sarà uno spettacolo singolare, avendo Grisostomo avuti molti amici; nè più di mezzo miglio di qua distante si è il luogo dove sarà sotterrato. — V’interverrò per certo, disse don Chisciotte, e vi ringrazio del diletto che mi procacciaste col racconto di avvenimento tanto curioso. — Eppure, replicò il capraio, io vi confesso di non conoscere nemmanco la metà de’ casi occorsi agli amanti di Marcella; ma potrebb’essere che dimani c’incontrassimo in qualche pastore che per disteso ce li raccontasse; intanto sarà bene che ve n’andiate a riposare al coperto, perchè il dormire a ciel sereno potrebbe inasprirvi la ferita, sebbene la medicina applicatavi sia di tale efficacia da togliere ogni timore di verun sinistro accidente„.

Sancio Panza, che già malediceva in suo cuore la diceria del capraio, eccitò a tutto suo potere il padrone perchè si ritirasse nella capanna di Pietro. Vi si recò don Chisciotte, ma spese la maggior parte della notte nel pensare alla sua signora Dulcinea, imitando gli innamorati di Marcella. Sancio si coricò il meglio che potè tra Ronzinante e il giumento, e dormì non come un amante sventurato, ma come uomo pesto da una furia di battiture.


CAPITOLO XIII.



In cui si finisce il racconto delle vicende di Marcella, con altri avvenimenti.



Ma appena cominciò pei balconi d’oriente a spuntare il giorno, che cinque tra i sei caprai levatisi, furono a svegliare don Chisciotte, dicendogli ch’era tempo di andar a vedere il famoso funerale di Grisostomo, e ch’eglino gli sarebbero compagni di viaggio. Don Chisciotte, che altro non bramava, levossi, ed ordinò subito a Sancio di sellar Ronzinante, e mettere la bardella al giumento. Sancio obbedì prontamente, e tutti si posero in via.

Non aveano camminato un quarto di lega quando all’attraversar di un viottolo videro venire alla lor volta sei pastori vestiti con pelliccie nere, portando in testa una ghirlanda tessuta di cipresso e d’oleandro. Teneva ognuno di essi in mano un grosso bastone di sorbo, e li seguitavano due gentiluomini a cavallo vestiti sfarzosamente [p. 103] da viaggio, con tre servitori a piedi. Quando furono insieme, reciprocamente si fecero cortesi saluti; domandaronsi a vicenda a qual parte fossero diretti, e poichè tutti si avviavano al luogo del funerale, procedettero in numerosa compagnia. Uno di quelli ch’era a cavallo, parlando col suo compagno, disse: — Parmi, signor Vivaldo, che sarà bene impiegato il tempo che occuperemo in assistere a questo famoso mortorio; chè tale sarà certamente considerando quello che ci hanno detto cotesti uomini delle tanto straordinarie cose toccanti sì il pastore defunto come la pastorella omicida. — Sono io pure dello stesso avviso, rispose Vivaldo, e vi assicuro che a tal oggetto consacrerei, occorrendo, ben quattro giorni non che uno solo. Domandò loro don Chisciotte che cosa aveano inteso di Marcella e di Grisostomo; e quel medesimo viaggiatore rispose che incontratisi quella mattina in alcuni pastori, e chiestili della cagione di quel funereo abbigliamento, uno di essi avea raccontata la stravaganza e la bellezza di una pastorella, nominata Marcella, e gli amori di molti che la vagheggiavano, con la morte di quel Grisostomo che recavansi a veder sotterrare. Infine egli replicò il racconto fatto prima da Pietro a don Chisciotte.

Da questo passarono ad altro discorso, chiedendo colui che si chiamava Vivaldo a don Chisciotte, perchè andasse armato a quella foggia in sì pacifica terra. A cui don Chisciotte rispose: “La professione a cui mi son dato non mi consente nè mi permette di vestire altrimenti. Il passo agiato, i piaceri, il riposo sono fatti soltanto pei dilicati cortigiani; ma il travaglio, la inquietudine e l’arme s’inventarono e sono proprie di quelli che vengono chiamati dal mondo cavalieri erranti, de’ quali io, benchè indegno, sono il minore di tutti„. Non l’ebbero appena sentito parlare in questo modo che lo tennero per uomo scemo; e per accertarsene maggiormente e conoscere il genere della sua pazzia, tornò a domandargli Vivaldo che cosa fosse un cavaliere errante.

“Non hanno le signorie loro, rispose don Chisciotte, letto mai gli annali e le storie d’Inghilterra, che narrano le celebri imprese del re Arturo, comunemente nel nostro volgare castigliano chiamato il re Artus? il quale è tradizione universale in tutta la gran Brettagna che non morì, ma che per arte magica fu convertito in corvo, e che risalendo col volger dei tempi sul trono riprenderà il suo scettro? E in prova di questo non si è mai dato il caso che nessun Inglese dopo d’allora uccidesse un corvo1. Al tempo dunque di [p. 104] questo buon re fu istituito quel famoso ordine di cavalleria, chiamato della Tavola Rotonda2, e vi accaddero, cosa vera, gli amori che si raccontano di don Lancilotto del Lago con la regina Ginevra, dei quali fu consapevole e mezzana quell’ornatissima matrona, chiamata donna Chintagnona. Nacque su tal fondamento quella canzone sì celebre, e cantata sì di frequente nella nostra Spagna:

Non fu al mondo cavaliere
Dalle dame tanto amato
Quanto il prode Lancilotto
Di Brettagna ritornato:


con quel sì dolce e soave progresso de’ suoi amori e delle sue formidabili imprese. Da allora in qua si andò poi sempre più dilatando quell’ordine di cavalleria per diverse parti del mondo, e in essa si resero celebri e conosciuti per le loro geste il valoroso Amadigi di Gaula con tutti i figli e nipoti suoi fino alla quinta generazione, ed il prode Felismarte d’Ircania, il non mai celebrato abbastanza Tirante il Bianco, e colui che quasi fin a’ giorni nostri abbiamo veduto, trattato ed udito, l’invincibile e valente cavaliere don Belianigi di Grecia. Questo, o signori, è l’essere vero cavaliere errante, questo è l’ordine di cavalleria da me poc’anzi accennato, nella quale, benchè peccatore, ho fatto la professione, e mi esercito allo stesso modo dei cavalieri soprannarrati. Io dunque me ne vado errando per queste solitudini e deserti in traccia di avventure, con deliberato animo di offrire il [p. 105] mio braccio e la mia persona ai cimenti più perigliosi che mi presenti la sorte per soccorrere i deboli, e chiunque cui fia necessario il mio ministerio„.

Uditi tali ragionamenti, finirono di assicurarsi quei passeggeri che don Chisciotte era uscito del senno, e conobbero il genere di follia che lo dominava, di che restarono maravigliati come accadeva a tutti coloro che per la prima volta se ne accorgevano. Vivaldo, come uomo di molto buon senso e faceto, per rallegrare il cammino che ancor rimaneva al sito del mortorio, diede eccitamento ai pazzi discorsi di don Chisciotte, dicendogli: “Sembrami, signor cavaliere errante, che vossignoria siasi dedicata ad una delle più rigorose professioni di tutto il mondo, e sono di avviso che non sia altrettanto stretta quella dei Certosini. — Ben potrebb’essere altrettanto stretta, rispose [p. 106] il nostro don Chisciotte; ma sono a due dita dal porre in dubbio s’ella sia altrettanto necessaria al mondo; perchè, se debbo dire il vero, il soldato che eseguisce gli ordini del suo capitano non fa meno del capitano stesso il quale comanda: e voglio inferire che i religiosi con tutta pace e tranquillità implorano il cielo propizio alla terra; ma noi soldati e cavalieri, noi mettiamo in esecuzione ciò ch’essi domandan pregando, poichè difendiamo la terra col valore delle nostre braccia e col filo delle nostre spade; nè già in luogo chiuso, ma a cielo scoperto, esponendoci agli ardori più cocenti e insoffribili della state, non meno che ai più rigidi geli del verno. Così possiamo chiamarci ministri di Dio qui in terra; e siamo le [p. 107] braccia per le quali si eseguisce la sua giustizia; e siccome le cose della guerra, e quanto ha relazione con esse non possono effettuarsi se non con sudori, affanni ed eccessivi travagli, perciò ne segue che chi la professa si affatica senza confronto più di coloro che tranquilli e riposati pregano Dio di soccorrere chi è da poco e meschino. Non voglio dire, nè mi passa pur pel pensiere, che sia meritoria egualmente la condizione del cavaliere errante, come quella del religioso claustrale; ma intendo concludere, per quel molto che soffro, che sia molto più travagliosa, affamata, assetata, piena di miserie, stracciata e pidocchiosa: mentre, non v’ha dubbio, che i cavalieri erranti, i quali già furono, non abbiano passato in mezzo ai guai il corso della loro vita. E se alcuni giunsero a divenire imperadori3 mercè il valore del loro braccio, affè che lo guadagnarono a prezzo di sangue e di sudore, e se a quelli che salirono a sì alto grado fossero mancati incantatori e savii per prestar loro ogni aiuto, vi so ben dire che sarebbero rimasti defraudati ne’ lor desiderii ed ingannati a partito nelle loro speranze. — Sono della vostra opinione ancor io, replicò il passeggero, ma una cosa che fra molte altre mi sembra mal fatta da’ cavalieri erranti, si è che quando stanno per mettersi in qualche evidente pericolo della vita, sul punto più importante non si sovvengono mai di raccomandarsi a Dio, come dovrebbe pur fare ogni buon cristiano in simiglianti pericoli; ed invocano in cambio le loro signore con tanto fervore e con sì gran devozione come se fossero altrettante deità: cosa che a mio parere pizzica di gentilesimo4. — Non può essere altrimenti, rispose don Chisciotte: e quel cavaliere che diversamente operasse, cadrebbe in mala ventura; mentre è pratica e costumanza della errante cavalleria, che il cavaliere nel cimentarsi a qualche gran fatto d’arme debba tenersi presente la sua signora, a lei dolcemente e con amorosa intenzione rivolgere gli occhi, e a lei chiedere soccorso e favore nel dubbioso evento che va ad incontrare; e quand’anche non v’abbia chi lo ascolti è almeno obbligato a proferire alcune parole fra’ denti colle quali di tutto cuore se le raccomandi a lei, di che abbiamo nelle storie innumerabili esempi. Nè perciò s’ha da intendere che debbano tralasciare di raccomandarsi a Dio; chè resta loro tempo ed agio [p. 108] di farlo nel corso della ventura5. — Ad onta di tutto questo, replicò il passaggero, mi resta uno scrupolo, ed è che sovente ho letto come vengono a parole fra loro due erranti cavalieri, e che d’una in un’altra si accendono, sbuffano, voltano i cavalli, pigliano il campo, e prima di venire a scontrarsi, alla metà della corsa si raccomandano alle loro signore; ciò poi che suole accadere in simili incontri si è che uno cade rovescione dal suo cavallo passato fuor fuora dalla lancia nemica, e l’altro, se non s’attiene alla chioma, stramazza egli pure sul fatto. Ora domando io, come potè quello ch’è morto trovar il tempo da raccomandarsi a Dio in uno scontro tanto precipitoso? Sarebbe stato assai meglio che le parole indirizzate nella sua carriera alla signora, le avesse rivolte a chi è tenuto di volgerle ogni buon cristiano; tanto più ch’io mi penso che non tutti i cavalieri erranti abbiano signore alle quali raccomandarsi: perchè non tutti saranno innamorati. — Ciò non può essere, rispose don Chisciotte, e ripeto che non può essere che siavi errante cavaliere senza la dama, mentre è sì proprio e naturale a loro di essere innamorati come al cielo di brillare di stelle; ed io sono sicurissimo che non vi ha notizia d’alcun cavaliere errante senza amori: nel qual caso non sarebbe egli tenuto per legittimo cavaliere, ma per bastardo; e si direbbe ch’entrò nella fortezza della cavalleria, non per la porta, ma per le muraglie a guisa di ladro e di assassino6. — Eppure a fronte di tutto ciò, soggiunse il passeggero, sembrami, se male non mi ricordo, di aver letto che don Galaorre, fratello del valoroso don Amadigi di Gaula, non trovò donna cui dichiarar sua signora ed a cui raccomandarsi, e non pertanto fu tenuto in gran conto, e meritò il grado e l’onore di celebre e valoroso cavaliere„. Rispose don Chisciotte: “Signor mio, un fiore non fa primavera; e poi io so che segretamente era innamoratissimo, e per sopra più avea una naturale inclinazione ad amare tutte le donne che gli andavano a grado; ma in sostanza è poi provatissimo ch’egli n’ebbe una sola dominatrice della sua volontà, cui raccomandavasi bene spesso, e in gran segretezza, perchè si pregiò di essere cavaliere segreto. — Se dunque è cosa essenziale, soggiunse l’altro, [p. 109] che ogni cavaliere errante debba essere innamorato, dobbiamo perciò concludere che lo sia pure la signoria vostra, come uno della professione; e s’ella non ambisce di essere tanto segreto quanto don Galaorre, la prego con ogni istanza, anche a nome di quanti sono in questa compagnia, che ci palesi il nome, la patria, le qualità e la bellezza della sua signora; la quale, senza dubbio, avrà caro che il mondo intero sappia ch’è amata e servita da un cavaliere di sì alta portata, come vostra signoria mostra di essere„. A questo punto don Chisciotte mandò un profondo sospiro e disse: “Io non posso affermare se alla mia dolce nemica piaccia o no che si sappia dal mondo ch’ella è da me servita; so dir solamente, rispondendo a quello di cui tanto caldamente sono richiesto, che il suo nome è Dulcinea, la sua patria il Toboso, villaggio della Mancia, e la sua condizione debb’essere per lo meno quella di principessa, essendo signora e regina mia; sovrumana poi è la sua bellezza, giacchè sono veri e reali in lei tutti gl’impossibili e chimerici attributi della perfezione che i poeti attribuiscono alle loro amanti; e sono oro i capelli, è un eliso la fronte, archibaleni le ciglia, due soli gli occhi, rose le guance, coralli i labbri, perle i denti, alabastro il collo, avorio le mani, neve la bianchezza... — Il lignaggio, la prosapia e l’origine desideriamo saperne, disse Vivaldo. Al che don Chisciotte rispose: “Non è costei degli antichi Curzi, Cai, o Scipioni romani, nè dei moderni Colonna e Orsini; nè dei Moncada e Recheseni di Catalogna; nè dei Rebelle e Viglianuova di Valenza, dei Palafox, Nuzze, Roccaberti, Coreglie, Lune, Magona, Urèe, Foz e Guerree di Aragona; dei Zerde, Maurichi, Mendoza e Guzmani di Castiglia; dei Alencastri, Paglie e Menessi di Portogallo; ma discende da quelli del Toboso della Mancia, lignaggio moderno bensì, ma pur tale da dar principio alle più illustri famiglie de’ secoli avvenire. Nè vi sia chi osi contraddirmi se non a patto di quello che Zerbino appiè del trofeo delle armi di Orlando scrisse in questi termini:

                                Nessun le muova,
Che star non possa con Orlando a prova.


Sebbene il mio casato sia de’ Caccioppini7 di Laredo, disse allora il passaggero, non oserei di porlo a petto di quello del Toboso della [p. 110] Mancia, ad onta che mi sia ignoto interamente. — Come ignoto? replicò don Chisciotte.

Stavansene gli altri tutti ascoltando con somma attenzione questi discorsi in forza dei quali fino gli stessi caprai e pastori conobbero che il nostro don Chisciotte era pazzo dichiarato. Il solo Sancio Panza tenea per vero quanto dicevasi dal suo padrone, sapendo chi egli era, ed avendolo conosciuto fin dal suo nascere. Metteva tutt’al più qualche dubbio nel credere tante rare cose intorno alla bella Dulcinea del Toboso, mentre da che era al mondo, non avea mai udito nominare una tal principessa, benchè fosse vissuto sempre vicinissimo al Toboso.

Viaggiavano pertanto trattenendosi in questi colloqui allorchè videro discendere dalla sommità di due alte montagne circa venti pastori, tutti vestiti con pellicce di lana nera, e coronati di ghirlande, che poi si conobbe essere di tiglio e di cipresso. Sei di costoro portavano una bara coperta con fiori e con rami di varie sorta; ed uno de’ caprai ciò vedendo si fece a dire: “Quelli che vengono da [p. 111] quella parte trasportano il corpo di Grisostomo, ed il sito dov’egli comandò di essere seppellito è alle falde di quella montagna„. Allora affrettaronsi tutti a raggiungerli, e arrivarono appunto quando quelli che venivano aveano deposta la bara; e già quattro pastori con acuti picconi di ferro stavano scavando la sepoltura ai piedi dell’alpestre balza. Fecero gli uni agli altri cortese accoglimento, e mettendosi don Chisciotte co’ suoi compagni ad esaminare la bara, vide in essa giacere coperto un corpo morto inghirlandato di fiori, in abito di pastore, dell’età, a quanto pareva, di trent’anni, e tuttochè morto, mostrava di avere avuto un bell’aspetto ed una gagliarda complessione. D’intorno a lui sulla bara stavano alquanti libri e molte carte aperte e suggellate.

Quelli che si trovavano presenti, come gli altri che stavano scavando la sepoltura, senza distrarsi dalle loro incombenze serbavano un maraviglioso silenzio, finchè uno di quelli che aveva portato il defunto disse ad un altro: “Esamina bene, o Ambrogio, se questo è il sito indicato da Grisostomo, giacchè bramo che si adempia con ogni esattezza quanto egli comandò col suo testamento. — È appunto questo, rispose Ambrogio, avendomi qui lo sventurato amico raccontata pareccchie volte la storia delle sue disgrazie. Qui, mi diceva, fu dove per la prima volta giunsi a vedere quella nemica del genere umano; qui le dichiarai per la prima volta la mia intenzione tanto onesta quanto il mio amore; e fu in questo luogo dove l’ultima volta Marcella disingannadolo, finì di metterlo alla disperazione, ond’è ch’egli pose fine alla dolorosa tragedia della infelice sua vita. Qui dunque in memoria di tante sventure amò egli di esser sotterrato nel seno dell’eterno obblio. Volgendosi poscia a don Chisciotte ed ai passaggeri, proseguì dicendo: “Questa spoglia che state pietosamente mirando fu già albergo di un’anima in cui il cielo avea posta gran parte di sue ricchezze; questo è il corpo di Grisostomo, che unico fu nell’ingegno, solo nella cortesia, inarrivabile nella gentilezza, fenice nell’amicizia, splendido senza misura, grave senza albagia, di allegro umore senza bassezza, e finalmente primo in tutto ciò che vi può essere di buono, e senza pari in tutto ciò che può darsi di sventurato. Amò e fu abborrito, adorando fu discacciato, porse voti a una fiera, percosse un marmo, corse dietro ad un’ombra, parlò a chi non voleva udirlo, si fece servo all’ingratitudine; e fu suo premio diventar preda della morte in mezzo al cammino della vita, rapitagli da una femmina ch’egli tentava di rendere cosa immortale nella memoria de’ posteri, come ne farebbero prova queste carte che qui vedete, s’egli non m’avesse ingiunto di [p. 112] darle alle fiamme, tostochè avrò posta sotterra la sua mortale spoglia.

— Voi sareste ben più crudele, disse Vivaldo, dello stesso loro signore, se le abbruciaste, non essendo ragionevole l’eseguire i voleri di chi nei comandi suoi non serba ragionevolezza. Sarebbe stato da rimproverarsi Cesare Augusto se avesse consentito che fosse eseguita la volontà spiegata dal divin Mantovano nel suo testamento; perciò, o Ambrogio, giacchè dovete pur dare il corpo dell’amico vostro alla terra, non vogliate abbandonare alla obblivione i suoi scritti: che s’egli ordinò come offeso, staria male che voi obbediste come indiscreto. Nel preservare questi fogli voi renderete eterna la crudeltà di Marcella, e servirà di esempio ai posteri affinchè evitino di cadere in simili disavventure. Io, e quanti qui siamo, già conosciamo la storia di questo amante, e vostro disperato amico; ci son noti i legami che a lui vi stringono, e palese ci è pure la causa della sua morte e la volontà da lui dichiarata nel terminar della vita. Dalla sua compassionevole storia si potrà conoscere a qual grado fosse giunta la crudeltà di Marcella, l’amore di Grisostomo, la grandezza della leale vostra amicizia, e qual fine possano attendersi quelli che si abbandonano ciecamente ai terribili funesti effetti di un amore non corrisposto. Pervenne ieri notte a nostra notizia la morte di Grisostomo, e che qui doveasi sotterrarlo, e ciò mosse la nostra curiosità, e la compassione ci ha fatto torcere dal proposto sentiero per condurci a vedere co’ nostri proprii occhi quanto, pur raccontato, ci era stato cagione di tanto cordoglio. In guiderdone pertanto di questa nostra afflizione, e del desiderio che avemmo di porger rimedio a questa sciagura, vi preghiamo, o prudente Ambrogio, od almeno io ve ne supplico per parte mia, che non si mandino alle fiamme queste carte, e se non altro lasciate che una sola io ne conservi„. E senza attendere la risposta, allungò la mano, e prese alcuni di que’ fogli che gli erano più da vicino.

Vedendo ciò Ambrogio, gli disse: “Consentirò per sola urbanità di lasciarvi, o signore, que’ fogli che avete presi; ma ch’io tralasci di dare al fuoco gli altri che restano, me ne consigliate inutilmente. Vivaldo, che bramava di vedere il loro contenuto, ne aperse uno sul fatto, e ne lesse il titolo: Lamento di un disperato. Lo udì Ambrogio e disse: “Quest’è l’ultimo scritto di quell’infelice; e perchè sia conosciuto, signore, a qual segno erano giunte le sue disgrazie, leggetelo ad alta voce, chè ne avrete il tempo, mentre chè noi attendiamo a scavare la sepoltura.

[p. 113]— Così farò ben volentieri, disse Vivaldo; e siccome gli astanti tutti avevano un ugual desiderio, se gli fecero attorno, ed egli a chiara voce lesse lo scritto che diceva così:

CAPITOLO XIV.



Dove si recita la disperata canzone dell’infelice pastore, con altri inaspettati avvenimenti.



CANZONE DI GRISOSTOMO.



Poichè brami, o crudele, che si pubblichi di bocca in bocca e d’uno in altro paese l’eccesso del tuo acerbo rigore,

“Farò che lo stesso inferno comunichi al tristo mio petto un suon di dolore che muti l’accento ordinario della mia voce.

“E pari al desiderio che ho di far conoscere il mio dolore e l’opere tue sarà l’accento della spaventevole mia voce, alla quale per maggior tormento seguiteranno anche i brani delle mie viscere.

“Ascolta pertanto e presta attento orecchio al suono, non già armonioso, ma aspro, che dal fondo del tristo petto, mosso da cupo disinganno si esala per mio giusto sollievo e per tua confusione.

“Così il ruggir del leone, lo spaventoso ululare del lupo, il fischio terribile dello squamoso serpente, l’orrendo grido di qualche mostro, l’auguroso gracchiare della cornacchia, il fracasso del vento che agita il mare, l’implacabile muggito del toro già vinto, il gemito [p. 115] lamentevole della vedova tortorella, il sinistro canto del gufo, e i tristi suoni di tutta la negra falange infernale,

“Escano fuori con la dolente mia anima commisti fra loro in tal suono, che tutti i sentimenti ne rimangano confusi: poichè a far conoscere l’affanno che mi strazia, ho bisogno d’insoliti modi.

“A questi suoni così misti e confusi non faranno eco nè le dorate sabbie del Tago, nè gli uliveti del famoso Beti; bensì sulla cima delle alte roccie e nei profondi burroni si stenderanno i miei lamenti con morta lingua, ma con vive parole;

“Ovvero in oscure valli o per aride piagge prive d’ogni umana conversazione, e dove il sole non mostrò mai la sua luce, o fra la velenosa moltitudine di fiere che vivono nelle sterminate pianure.

“E mentre pei selvaggi deserti l’eco ripeterà i miei affanni e il tuo rigore, che non ha pari nel mondo, per qualche mercede alla breve mia vita s’andran diffondendo su tutta quanta la terra.

“Il disprezzo uccide; il sospetto o vero o falso abbatte la pazienza; la gelosia uccide con più forte rigore; una lunga assenza è grande pena; e contra il timore dell’obblio non è scudo nessuna speranza di migliore destino.

“In tutto questo è certa inevitabile morte; ma io (inudito prodigio!), io vivo geloso, spregiato, assente e certo di quei sospetti che mi uccidono, e nell’obblio dove si ravviva il mio fuoco.

“E in mezzo a così gran numero di tormenti non giunge il mio sguardo a vedere pur l’ombra della speranza; nè io disperato me ne do alcun pensiero: anzi, per viver sempre nel mio dolore, giuro di tenermi sempre lontano da lei.

“Potrebbe mai l’uomo nel tempo stesso sperare e temere? o saria dunque buon consiglio sperare mentre le cagioni di temere sono più che mai certe?

Quando la dura gelosia mi sta dinanzi, potrei io forse chiudere gli occhi, mentre io la veggo a traverso di mille ferite aperte nell’anima mia?

“Chi non aprirebbe le porte alla disperazione quando vede scopertamente l’indifferenza altrui, e i sospetti (oh amaro convincimento!) convertiti in fatti veri, e la limpida verità cambiata in menzogna.

“O gelosia, fiera tiranna del regno d’amore, armami di ferro le mani; dammi, o dispregio, una corda. Ma oimè! che con crudele vittoria la vostra rimembranza soverchia il mio patimento.

“Or finalmente io muoio, e per non avere alcuna speranza di felicità nè in vita nè in morte, voglio persistere ne’ miei pensieri.

“Dirò che non s’inganna chiunque ben ama; e che quell’anima è libera sopra le altre, la quale è più schiava d’amore.

[p. 116]“Dirò che la mia costante nemica ha l’anima bella al pari del corpo; che la sua indifferenza nasce da propria mia colpa, e che per mezzo dei mali a cui ci sottopone, amore mantiene in pace il suo regno.

“E in questa opinione accelerando con un duro laccio il miserando passo a cui mi ha condotto la sua indifferenza, commetterò al vento il mio corpo e la mia anima senz’alloro o palma di gloria avvenire.

“E tu che con tanta crudeltà fai evidente la cagione che mi sforza a gittar di tal modo l’abborrito mio vivere;

“Poichè questa profonda piaga del mio cuore apertamente ti mostra com’io m’offerisco lieto al tuo rigore:

“Se mai per caso tu mi giudichi degno che il chiaro cielo de’ tuoi begli occhi nella mia morte si turbi, non lasciar che ciò accada, io te ne prego; nè cerco che tu mi dia verun compenso per queste spoglie dell’anima mia.

“Anzi nel funesto momento il tuo riso faccia conoscere che tu della mia morte ti allegri. Se non che troppa semplicità il porgere a te questo consiglio, mentre so che tu ti fai gloria di accelerare il fine della mia vita.

“Sorga dunque, che già n’è tempo, dal profondo abisso Tantalo colla sua sete, sorga Sisifo coll’immane peso del suo macigno, Tizio conduca il suo avvoltojo, nè Issione qui manchi colla sua ruota, nè le cinquanta sorelle intente alla perpetua loro fatica;

“E tutti insieme riversino il loro mortale supplizio nel mio petto, e con bassa voce (se tanto s’aspetta a chi muor disperato) cantino triste esequie e dolorose a questo mio corpo, a cui sarà negato anche il mortorio.

“E il trifome custode dell’inferno con mille altre chimere e mille mostri facciano loro un doloroso accompagnamento; perocchè non mi pare che veruna altra pompa convenga meglio di questa a chi muor per amore.

“E tu, disperata canzone, non, prorompere in pianto abbandonando la mia lugubre compagnia; anzi, poichè la cagione d’onde nascesti colla mia sventura aumenta la sua felicità, fa di non esser trista nemmeno nella sepoltura„.


Piacque sommamente a tutti la canzone di Grisostomo, benchè quello da cui fu letta dicesse che non gli sembrava concorde con quanto gli avevano raccontato della modestia e bontà di Marcella, mentre Grisostomo nella sua canzone si querelava di gelosie, di sospetti e di assenza, ciò che tornava a pregiudizio del buon nome [p. 117] della giovane. Ambrogio, come colui ch’era stato a parte de’ più reconditi pensieri del suo amico, rispose: “A cancellar questo dubbio sappiate che quando fu scritta la canzone da questo infelice, trovavasi egli lontano da Marcella, la quale a bella posta erasi discostata da lui per vedere se l’assenza potesse guarirlo. E siccome tutto reca afflizione ad un amante lontano, perciò si tormentava Grisostomo con sognat gelosie, e teneva gli immaginari sospetti come verità indubitate; egli è d’altra parte verissimo quanto si dice comunemente della bontà di Marcella; chè dall’essere un po’ crudele ed arrogante in fuori, di niun’altra colpa potrebbe tacciarla la stessa invidia. — Così è, rispose Vivaldo;„ e mentre stavasi egli per leggere un altro de’ fogli sottratto alle fiamme, ne venne distolto da una maravigliosa visione (che tale gli parve) e fu questa: che [p. 118]dalla sommità di quella montagna, appiè della quale si stava scavando la sepoltura, comparve la giovine Marcella adorna di sì grande bellezza da avanzarne di gran lunga la fama. Quelli che fin allora non l’aveano veduta, la stavano osservando con ammirazione e silenzio, e gli altri ch’erano accostumati ad averla sott’occhio, restaron eglino pure sì meravigliati come se la vedessero allora per la prima volta. Ambrogio tosto che la riconobbe, con segni di animo irritato le disse: “Vieni forse a vedere, o fiero basilisco di queste montagne, se al tuo apparire versino sangue le ferite di questo miserabile a cui la tua crudeltà tolse la vita? o ti rechi tu qui ad insuperbirti per la riuscita delle tue detestabili imprese? oppur a bearti, nuovo spietato Nerone, da quell’altura nell’incendio della divampante sua Roma, e a calpestar temeraria questo sfortunato cadavere, come la ingrata figlia quello di Tarquinio suo padre?1 Dichiara, orsù, senza ritardo qual fine qui ti conduce, o quello di cui ti compiaci; chè sapendo io come Grisostomo non tralasciò mai di obbedirti ciecamente vivendo, farò che anche in morte ti obbediscano quelli che si vantarono d’essergli amici. — Qua non mi conduce, o Ambrogio, veruno dei fini da te immaginati, rispose Marcella, ma la sola mia determinata volontà di far conoscere ad ognuno quanto a torto io sia incolpata della disperazione e della morte di Grisostomo. Prego dunque quanti qui stanno di prestarmi attenzione, chè non mi sarà d’uopo d’impiegare gran tempo, nè di spendere molte parole, a far sì che chiunque ha buon senno si persuada delle verità che esporrò.

“M’impartì il cielo, a detto vostro, bellezza tanto singolare che vi trovate costretti, anche a vostro malgrado, di dovermi amare; e sostenete ch’io perciò sono in dovere di ricambiarvi con altrettanto affetto. Il naturale mio intendimento mi persuade che amabile è tutto il bello, ma non trovo però che ne venga di conseguenza che l’oggetto amato debba amare chi l’ama; e tanto più che potrebbe accadere che l’amatore del bello fosse brutto, ond’è che toccando al brutto d’essere abborrito cade male in acconcio il dire: T’amo perchè seí bella, e tu devi amar me benchè brutto. Ma posto anche il caso che dall’una e dall’altra parte v’abbia uguale bellezza, non è per questo ch’eguale debba essere in ambidue la inclinazione, perchè tutte le bellezze non innamorano, e talune piacciono a vederle, ma non legano la volontà. Che se le bellezze tutte [p. 119] innamorassero e incatenassero, si troverebbero confuse e fuor di sentiero le volontà, non sapendo a quale specialmente applicarsi. Perchè essendo innumerabili gli oggetti adorni di bellezza, infiniti sarebbero eziandio i desiderii; ed, a quanto ho inteso dire, il vero amore si concentra in un solo oggetto, e nasce da libera volontà, non da violenza. Ciò essendo (com’io pure credo che sia), perchè volete ch’io pieghi a forza la volontà mia per questo solo che voi dite di amarmi? Rispondetemi. Se in luogo di crearmi bella m’avesse il cielo fatta nascere brutta, sarebb’egli stato giusto ch’io mi fossi doluta di voi che certamente non mi avreste amata? Oh quanto vi starebbe bene il considerare che io non mi sono fatta bella da per me stessa, e che qualunque siasi la bellezza mia, è il cielo che me l’ha data in dono, senza ch’io l’abbia o chiesta o voluta! E siccome non può accusarsi la vipera del veleno che porta seco, benchè con quello uccida, perchè lo ha dalla natura, così nemmen io merito d’essere censurata per essere bella; mentre la bellezza è nell’onesta femmina come fuoco lontano, o come spada acuta, chè nè quello abbrucia nè questa ferisce chi non si accosta. L’onore e la virtù sono gli ornamenti dell’anima, senza de’ quali il corpo, benchè sia avvenente, non deve però sembrar tale; e se l’onestà è una delle virtù che più adornano ed abbelliscono l’anima e la persona, perchè mai dovrà spogliarsene una giovane amata a cagione della sua bellezza, per secondare la inclinazione di colui che procura di farle perdere sì pregevole qualità? Io nacqui libera, e per vivere tale ho scelto la solitudine della campagna; gli alberi di questi boschi sono i compagni miei; mio specchio le chiare acque di questi rivi, e mi contento di comunicare agli alberi ed alle acque i miei pensieri: fate conto ch’io sia fuoco lontano, e spada rimota. Ho disingannati con le mie parole quelli che innamorai colla vista: e se è vero che i desiderii alimentansi di speranze, non avendone io data mai nessuna nè a Grisostomo nè a verun altro, ben si può dire che non fu la crudeltà mia quella che gli ha perduti, ma la loro ostinazione. Se poi qualcuno volesse imputarmi che oneste erano le inclinazioni di lui, e che perciò io fossi obbligata di corrispondergli, dichiaro che quando in questo sito medesimo, dove ora state scavando il suo sepolcro, mi scoprì la rettitudine delle sue intenzioni, io gli risposi ch’ero deliberata di vivere in una perpetua solitudine, e che la sola terra cogliesse il frutto delle mie conversazioni e le spoglie della mia bellezza. Che se, ad onta di sì chiaro disinganno, gli piacque ostinarsi contro la speranza, e navigar contro il vento, qual maraviglia ch’egli sia naufragato nel golfo della sua imprudenza? Se io lo avessi tenuto a parole sarei stata falsa: se avessi accondisceso a’ suoi voleri [p. 120] avrei mancato al mio migliore divisamento. Egli disingannato ostinossi, e senza essere odiato si diede alla disperazione. Vedete pertanto se sarebbe ragionevole l’incolparmi di quanto egli sofferse. Si dolga chi fu ingannato; si disperi colui che si trovò deluso nelle promesse speranze; mi accusi chi può dire di essere stato sedotto da me; ma nessuno mi dica crudele nè micidiale di un uomo cui nulla ho promesso, che da me non fu mai ingannato, nè ebbe mai accoglimenti e carezze. Non volle finora Iddio rendermi amante per destino, ed io sarò sempre scusata se amar non voglio per elezione. Serva questa lezione di disinganno a tutti coloro che mi vanno sollecitando ad amarli, e sappiano che se alcuno per me avesse a morire, non morrà per colpa di gelosia o di disprezzo; mentre chi non ama veruno non può dar gelosia a veruno, e non debbono i disinganni tenersi in conto di sdegni o di disprezzi. Chi trova in me una fiera, un basilico, un essere pregiudizievole e tristo; chi mi chiama ingrata, non mi serva; non mi segua chi mi tien per crudele; perchè questa crudele, questa sconoscente, questa ingrata, questo basilisco non li chiamerà, non cercherà mai di loro, nè amerà mai d’averli vicino. Che se Grisostomo cadde vittima della sua intolleranza e del suo sconsigliato amore, perchè ho io ad essere incolpata di un procedere che non declinò punto nè poco dalla onestà e dal riguardo? Se io conservo fra queste romite piante la mia purità, qual ragione ha mai di dolersi chi vorrebbe ch’io la perdessi conversando cogli uomini? Io, come sapete, ho ricchezze mie proprie, nè bramo quelle degli altri: libera è la mia condizione, e non voglio rendermi soggetta a chicchessia: non amo, nè odio alcuno; non inganno questo, nè istigo quello; non burlo uno, nè mi do buon tempo con l’altro: l’onesta conversazione con le abitatrici di queste selve, e la custodia delle mie capre formano il soggetto de’ miei passatempi; tra questi dirupi si confinano i miei desiderii, e se da essi si allontanano, nol fanno che per contemplare la bellezza del cielo: cose tutte che guidano l’anima alla felicità cui unicamente anela„.

Nel proferire quest’ultime parole senz’attendere o udire risposta alcuna, volse a tutti le spalle, e si cacciò nel più folto d’una selva alla cima di un monte, lasciando stupidi tutti tanto della saviezza del suo ragionamento quanto della bellezza che l’adornava. Alcuni feriti dagli strali de’ suoi begli occhi mostravano di volerla seguire rifiutando di mettere a profitto quel disinganno che avevano udito; ma don Chisciotte che se ne avvide, sembrandogli che fosse questa un’occasione di mettere in campo la sua cavalleria soccorrendo le donzelle che ne han d’uopo, posta la mano sull’impugnatura della sua spada disse con alta voce e ben intesa da’ circostanti: “Non vi [p. 121] sia persona (qualunque possa essere il suo stato e la sua condizione) che ardisca di tener dietro alla vezzosa Marcella, o sappia che incontrerà il furibondo mio sdegno. Essa provò abbastanza con chiare ragioni, che poca o nessuna colpa se le può dare per la morte di Grisostomo, e ch’è affatto aliena dal condiscendere alle brame di veruno de’ suoi amanti; e perciò trovo giusto, che in vece d’essere inseguita o perseguitata, le sia dovuto onore ed estimazione da tutti i buoni di questo mondo, nel quale essa sola oramai fa professione di sì onesti principii„.

O fosse per le minacce di don Chisciotte, o perchè Ambrogio raccomandò allora che si compisse l’ufficio funebre all’amico, nessuno de’ pastori si mosse, nè di là si tolse prima che, scavato il sepolcro e abbruciate le carte di Grisostomo, avessero sotterrato il suo corpo non senza larghissimo pianto. Chiusero la sepoltura con un [p. 122]gran sasso, fin tanto che fosse apparecchiato il marmo che, a quanto disse Ambrogio, stavasi lavorando, e sopra il quale dovea leggersi il seguente epitaffio:


Giace qui la misera e fredda spoglia di un amante che fu pastore d’armenti e finì per colpa di amore2.

Egli morì sotto i colpi del rigore di una bella schifiltosa ed ingrata, per la quale amore va ampliando il suo imperio„.


Furono poi sparsi sulla sepoltura fiori e ramoscelli di varie piante, e, dato sfogo alle condoglianze coll’amico Ambrogio, di là si partirono. Lo stesso fecero Vivaldo e il suo compagno; e don Chisciotte si divise da’ suoi ospiti e dai passaggieri, i quali però lo pregarono di andar con loro fino a Siviglia, perchè in ogni strada e quasi in ogni angolo avrebbe potuto trovar avventure piucchè in verun altro paese. Don Chisciotte ringraziò dell’avvertimento, e si mostrò [p. 123] obbligato della buona volontà che avevano di favorirlo; ma soggiunse che per allora nè potea nè dovea recarsi a Siviglia, mentre era suo debito di snidare da quelle montagne tutti gli assassini de’ quali correa voce che fossero piene zeppe. Persuasi di questa sua eroica risoluzione non lo importunarono di vantaggio, ma preso da lui nuovamente commiato lo lasciarono e proseguirono il loro viaggio, ragionando tuttavia sulla storia di Marcella e di Grisostomo, siccome ancora sulle pazzie di don Chisciotte. Questi intanto, mosso in traccia di Marcella, voleva esibirsi interamente a’ suoi servigi, ma non potè poi eseguire questo suo disegno, secondochè nella continuazione di questa verace storia trovasi scritto.

CAPITOLO XV.


Si narra la disgraziata avventura di don Chisciotte con certi imbestialiti Ianguesi



Lasciò scritto il savio Cide Hamete Ben-Engeli che quando don Chisciotte si divise dagli ospiti suoi e dagli altri tutti che furono presenti alla sepoltura di Grisostomo, egli ed il suo scudiere s’internarono nel bosco medesimo in cui videro entrare Marcella, e che dopo averla ben due ore per ogni dove cercata senza poterla rinvenire, si trovarono in un prato di molle erbetta, sul quale scorreva un ruscello fresco e piacevole tanto, che loro fu forza di trattenersi colà nelle ore del mezzogiorno. Smontarono don Chisciotte e Sancio, e lasciando il giumento e Ronzinante a libero pascolo per il prato, votarono le [p. 125] bisacce, e senza complimenti e in fratellevole compagnia, padrone e servidore diedero fondo a quel poco che in esse trovarono. Non s’era curato Sancio di mettere le pastoie a Ronzinante, conoscendolo sì mansueto e nemico delle brighe da non pigliarsi fastidio di tutte le cavalle che potessero essere ne’ pascoli di Cordova. Ma l’avversa fortuna e il demonio che sempre non dorme, vollero che fosser allora in quella valle un branco di chinee di Galizia appartenenti a certi vetturali janguesi, che usano fermarsi a meriggiare quietamente in quei luoghi ove l’erbe e le acque offrono alle loro bestie nutrimento e fresco opportuno; e tale appunto era il sito dove allora trovavasi don Chisciotte. Avvenne dunque, che saltò il grillo a Ronzinante di pascolare con le signore chinee, e subito che le fiutò, cambiando il naturale suo passo e costume, senza torsi licenza dal suo padrone, prese un trotto grazioso verso di loro: ma ne fu accolto a calci e a morsicature, per modo che di lì a non molto gli fecero cader la sella; ed il peggio fu poi che i vetturali avendo veduta la violenza con cui Ronzinante s’era cacciato fra le loro chinee, [p. 126]accorsero coi bastoni, ed a furia di percosse lo distesero a terra tutto malconcio. Don Chisciotte e Sancio che videro malmenar così Ronzinante, frettolosi ed ansanti lo raggiunsero, e don Chisciotte disse a Sancio: “Non mi pare, amico Sancio, che costoro abbian aspetto di cavalieri, ma di bassa gente e di razza assai trista: e questo ti dico affinchè sappi che tu puoi aiutarmi a far la dovuta vendetta del torto usato a Ronzinante sotto ai proprj nostri occhi. — Che diamine di vendetta possiamo noi fare, rispose Sancio, mentre coloro sono più di venti, e noi siamo due soli, o forse uno e mezzo al più? — Io valgo per cento, replicò don Chisciotte: e senz’altro dire cacciò mano alla spada, e andò alla volta di quei Ianguesi; e Sancio fece lo stesso, mosso dall’esempio del suo padrone. Alla bella prima don Chisciotte colpì uno di loro in maniera che gli forò un casaccone di cuoio che indossava, e gli squarciò quasi la metà di una spalla. Quella gente che si vide così maltrattare da quei due uomini soli, essendo eglino in sì gran numero, dieder di piglio alle loro stanghe, e avendoli circondati, cominciarono con gran furia a riveder loro [p. 127] le costole. Alla seconda bastonata Sancio precipitò, e dopo lui don Chisciotte, nè gli valse destrezza o coraggio; e manco male ch’egli cadde appiè di Ronzinante, il quale non s’era per anche rizzato: dal che si vede che brutta riuscita fanno le stanghe in mani villane e arrabbiate. Accorgendosi gl’Ianguesi della brutal opera da loro commessa caricarono le bestie colla più grande celerità, e proseguirono la loro strada, lasciando i due venturieri al partito più tristo che dir si possa. Il primo a risentirsi fu Sancio Panza, che trovandosi vicino al suo signore, con voce ammalata e dogliosa gli disse: “Signor don Chisciotte! ahi signor don Chisciotte! — Che vuoi tu, Sancio fratello mio? rispondeva don Chisciotte con voce parimenti debole e addolorata. — Bramerei, se fosse possibile, disse Sancio Panza, che vossignoria mi desse due sorsi di quella bibita di Feo Blas, se ne ha qui alla mano, che potrebbe forse essere tanto buona per le ossa peste come per le ferite. — Ah tapino di me! se qui l’avessi, che ci mancherebbe adesso per guarire? rispose don Chisciotte. Io ti giuro, o Sancio, in parola di cavaliere errante, che non passeranno due giorni, se altrimenti non dispone la sorte, che ne avrò in abbondanza, o ch’io non potrò più valermi delle mie mani. — E quando crede vossignoria, replicò Sancio Panza, che potremo valerci dei piedi? — Altro non so dirti, rispose il macinato cavaliere, se non [p. 128]che non saprei stabilire il numero dei giorni: ma debbo ascrivere ogni cosa a mia colpa; perchè io non dovea metter mano alla spada contro uomini che non erano cavalieri al pari di me. Tengo per fermo che, in pena d’aver contravvenuto alle leggi della cavalleria, abbia permesso il nume delle battaglie che mi arrivasse un tale castigo; ma ora tu devi, fratello Sancio, stare avvertito su ciò che sono per dirti, perchè è cosa importante per la salute di entrambi. Quando il torto ci sarà fatto da simigliante canaglia, non aspettarti mai ch’io metta mano alla spada contro di loro, perchè nol farò in modo alcuno, ma impugna tu la tua spada, e gastigali a tuo talento; e se poi sopraggiungessero cavalieri in loro aiuto e difesa, allora accorrerò io, e li offenderò con ogni mia possa, chè già avrai veduto per mille segni e per mille esperienze fin dove s’estenda il valore di questo forte mio braccio„. (Egli era prosuntuoso per la vittoria riportata sopra il valente Biscaino). A Sancio non piacque veramente il consiglio del suo padrone, e perciò non si astenne dal replicare: “Signore, io son uomo pacifico, riposato, prudente, e so dissimulare qualunque ingiuria, poichè ho moglie e figliuoli da mantenere e da educare; e d’ora innanzi sia per sempre avvisata la signoria vostra, a cui non posso fare comando, che non porrò mano alla spada per verun modo nè contro a villano nè contro a cavaliere: e giuro al cielo, che da qui in avanti perdono quante offese mi furono o mi saranno fatte a quelle che già ricevetti o che sarò per [p. 129] ricevere da persona alta o bassa, ricca o povera, cittadina o plebea, senza eccettuare stato e condizione di sorte alcuna„.

Come don Chisciotte ciò intese, rispose: “Oh quanto pagherei di poter parlare un po’ riposato, e che mi si mitigasse il dolore di questa costola quanto bastar potesse, o Panza, per farti conoscere il tuo errore! Senti, sempliciotto: se il vento della fortuna, avverso finora, voltandosi in nostro favore, soffiasse nella vela del nostro desiderio, sicchè potessimo senza opposizione di sorta prender porto in alcuna delle isole che ti ho promesso, che saria di te, qualora dopo averla conquistata io te ne facessi assoluto signore; e tu te ne rendessi indegno per non essere cavaliere, e per non amare di esserlo, e non aver valore o intenzione di vendicare i tuoi torti e difendere il tuo dominio? Perocchè devi sapere che nei regni e nelle provincie di nuova conquista gli animi dei nazionali non sono mai tanto tranquilli nè tanto affezionati al novello dominatore, che non gli resti sospetto di qualche congiura diretta ad alterar di nuovo le cose od a rimettere in piedi quelle di prima. Rendesi dunque necessario, che il nuovo possessore abbia senno acconcio a saper governare, e valore per offendere e per difendersi in qualunque occasione. — Vorrei avere avuto quel buon giudizio, rispose Sancio, e quella bravura descritta da vossignoria nel fatto che ci è occorso presentemente; ma le giuro da povero diavolo che sono, che ho più bisogno di empiastri che di ragionamenti. Tenti vossignoria, se può, di rialzarsi e aiuteremo Ronzinante, benchè non lo meriti, per essere stato lui la causa principale di tutta questa rovina. — Ah! sclamò don Chisciotte, non avrei mai pensato questo di Ronzinante; lo ebbi sempre in conto di persona morigerata e pacifica al pari di me: si suol dire pur bene che a conoscer uno ci vuole gran tempo, e che in questa vita non avvi cosa sicura. — Chi avrebbe mai detto, soggiunse Sancio, che a quei colpi di spada dati dalla signoria vostra a quello sventurato passaggiero, dovesse tener dietro per la posta una sì terribile tempesta di bastonate qual fu quella che si scaricò sopra le nostre spalle? — Le tue possono essere avvezze a simiglianti burrasche, replicò don Chisciotte; ma alle mie, cresciute nella bambagia e nella tela d’Olanda, è ben evidente che debba riuscire senza paragone più dolorosa questa disgrazia; e se non fosse perchè mi figuro... che dico mai mi figuro? perchè sono certissimo che tutti questi malanni vanno uniti indispensabilmente all’esercizio delle armi, credo sicuramente che io me ne morrei qui di rabbia e di veleno„. A questo replicò lo scudiere: — Se tali disavventure sono proprie della cavalleria, favorisca ella dirmi se vengono spesso spesso, oppure se hanno certi tempi determinati; perchè (a quanto vedo) dopo due di queste avventure, noi non [p. 130] saremmo al caso di sostenere la terza, a meno che il Signore per sua divina misericordia non ci soccorra validamente. — Sappi, amico Sancio, replicò don Chisciotte, che la vita de’ cavalieri erranti va soggetta a mille pericoli ed infortunii; ma essi sono poi anche sempre nella possibilità di diventare re e imperatori, come si vede da molti, la storia de’ quali è a piena mia cognizione. Potrei qui farti il minuto racconto (se mi venisse un po’ meno il dolore) di alcuni che unicamente pel valore del braccio salirono agli alti gradi che ti ho detto, benchè siansi trovati e prima e poi in diverse afflizioni e miserie. Ti sia d’esempio il valoroso Amadigi di Gaula, che si vide in potere del suo mortale nemico Arcalao l’incantatore, da cui si crede che mentre n’era prigione ricevesse, legato ad una colonna in un cortile, più di dugento frustate con le redini del suo cavallo. Avvi un anonimo accreditato non poco, il quale racconta che essendo preso il cavaliero di Febo, mediante un trabocchetto che si sprofondò sotto a’ suoi piedi in un certo castello, trovossi nel cadere in una profonda buca sotterra con piè e mani legate, e quivi gli fu applicato un serviziale di acqua gelata con rena, che ne stette quasi per morire; e ciò sarebbe avvenuto se non fosse stato soccorso in tempo da un gran savio suo amico. Posso dunque ancor io, se tanto sofferse gente di sì gran merito, tollerare i torti che testè ci vennero fatti, mentre quelli da tanti altri patiti furono molto più gravi. E devi sapere, o Sancio, che l’uomo non è punto disonorato, quando altri lo ferisce con istrumenti che vengono casualmente alle mani; come si può vedere nel codice dei duelli, dove con espresse parole sta scritto: Che se il calzolaio colpisce un altro con la forma che tiene in mano, benchè sia di fatto ch’essa è di legno, non per questo si può dire che sia stato bastonato colui che ne rimase colpito. Ciò ti dico affinchè tu non creda che per essere noi rimasti fracassati e mal conci nella passata scaramuccia, ci sia stato usato un affronto; perchè le arme che aveano con loro quegli uomini, e colle quali ci han macinati, erano alla fin fine le loro stanghe, e nessuno, ch’io mi ricordi, avea stocco, spada o pugnale. — A me non diedero tempo di far tanti esami, rispose Sancio, perchè ebbi appena posto mano alla mia tizona1, ed essi mi sventolarono le spalle coi loro bastoni per modo che mi levarono la vista dagli occhi e la forza dai piedi, e mi stramazzarono qui dove sono tuttora, e dove non mi dà alcun fastidio il pensare se fu affronto o no l’essere bastonato, bensì il dolore delle percosse che mi restano tanto stampate nella memoria quanto nelle spalle. — Hai con tutto questo da sapere, fratello [p. 131] Panza, replicò don Chisciotte, che non v’è reminescenza la quale non venga cancellata dal tempo, nè dolore a cui la morte non metta fine. — E qual maggiore sventura, replicò Panza, di quella che ha bisogno del tempo per essere cancellata dalla memoria, o della morte per esser tolta? Se la presente nostra disgrazia fosse di quelle che si guariscono con qualche poco di empiastro, non vi saria tanto male; ma io vado pensando che non basteranno gli empiastri di un intero spedale al nostro risanamento. — Non ti affliggere per questo, ma tenta, Sancio mio, di vincere la sventura, ch’io pure farò lo stesso; e vediamo intanto come sta Ronzinante; chè, a quanto mi sembra, non toccò al poveretto la parte minore di questa nostra disavventura. — Di lui non mi meraviglio, rispose Sancio, essendo egli pure cavaliere errante; mi meraviglio bene che il mio asino l’abbia scappata colle costole sane, quando noi l’abbiamo finita colle costole rotte. — La ventura lascia sempre un uscio aperto al rimedio nelle disgrazie, disse don Chisciotte; e voglio con ciò inferire che questa bestiuola potrà per ora fare le veci di Ronzinante, portandomi di qua fino a qualche castello dove curare le mie ferite. Nè io mi recherò a disonore l’usare di tale cavalcatura, avendo letto che quel buon vecchio Sileno, aio e pedagogo del giovane Dio della letizia, quando entrò nella città dalle cento porte se n’andava a proprio talento, cavalcando un bellissimo asino. — Sarà vero, disse Sancio, ch’egli se n’andasse come dice vossignoria, ma passa una gran differenza dal cavalcare un asino allo starvi sopra come un sacco di cenci„. E don Chisciotte: — Le ferite che si ricevono nelle battaglie recano più onore che vergogna; perciò, amico Panza, non replicar oltre, ma, come ti ho detto poc’anzi, alzati il meglio che puoi, stendimi nella maniera che ti sembra più acconcia attraverso del tuo giumento, e partiamci da questo luogo prima che ci colga la notte, e ci vengano ad assassinare in questo deserto. — Eppure io intesi dire da vostra signoria, replicò Panza, ch’è proprio de’ cavalieri erranti il dormire in boscaglie e in deserti per la maggior parte dell’anno, e che se lo recano a gran ventura. — Ciò avviene, disse don Chisciotte, quando non possono fare diversamente, o quando sono innamorati; e questo è tanto vero, che vi fu un cavaliere il quale se ne stette sopra una balza esposto alla sferza del sole, all’ombra ed alle inclemenze del cielo per due anni interi senza saputa della sua signora: ed uno di questi fu Amadigi quando facendosi chiamare Beltenebro, si mise a stare nella balza di Pegnapobre, non so se ott’anni od otto mesi, che di ciò non mi sovviene precisamente; fatto sta ch’egli vi dimorò, facendo la penitenza di non so quale rabbuffo avuto dalla signora Oriana. Ma lasciamo questo da parte, ed allestisci il giumento e Ronzinante, prima che altro ci avvenga di male.

[p. 132]— Non ci mancherebbe altro, soggiunse Sancio; e prorompendo con trenta ahi, con sessanta sospiri, e con cento e venti invettive ed imprecazioni contro chi a tale lo aveva condotto, si alzò, ma rimase alla metà dell’impresa gobbo gobbo, come un arco turchesco, senza che gli potesse riuscire mai di raddrizzarsi bene. Ad onta di tanto travaglio mise all’ordine il suo asino, ch’era sviato alquanto mercè la rovinosa libertà di quel giorno. Fece pure che si levasse Ronzinante, il quale se avesse avuto lingua per querelarsi non avrebbe risparmiato sicuramente nè Sancio nè il suo padrone. Finalmente, Sancio accomodò don Chisciotte sopra l’asino, fece precedere Ronzinante, e guidando la bestia per il capestro si diresse poco più poco meno, dove gli sembrava essere la strada maestra: e la sorte, che andava guidando di bene in meglio le cose loro, dopo il viaggio appena di una lega gli scoperse dinanzi un’osteria che a suo dispetto, ma per soddisfazione di don Chisciotte dovea essere un castello. Persisteva Sancio a dirla un’osteria, e il suo padrone un castello; e tanto durò la controversia che vi giunsero prima d’averla terminata, e vi entrò Sancio, senz’altro contrastare, con tutto l’accompagnamento.

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