Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde \ Robert Louis Stevenson \ 1886

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde  _1886_
Autore: Robert Louis Stevenson 

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde 

La storia della porta 

L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto scostante, mai illuminato da un sorriso, freddo, scarno e impacciato nella conversazione, restio a lasciarsi andare; magro, alto, grigio, cupo, eppure in qualche modo amabile. Quando si incontrava con gli amici, e se il vino era di suo gusto, qualcosa di eminentemente umano traspariva dai suoi occhi; qualcosa che non trovava mai modo di esprimersi nel suo conversare, ma che nel dopo cena era eloquente non solo nei silenziosi tratti del volto, ma più spesso e con più forza, in quello che faceva. Pretendeva da sé stesso austerità; quando era da solo, per mortificare una propensione per il vino delle annate migliori, prendeva del gin; e sebbene andare a teatro fosse per lui una occasione di svago, da vent'anni non ci aveva più messo piede. Tuttavia nei confronti degli altri aveva accettato di essere tollerante; talvolta meravigliandosi, quasi con invidia, della forte pressione degli istinti coinvolti nelle loro malefatte; e in tutti i casi gravi, era propenso più ad aiutare che a rimproverare.
«Sono incline all'eresia di Caino,» era curiosamente solito dire: «lascio che mio fratello se ne vada all'inferno come gli pare». A causa di questa fama, gli capitava spesso di essere l'ultima conoscenza degna di reputazione e l'ultima positiva influenza nella vita di uomini avviati alla perdizione.
Non c'è dubbio che l'impresa riuscisse facile ad Utterson; poiché egli era massimamente riservato, e anche la sua amicizia sembrava essere fondata su di una universale benevolenza. È un tratto tipico delle persone dotate di modestia accettare una cerchia di amicizie bella e fatta dalle mani delle circostanze occasionali; e questo era il modo di fare dell'avvocato. I suoi amici erano i suoi consanguinei o quelli che conosceva da tempo; i suoi affetti, come edera, crescevano con il tempo, senza implicare una particolare affinità con la persona coinvolta. Quindi non stupisce il legame che lo univa al signor Richard Enfield, ben noto uomo di mondo, suo lontano parente. Per molti era un rompicapo che cosa questi due potessero vedere l'uno nell'altro, o quali interessi essi potessero trovare in comune. È stato riferito, da coloro che ebbero occasione di incrociarli durante le loro passeggiate domenicali, che essi non si parlavano, palesandosi curiosamente annoiati; e avrebbero salutato con evidente sollievo la comparsa di un amico. Nonostante ciò, i due uomini tenevano in grandissimo conto le loro escursioni, stimandole tra le attività settimanali più preziose, e non solo mettevano da parte occasioni di divertimento, ma anche si sottraevano agli impegni d'affari, per potersele godere senza interruzioni.
Una volta capitò che in una di queste passeggiate la strada li conducesse giù in un vicolo laterale di un affollato quartiere di Londra. La strada era stretta e come si suol dire tranquilla, ma nei giorni feriali ospitava un fiorente commercio. I suoi residenti guadagnavano bene, a quanto pare, e tutti rivaleggiavano sperando di fare ancora meglio, collocando, con il surplus dei loro guadagni, addobbi civettuoli, per questo le vetrine dei negozi lungo la strada apparivano invitanti, come file di sorridenti commesse. Anche di domenica, quando velava il suo fascino più florido e si mostrava relativamente libera dal traffico, la via brillava, a paragone con le sue squallide vicinanze, come un fuoco in un bosco, e con le sue persiane dipinte di fresco, gli ottoni ben lucidati, la generale lindezza e aria di allegria, immediatamente catturava e risultava gradita agli occhi del passante.
Due portoni prima dell'incrocio, dal lato sinistro andando verso est, la fila delle case era interrotta dall'ingresso ad una corte interna; e giusto in quel punto, un sinistro fabbricato aggettava il suo frontone sulla strada. Era alto due piani; non mostrava finestre, null'altro che una porta al piano terra e il fronte cieco di un muro scolorito sulla parte superiore; portava in ogni tratto, i segni di una prolungata e sordida trascuratezza. La porta, che non era dotata né di campanella né di battente, era screpolata e scolorita. I barboni trovavano riparo sotto la sua copertura e usavano i suoi pannelli per accendere gli zolfanelli; i ragazzini tenevano il mercatino sui gradini; gli studenti avevano provato l'uso del loro coltello sulle modanature; e per quasi una generazione nessuno era venuto a scacciare questi visitatori occasionali o per riparare i loro danneggiamenti.
Enfield e l'avvocato erano sul lato opposto della strada; ma quando furono all'altezza dell'entrata, il primo alzò il suo bastone e la indicò.
«Hai mai notato quella porta?» chiese, e dopo che il suo compagno ebbe risposto affermativamente, soggiunse «nella mia testa si collega con una vicenda molto strana».
«Davvero?» disse Utterson, con un lieve mutamento nella voce, «quale vicenda?»
«Beh, è andata in questo modo,» rispose il signor Enfield «io stavo rincasando da un posto che stava in capo al mondo ed erano circa le tre di un nero mattino d'inverno, il mio percorso attraversava una parte della città dove non c'era letteralmente nulla da vedere se non lampioni, una strada via l'altra e tutti addormentati – tutto illuminato come per una processione e tutto così vuoto come in una chiesa – finché alla fine raggiunsi quella condizione mentale di quando uno è teso nell'ascolto e comincia a desiderare ardentemente la vista di un agente di polizia. Tutto ad un tratto, scorsi due figure: una era un uomo di bassa statura, che procedeva in modo scomposto di buon passo verso est, e l'altra era una bambina, di forse otto o dieci anni, che correva a più non posso giù da una traversa. Beh, sai, com'era prevedibile all'altezza dell'angolo i due finirono uno contro l'altro; e poi venne la parte parte orribile della cosa, perché l'uomo in tutta calma prese a calpestare la bambina a terra, lasciandola piangente. A sentirselo raccontare può anche sembrare poca cosa, ma da vedere fu tremendo. Quella cosa non aveva un aspetto umano, sembrava piuttosto un maledetto Juggernaut. Io lanciai un urlo e girati i tacchi afferrai quel signore per il colletto e lo riportai indietro, intanto intorno alla bambina piangente si era radunato un capannello. Lui era assolutamente passivo e non oppose resistenza, tuttavia mi diede un'occhiata così minacciosa da farmi gelare. Le persone accorse erano parenti, e in poco tempo sopraggiunse il dottore, per chiamare il quale la bambina era stata mandata fuori. Beh, a suo dire la bambina non stava poi così male, più che altro era terrorizzata, e si sarebbe potuto supporre che la cosa avrebbe potuto concludersi così. Tuttavia mi avvidi di una singolare circostanza. Io avevo trovato quel signore detestabile sin dalla prima occhiata. Lo stesso avevano fatto i parenti della bambina, com'era naturale. Però fu più che altro il dottore che mi colpì. Egli era il classico farmacista-infermiere, senza colore e senza età, con un forte accento di Edimburgo, e con l'emotività di una pietra. Beh, sai, anche lui era come noi altri; ogni qualvolta gettava lo sguardo sul mio prigioniero, vedevo che gli veniva la nausea e impallidiva dalla voglia di farlo fuori. Io sapevo cosa gli passava per la testa, proprio come lui sapeva ciò che avevo in mente io; ed essendo fuori discussione che potessimo accopparlo, optammo per la nostra seconda miglior cosa da fare. Dicemmo all'uomo che avremmo potuto e voluto montar su un tale scandalo sull'accaduto che avrebbe infangato il suo nome da un capo all'altro di Londra. Se avesse avuto una qualche amicizia o una qualche reputazione, noi ci saremmo impegnati per fargliela perdere. E per tutto il tempo, mentre lo svergognavamo, dovevamo tenergli le donne come meglio potevamo a distanza, poiché erano scatenate come delle arpie. Io non vidi mai un cerchio di volti così pieni d'odio; e nel mezzo c'era lui con una sorta di maligna freddezza beffarda — seppure intimorita, come mi parve di vedere — e vittoriosa, sai, davvero come fosse Satana. “Se volete monetizzare questo incidente,” disse “evidentemente non posso sottrarmi. Sono un gentiluomo e desidero evitare ogni scandalo. Fissate voi la cifra.” Beh, noi lo torchiammo chiedendo un centinaio di sterline a favore della famiglia della bambina, chiaramente egli avrebbe preferito spuntare una cifra inferiore, ma c'era qualcosa in noi che minacciava guai, così alla fine cedette. Il passo successivo era farsi dare quel denaro; e dove credi che ci abbia portato, se non là dov'è quella porta? Tirò fuori una chiave, entrò, e in un baleno fu di ritorno con dieci sterline in monete d'oro e un assegno da riscuotere presso la banca Coutts, pagabile al portatore e firmato da una persona che io non posso riferire, anche se è uno dei punti chiave della mia storia; tuttavia si tratta di un nome quanto meno molto noto e spesso riportato nelle cronache dei giornali. La cifra era salata; ma la firma era una garanzia per cifre anche maggiori, purché fosse valida. Io mi presi la briga di mettere in evidenza quanto tutto l'accaduto non fosse credibile, perché, nella vita reale, un unomo non s'incammina verso la porta di uno scantinato alle quattro del mattino e se ne viene fuori con l'assegno di un altro per chiudere una faccenda da un centinaio di sterline. Ma egli era assolutamente tranquillo e beffardo. “Datti pace,” disse “io resterò con voi fino all'apertura della banca e sarò io stesso a farmi liquidare l'assegno.” Sicché noi tutti, il medico, il padre della bambina, il nostro amico e io stesso, ci levammo da lì e andammo a passare il resto della nottata nei miei alloggi; e il giorno seguente, dopo aver fatto colazione, andammo tutti insieme in banca. Consegnai io stesso l'assegno per l'incasso e precisai che avevo molti motivi di ritenere che fosse un falso. Nulla di tutto questo. L'assegno era genuino.»
«Una brutta storia!» esclamò Utterson.
«Vedo che la pensi come me» disse Enfield. «Sì, è una brutta vicenda, dal momento che il mio uomo era un individuo con il quale nessuno vorrebbe avere a che fare, un personaggio davvero abominevole; mentre la firma sull'assegno era di una persona squisita, un nome illustre, e (che è anche peggio) uno di quegli individui che si adopera per far del bene. Immagino ci sia di mezzo un ricatto; un uomo specchiato che paga a caro prezzo alcune follie di gioventù. La Casa del ricatto è pertanto il nome che ho dato all'edificio con la porta. Tuttavia, come capirai, anche questa ipotesi, è ben lungi dallo spiegare tutto» aggiunse, e dette queste parole si fece di umore meditabondo.
Utterson lo sottrasse a queste meditazioni chiedendogli in modo piuttosto inaspettato: «e non sai se il firmatario dell'assegno vive là?»
«È un bel posto, non è vero?» rispose Enfield «però si dà il caso che io abbia annotato il suo indirizzo; egli abita in una qualche piazza o qualcosa di simile».
«E non hai mai chiesto in giro a proposito dell'edificio con la porta?» chiese Utterson.
«No, sai, mi sono fatto qualche scrupolo» fu la risposta. «Decisamente non me la sento di fare domande, è troppo nello stile del giorno del giudizio. Tu butti là una domanda, ed è come buttare una pietra. Ti siedi tranquillo sulla cima della collina, e la pietra rotola giù, trascinandone altre; e poi qualche mite vecchietto (l'ultimo a cui avresti pensato) prende un colpo sulla testa nel suo giardino dietro casa, e i parenti sono costretti a cercarsi una nuova famiglia. No, sai, ne ho fatto una mia regola: più c'è puzza di guai, meno domande faccio.»
«È davvero una buona regola» disse l'avvocato.
«Tuttavia ho studiato il luogo per conto mio,» continuò Enfield. «Ha poco dell'aspetto di una abitazione. Non ci sono altre porte, e nessuno entra o esce da lì fuorché, una volta ogni tanto, il signore della mia avventura. Vi sono tre finestre che danno sul cortile al primo piano; sotto non ce ne sono; le finestre sono sempre chiuse, ma sono pulite. E poi c'è un camino, che di solito fuma; pertanto qualcuno deve viverci. E tuttavia non è neanche così certo; perché gli edifici sono messi attorno alla corte in modo tale che è difficile stabilire dove inizi uno e dove finisca l'altro.».
La coppia continuò a camminare ancora per un po' in silenzio; e poi
«Enfield,» disse Utterson, «la tua è una buona regola.»
«Sì, penso che lo sia» replicò Enfield.
«Malgrado tutto questo» continuò l'avvocato,«c'è un punto su cui voglio interrogarti: qual'è il nome dell'uomo che calpestò la bambina?»
«Bene,» disse Enfield,«non vedo che male ci sarebbe a dirlo. Si chiamava Hyde.»
«Ehm,» disse Utterson, «e qual'è il suo aspetto?»
«Non è facile descriverlo. C'è qualcosa che non va nel suo aspetto, qualcosa di sgradevole, talvolta di decisamente detestabile. Io non ho mai visto un uomo che mi abbia disgustato a tal punto, eppure ancora stento a capirne il perché. Deve essere in qualche modo deforme; dà una forte sensazione di deformità, eppure non saprei mettere a fuoco la cosa. È un uomo dall'aspetto fuori dell'ordinario, eppure in verità non posso indicare nulla che sia anomalo. No, davvero; non ci riesco, non riesco a descriverlo. E non è una mancanza di memoria; perché ti assicuro che è come se lo avessi davanti agli occhi anche in questo momento.»
Utterson camminò ancora per un tratto in silenzio ed evidentemente oppresso dal peso delle sue congetture.
«Sei sicuro che abbia usato una chiave?» s'informò infine.
«Ma dai… amico mio» rispose Enfield, molto sorpreso.
«Sì, lo so,» disse Utterson; «lo so che deve sembrarti strano. Il fatto è che, se non ti domando il nome dell'altra persona coinvolta, è perché io già lo conosco. Vedi, Richard, la tua vicenda mi ha coinvolto da vicino. Se sei stato inesatto in qualche punto, faresti meglio a correggerlo.»
«Penso che avresti potuto avvisarmi» rispose l'altro, lievemente contrariato. «Tuttavia io sono stato scrupolosamente esatto, come dici te. Il tizio aveva una chiave; e c'è di più, ce l'ha ancora. Gliel'ho vista usare meno di una settimana fa.»
Utterson sospirò profondamente, ma non disse una parola; poco dopo il giovanotto riprese a parlare. «Ecco un'altra lezione che mi insegna ad essere più riservato», disse. «Provo vergogna per la mia lingua lunga. Accordiamoci per non parlare di questa vicenda mai più.»
«Di tutto cuore,» rispose l'avvocato. «qua la mano, Richard.»
In cerca di Hyde 

Quella sera Utterson rientrò nella sua casa da scapolo di cattivo umore e si sedette a tavola senza appetito. La domenica, terminata la cena, aveva l'abitudine di sedersi accanto al fuoco con un arido tomo di teologia sul leggio fino a quando l'orologio della chiesa lì vicino non batteva la mezzanotte, a prese una candela e andò nel suo studio. Qui aprì la cassaforte, e dallo scomparto più riservato, tirò fuori un documento contrassegnato sulla busta come “Testamento del dottor Jekyll” e si sedette corrucciato a studiarne il contenuto. Il testamento era olografo; infatti Utterson, aveva negato la benché minima assistenza al momento della stesura, assumendosi solo l'incarico di tenerlo in custodia una volta scritto. Il testamento stabiliva che in caso di morte del dottor Jekyll, dottore in medicina, dottore in giurisprudenza, membro della Royal Society, etc., tutti i suoi averi dovessero andare nelle mani del suo “amico e benefattore Edward Hyde”, ma non solo, anche in caso di “irreperibilità o di inspiegabile assenza del dottor Jekyll per più di tre mesi”, il sopra citato Edward Hyde sarebbe subentrato al posto del suddetto Henry Jekyll, senza ulteriori indugi, libero da qualsiasi onere od obbligazione, fatto salvo il pagamento di un piccola somma dovuta ai domestici del dottore. Questo documento era stato per lungo tempo la spina nel fianco dell'avvocato. Lo offendeva sia come uomo di legge, sia come amante dei lati sani e decorosi della vita; era un uomo per il quale lo stravagante è anche indecente. Finora l'ignorare l'identità del signor Hyde aveva accresciuto la sua indignazione; ora, a causa di un repentino mutamento, era proprio il fatto di conoscerla che l'accresceva. Era già abbastanza spiacevole che quel nome fosse solo un nome, senza poterne venire a conoscere nient'altro. Fu peggio quando poté essere rivestito dagli attributi di una persona deprecabile e dalle vaghe e sfuggenti nebbie, che gli avevano per molto tempo parato gli occhi, improvvisamente emergeva il profilo di un demone.
“Pensavo che fosse pazzia,” si disse, riponendo al sicuro la carta detestata, “ma adesso comincio a temere che ci sia dietro qualcosa di disonorevole.”
Dopo diche soffiò sulla sua candela, indossò un cappotto e si avviò verso Cavendish Square, quella cittadella della medicina, dove il suo amico, il celebre Dr. Lanyon, stava di casa e riceveva file di pazienti. “Se qualcuno può essere a conoscenza di qualcosa, questi è Lanyon” aveva pensato.
Il solenne maggiordomo lo conosceva e gli diede il benvenuto; non fu costretto a fare anticamera, ma fatto entrare direttamente in sala da pranzo, dove il dottor Lanyon sedeva solo, davanti un bicchiere di vino. Costui era un gentiluomo cordiale, in buona salute, arzillo e rubicondo, con una ciocca di capelli prematuramente imbiancati e dai modi esuberanti e decisi. Alla vista di Utterson saltò su dalla sedia e gli diede il benvenuto stringendogli entrambe le mani. L'affabilità dei modi dell'uomo, risultava a volte teatrale, ma si radicava in un sentimento genuino. Infatti i due erano amici di vecchia data, erano stati compagni sia alle scuole che al college dell'università, erano entrambi rispettosi di sé stessi e l'uno dell'altro e – cosa non affatto scontata – capaci di apprezzare la reciproca compagnia.
Dopo aver parlato del più e del meno, l'avvocato condusse la conversazione sulla questione che lo opprimeva in modo così sgradevole.
«Suppongo, Lanyon,» disse «che i più vecchi amici di Henry Jekyll siamo tu ed io.»
«Vorrei che gli amici fossero più giovani» ridacchiò il dottor Lanyon. «Tuttavia suppongo che lo siamo. E con ciò? Adesso lo vedo di rado.»
«Davvero?» chiese Utterson. «Pensavo che vi legassero interessi comuni.»
«Li avevamo,» fu la risposta «ma è da più di una decina d'anni che per i miei gusti Henry Jekyll è troppo preso dalla sua fervida immaginazione. Ha preso una strada sbagliata e ragiona in modo sbagliato; e sebbene, naturalmente, io continui a interessarmi a lui in memoria, come si suol dire, dei vecchi tempi, io quell'uomo diabolico non lo vedo né l' ho visto, se non di rado. Scempiaggini pseudo scientifiche tali» aggiunse il dottore, diventando ad un tratto paonazzo, «avrebbero allontanato anche Damone e Pizia.»
Questo piccolo moto di collera fu un po' di sollievo per Utterson. "Essi hanno solo divergenze su alcune questioni scientifiche" pensò; ed essendo un uomo che non si appassiona a questioni scientifiche (con l'eccezione delle questioni relative ai passaggi di proprietà) aggiunse anche: "temevo di peggio!". Diede all'amico qualche secondo per ricomporsi, quindi affrontò la questione per la quale era venuto. «Avete mai incrociato un suo protetto – tale Hyde?» domandò.
«Hyde?» ripeté Lanyon. «No. Mai sentito nominare in tutta la mia vita.»
Queste furono le uniche informazioni che l'avvocato riportò con sé nel grande letto scuro, nel quale si rigirò senza posa, fino a quando le ore piccole del mattino cominciarono a diventare più grandi. Fu una notte che diede poco sollievo alla sua mente travagliata, travagliata nella assoluta oscurità e assediata dagli interrogativi.
Le campane della chiesa, per lui comoda perché nelle vicinanze dell'abitazione, batterono le ore sei e Utterson ancora si arrovellava sul problema. Fino a questo punto era stato colpito solo dagli aspetti cognitivi della questione, ma ora anche la sua immaginazione era rimasta coinvolta o piuttosto catturata; e mentre giaceva disteso e si lambiccava nella fitta oscurità della notte e della camera adornata di drappi, il racconto di Enfield gli apparve in una successione di vivide immagini che scorrevano nella sua mente. Gli tornavano alla mente le grandi distese di lampioni in una città notturna; poi la figura di un uomo che cammina rapido; la bambina che corre di ritorno dalla casa del medico; i due che si scontrano e quel Juggernaut umano che travolge la bimba e la calpesta, senza curarsi delle sue urla. Oppure, ancora, vedeva una camera in un appartamento, dove il suo amico giace addormentato, immerso in un sogno e sognando sorride, poi la porta di quella stanza viene aperta, i tendaggi del letto scostati, il dormiente risvegliato, ed ecco! Al suo fianco sta la figura di un uomo al quale è stato conferito del potere e perfino a notte fonda egli deve tirarsi su e ottemperare alle richieste. La figura, in questi due differenti momenti, ossessionò l'avvocato per tutta la notte; e se talvolta riprendeva il sonno, era soltanto per vederla scivolare di soppiatto tra le case addormentate, muoversi più rapidamente, sempre di più, fino al capogiro, attraverso il vasto labirinto della città illuminata dai lampioni e all'angolo di ogni strada schiacciare una bambina lasciandola urlante. E ancora la figura non aveva un volto con il quale poterla riconoscere; anche nei suoi sogni la cosa non aveva un volto, oppure, ne aveva uno che lo sconcertava, liquefacendosi davanti ai suoi occhi. Fu così che spuntò e rapida crebbe nella mente dell'avvocato una curiosità particolarmente forte, quasi smodata, di vedere la fisionomia del vero signor Hyde. Era persuaso che, se avesse potuto, anche una sola volta, fissare lo sguardo su di lui, il mistero si sarebbe chiarito e magari dissolto, come è consuetudine con tutte le cose misteriose, quando sono ben esaminate. Avrebbe potuto comprendere le ragioni della strana predilezione o dell'asservimento (chiamalo come ti pare) del suo amico, e persino il perché delle stupefacenti clausole del testamento. Alla fine sarebbe stato un volto degno di essere visto, il volto di un uomo privo di compassione: un volto a cui era appena bastato mostrarsi per suscitare nell'animo poco impressionabile di Enfield, una durevole avversione.
Da quel momento in avanti Utterson cominciò, lungo la strada dei negozi, a tenere d'occhio la porta. Al mattino, prima dell'apertura degli uffici, a mezzogiorno, quando fervevano gli affari e il tempo scarseggiava, di notte, sotto lo sguardo di una nebbiosa luna cittadina; con ogni luce e a tutte le ore, nell'affollamento o nella solitudine, l'avvocato poteva essere trovato al suo posto di guardia.
"Se lui è il signor Hyde," aveva pensato "io sarò il signor Seek."
Alla fine la sua pazienza fu ricompensata. Era una bella notte, secca, l'aria sapeva di ghiaccio, strade linde come il pavimento di una sala da ballo; le fiamme dei lampioni, non scosse dal vento, disegnavano un motivo regolare di luci e ombre. A due ore dalla mezzanotte, con le botteghe chiuse, la strada era deserta e molto silenziosa, malgrado un brusio sommesso giungesse tutt'intorno da Londra. Flebili suoni venivano portati lontano; rumori domestici erano chiaramente udibili fuori delle abitazioni, dall'altro lato della via, e lo scalpiccio dei passi precedeva di molto l'approssimarsi di un passante. Utterson era da alcuni minuti al suo posto di guardia, quando udì degli strani passi leggeri in avvicinamento. Durante le sue ronde notturne si era da tempo abituato al curioso effetto per cui i passi di una singola persona, mentre è ancora molto distante, all'improvviso emergono dal vasto brusio e dal frastuono della città. Eppure la sua attenzione non era mai stata attirata in modo così chiaro e deciso, come in questo caso; e fu una forte, superstiziosa premonizione di successo che lo fece indietreggiare nell'entrata del cortile.
I passi si avvicinavano velocemente e divennero all'improvviso più forti non appena svoltato l'angolo. L'avvocato sporgendosi dall'androne si poté presto rendere conto del tipo d'uomo con cui aveva a che fare. Era piccolo e vestito in modo molto semplice, ma anche da quella distanza nel suo aspetto c'era qualcosa che urtava decisamente la sensibilità di chi lo guardava. Costui puntò dritto verso la porta, attraversando la strada di traverso per guadagnare tempo, e non appena arrivato, trasse di tasca una chiave come fa chi si appresta a entrare in casa sua.
Utterson fece un passo in avanti e lo toccò sulla spalla mentre quello passava. «Lei è il signor Hyde, suppongo?»
Hyde si tirò indietro, prendendo fiato con un sibilo. Ma il suo spavento fu solo momentaneo, sebbene non guardasse in faccia l'avvocato, rispose con abbastanza freddezza: «Sì, mi chiamo così, cosa c'è?»
«Vedo che state rincasando» ribatté l'avvocato. «Io sono un vecchio amico del dottor Jekyll – Utterson di Gaunt Street – dovrebbe aver sentito parlare di me, dal momento che abbiamo avuto la fortuna d'incontrarci, penso che potrebbe farmi entrare.»
«Non troverà il dottor Jekyll, non è in casa.» replicò Hyde, infilando la chiave. Poi, all'improvviso, ma ancora senza alzare lo sguardo, «Come ha fatto a riconoscermi?» domandò.
«Da parte sua,» disse Utterson «mi farebbe una cortesia?»
«Con piacere,» replicò l'altro «di cosa si tratta?»
«Si lascerebbe guardare in faccia?» chiese l'avvocato.
Hyde sembrò esitare, poi come dopo una rapida riflessione alzò lo sguardo, con aria di sfida. I due si fissarono intensamente per pochi istanti. «Così in un'altra occasione potrò riconoscerla,» disse Utterson «potrebbe essere utile.»
«Sì,» replicò Hyde «è stato un bene incontrarsi; e a propos dovrebbe avere il mio recapito.» E gli diede il numero di una via di Soho.
“Buon Dio!” pensò Utterson “può avere, anche lui, pensato al testamento?” Ma tenne per sé stesso queste sensazioni e si limitò a bofonchiare nel prendere atto dell'indirizzo.
«E ora,» disse l'altro «mi dica come ha fatto a individuarmi?»
«Grazie a una descrizione.» fu la risposta.
«Una descrizione fatta da chi?»
«Abbiamo amici comuni.» disse Utterson.
«Amici comuni?» gli fece eco Hyde, un po' rauco. «Chi sarebbero?»
«Jekyll, per esempio.» disse l'avvocato.
«Lui non le ha mai raccontato un bel nulla» urlò Hyde, in un impeto di rabbia. «Non pensavo che lei potesse mentire.»
«Andiamo,» disse Utterson «non è questo il modo adatto di dirsi le cose.»
L'altro ringhiò con una rumorosa risata selvaggia e un momento dopo, con straordinaria rapidità, aveva disserrato la porta ed era scomparso dentro casa.
Dopo che il signor Hyde l'ebbe lasciato, l'avvocato restò lì immobile per un po', era il ritratto dell'inquietudine. Poi lentamente cominciò a risalire la strada, facendo sosta ogni pochi passi, portandosi la mano alla fronte, come fa un uomo in preda alla perplessità. La questione in cui si dibatteva mentre camminava era una di quelle che raramente trova soluzione. Il signor Hyde era pallido, abnorme e di piccola statura, dava un'impressione di deformità senza che si potesse imputargli alcuna malformazione, aveva uno sorriso sgradevole, si era comportato nei confronti dell'avvocato con una sorta di micidiale combinazione di timidezza e spavalderia e parlava con una voce rauca, bisbigliante e talvolta rotta; tutti questi erano punti a suo sfavore, ma neanche presi tutti insieme potevano spiegare il disgusto fino ad allora mai provato, l'odio e il timore che Utterson provava nei suoi confronti. “Ci deve essere qualcos'altro.” si disse il gentiluomo perplesso. “C'è qualcosa in più, se potessi trovargli un nome. Dio mi benedica, si fa fatica a trovare umano quest'uomo! Ha del troglodita, come posso dire? O che sia la vecchia storia del Dr. Fell? Oppure è solo l'aura di un'anima turpe che trapela in questo modo e trasfigura il suo involucro d'argilla? Penso che si tratti proprio di questo, mio povero vecchio Harry Jekyll, perché se mai lessi la firma di Satana su un volto, è stato su quello del tuo nuovo amico.”
Alla fine della strada, girato l'angolo, c'era una piazza coronata di edifici antichi e belli, allo stato attuale per la più parte decaduti dalla loro nobile condizione e suddivisi in appartamenti e camere per gente di ogni sorta e di ogni condizione: incisori di mappe, architetti, loschi avvocati e impiegati di ditte sconosciute. Un edificio tuttavia, il secondo dall'angolo, era tuttora rimasto indiviso; e davanti al suo portone, che portava i segni del lusso e dell'agiatezza, sebbene fosse in quel momento immerso nell'oscurità ad eccezione della vetrata a lunetta soprastante la porta, Utterson si fermò a bussare. Un domestico attempato e ben vestito aprì la porta.
«Poole, il dottor Jekyll è in casa?» chiese l'avvocato.
«Vado a vedere, signor Utterson.» rispose Poole, e mentre parlava lasciò entrare il visitatore in un ampio e comodo salone d'ingresso, con il soffitto ribassato, pavimentato a pietra, riscaldato (alla maniera di una casa di campagna) da un luminoso caminetto con fuoco a vista e arredato con costoso mobilio di rovere. «Vuole attendere qui, accanto al fuoco, signore? O vi faccio luce in sala da pranzo?»
«Qui, grazie.» disse l'avvocato, e s'accostò per appoggiarsi all'alto parafuoco. Questo salone, nel quale ora era stato lasciato da solo, era la stanza preferita del suo amico dottore; lo stesso Utterson ne parlava come del più gradevole ambiente di tutta Londra. Ma quella sera sentiva un brivido corrergli per le vene, il volto di Hyde pervicacemente conficcato nella sua memoria, provava (cosa rara per lui) nausea e disgusto per la vita. In questa disposizione di spirito tetra gli pareva di trovare minaccioso il baluginare della luce del fuoco riflessa nel lucido mobilio e l'inquieto sussulto delle ombre sul soffitto. Si vergognò del sollievo provato quando Poole, nel tornare dopo poco, annunciò che il dottor Jekyll era uscito.
«Ho visto il signor Hyde entrare dalla porta del vecchio gabinetto d'anatomia, Poole,» disse «è cosa normale, quando il dottor Jekyll non è in casa?»
«Perfettamente normale, signor Utterson.» replicò il domestico. «Il signor Hyde ne ha la chiave.»
«Pare che il vostro padrone riponga grande fiducia in quel giovanotto, Poole.» riprese l'altro pensieroso.
«Sì, signore, davvero molta.» disse Poole. «Abbiamo tutti l'ordine di obbedirgli.»
«Non credo di avere mai incontrato il signor Hyde, giusto?» chiese Utterson.
«O no, signore. Non pranza mai qui.» replicò il maggiordomo. «Per la verità noi abbiamo occasione di vederlo poco da questa parte della casa; per lo più va e viene dal laboratorio.»
«Beh, buona notte, Poole.»
«Buona notte, signor Utterson.» L'avvocato s'incamminò verso casa con un grosso peso sul cuore. “Povero Harry Jekyll,” rifletteva “temo sia in cattive acque! In gioventù si è scatenato; certamente ne è passato di tempo, ma nella legge di Dio, non sono stabiliti limiti. Sì, deve essere questo, il fantasma di qualche peccato del passato, il cancro di qualche azione vergognosa occultata: il castigo arriva, pede claudo, anni dopo che la memoria ha dimenticato e l'amor proprio ha perdonato la propria colpa.” L'avvocato spaventato da questo pensiero, tornò per un momento al suo passato, frugando in tutti gli angoli della memoria, nel timore che per caso qualche passata nefandezza, potesse venire allo scoperto, balzando fuori all'improvviso come il pupazzo di una scatola a sorpresa. Il suo passato era stato abbastanza irreprensibile, pochi uomini avrebbero potuto leggere il rotolo della loro vita con minore apprensione; tuttavia egli si sentiva degradato e infangato da alcune brutte azioni di cui era responsabile e nuovamente risollevato in una gratitudine assennata e piena di timore, dalle molte altre che era stato solo sul punto di commettere, purtuttavia evitando di farlo. Poi, tornando alle sue precedenti riflessioni, concepì una scintilla di speranza. “Questo Hyde che la fa da padrone, se solo si frugasse nella sua vita,” pensò “anche lui deve avere dei segreti che lo riguardano; neri segreti, a giudicare dal suo aspetto; segreti paragonati ai quali, i più bui del povero Jekyll apparirebbero luminosi come luce solare. Le cose non possono continuare così. Mi raggela il pensiero di questa creatura furtiva come un ladro a fianco al letto di Harry; povero Harry, che risveglio! E che pericolo, perché se questo Hyde sospettasse l'esistenza del testamento, potrebbe diventare impaziente di ereditare. Sì, devo darmi da fare, purché Jekyll me lo permetta,” aggiunse “se solo Jekyll vorrà lasciarmi fare.” Perché ancora una volta gli tornarono in mente, chiare come in trasparenza, le strane clausole del testamento.

Il Dr. Jekyll era tranquillo e disinvolto 

Quindici giorni dopo, grazie a un gran colpo di fortuna, il dottor Jekyll invitò ad uno dei suoi gradevoli pranzi cinque o sei vecchi compagni, tutte persone intelligenti e con una buona reputazione, tutti capaci di apprezzare un buon vino; così Utterson fece in modo di trattenersi dopo che gli altri se n'erano andati. Questa circostanza non costituiva una novità, ma era già accaduta molte altre volte. Quando Utterson era apprezzato, lo era davvero molto. Gli ospiti amavano trattenere quell'avvocato riservato, quando i cordiali e ciarlieri avevano già un piede sulla soglia; ad essi piaceva trattenersi un momento con una compagnia discreta, per un momento in solitudine dopo la concitazione dell'allegria, acquietando l'animo nel pregnante silenzio di quell'uomo. Il dottor Jekyll non faceva eccezione a questa regola; e mentre ora sedeva dall'altro lato del camino – era un uomo sulla cinquantina, robusto, proporzionato, dal volto morbido e liscio, che rivelava forse una nota di furbizia, ma con tutti i segni della competenza e della cortesia – si poteva vedere dal suo sguardo che egli nutriva per Utterson un affetto sincero e cordiale.
«Sto aspettando di poterti parlare, Jekyll.» cominciò il secondo.
«Ti rammenti del tuo testamento?»
Un osservatore attento avrebbe capito che l'argomento era sgradito, ma il dottore lo affrontò con scioltezza. «Mio povero Utterson,» disse «sei sfortunato con un tale cliente. Non ho mai visto un uomo così in difficoltà come lo sei stato tu per via del mio testamento, a parte quel pedante di Lanyon con quelle che chiama le mie eresie scientifiche. Oh, lo so che è una brava persona – non c'è bisogno che mi guardi storto – un'ottima persona, e mi riprometto sempre di vederlo più spesso, ma resta pur sempre un pedante e un retrivo, un pedante ignorante e chiassoso. Non sono mai stato deluso da qualcuno come da Lanyon.»
«Tu sai che non lo ho mai approvato.» proseguì Utterson, inesorabile nel non farsi sviare con un nuovo argomento.
«Il mio testamento? Sì, certo, che lo so.» disse il dottore un po' bruscamente. «Me lo hai già detto.»
«Bene, torno a dirtelo.» prosegui l'avvocato. «Sto apprendendo delle cose sul conto del giovane Hyde.»
Il viso ampio e bello del dottor Jekyll impallidì fino alle labbra e l'oscurità scese nei suoi occhi. «Non m'importa sentire altro.» disse. «Questa è una questione che pensavo fossimo d'accordo nel lasciare da parte.»
«Quello che ho sentito dire è abominevole.» disse Utterson.
«La cosa non cambia nulla. Non capisci la mia posizione.» rispose il dottore, con una certa incoerenza nel contegno. «Io mi trovo in una situazione penosa, Utterson. La mia è una posizione molto strana – molto strana. È uno di quegli affari che non si possono risolvere parlandone.»
«Jekyll,» disse Utterson «tu mi conosci: sono una persona di cui ci si può fidare. Dimmi tutto in confidenza; e non ho dubbi che saprò tirartene fuori.»
«Mio caro Utterson,» disse il dottore «questa da parte tua è una cosa buona, è decisamente buona, e non trovo le parole per ringraziarti. Io ti credo in tutto per tutto; io mi fiderei di te prima che di ogni altro uomo, sì, prima che di me stesso, se potessi fare una scelta; ma davvero le cose non stanno come t'immagini, la faccenda non è messa poi così male; e giusto per metterti il cuore in pace, voglio informarti di una cosa: nel momento che lo deciderò, potrò sbarazzarmi del signor Hyde. Su questo ti do la mia parola; ti ringrazio ancora; e voglio solo aggiungere una piccola cosa, Utterson, che sono sicuro accetterai di buon grado: questa è una faccenda privata, e ti prego di lasciarla stare com'è.»
Utterson rifletté un momento, guardando nel fuoco.
«Non ho dubbi che tu abbia assolutamente ragione.» disse infine, alzandosi in piedi.
«Bene, ma dal momento che abbiamo toccato questa faccenda, e per l'ultima volta spero,» proseguì il dottore «c'è un punto che mi piacerebbe che tu comprendessi. Io ho realmente un interesse molto grande per il povero Hyde. So che tu lo hai incontrato, così mi ha riferito; e temo che sia stato sgarbato. Ma io ho sinceramente un grande, davvero grande, interesse per quel giovane; e se io dovessi venire a mancare, Utterson, desidero che tu mi prometta che gli darai supporto e tutelerai i suoi diritti. Penso che tu lo faresti, se conoscessi ogni cosa, e mi leverei un peso se tu promettessi.»
«Non posso fingere che mi potrà mai andare a genio.» disse l'avvocato.
«Non ti chiedo questo,» supplicò Jekyll, posando la sua mano sul braccio dell'altro «chiedo solo giustizia; ti chiedo solo di aiutarlo per amor mio, quando non sarò più qui.»
Utterson emise un irreprimibile sospiro. «Bene,» disse «te lo prometto.»

L'omicidio Carew

Circa un anno più tardi nel mese di ottobre del 18**, Londra fu scossa da un crimine di singolare ferocia, e l'elevata posizione sociale della vittima contribuì a rendere il tutto ancora più clamoroso. I dettagli furono pochi e sconcertanti. Una domestica che viveva da sola, in una casa non lontana dal fiume, verso le undici di sera era salita al piano superiore per andare a letto. Sebbene alle ore piccole la nebbia avvolgesse la città, la prima parte della notte era stata priva di nubi e la stradina sulla quale si affacciava la finestra della domestica era brillantemente illuminata dalla luna piena. Pare che fosse di temperamento romantico, dal momento che si era seduta sul baule posto al di sotto della finestra, e si era messa a fantasticare. Mai (era solita dire, in un torrente di lacrime, quando narrava quest'esperienza) mai si era sentita più in pace con tutti gli uomini o aveva pensato al mondo con una maggiore benevolenza. Mentre era così seduta notò un anziano signore, di piacevole aspetto, con i capelli bianchi, che si avvicinava lungo la strada; procedeva verso di lui un altro signore, di piccola taglia, al quale inizialmente lei aveva prestato meno attenzione. Prima di iniziare la conversazione (proprio sotto gli occhi della domestica) l'uomo più anziano fece un inchino e si avvicinò all'altro con modi molto cortesi. Non sembrava che l'argomento del suo discorso fosse di grande importanza, anzi, in certi momenti le era sembrato che chiedesse solamente la strada; soltanto la luna gli illuminava la faccia mentre parlava e alla ragazza faceva piacere guardarlo, poiché sembrava emanare una innocente gentilezza d'altri tempi e nel contempo un qualcosa di altero, come una ben radicata opinione di sé. In quel momento gli occhi della ragazza si posarono sull'altro, e si sorprese nel riconoscere in lui un certo signor Hyde, che una volta era venuto in visita dal suo padrone e per il quale aveva provato disgusto. Costui aveva in mano un pesante bastone da passeggio, con il quale si trastullava, ma non rispondeva mai una parola e sembrava ascoltare con una mal trattenuta impazienza. Poi, all'improvviso, esplose in un grande vampata di collera, battendo con forza il piede per terra, brandendo il suo bastone e atteggiandosi (secondo quanto descritto dalla domestica) come un folle. L'anziano signore retrocedette di un passo, con l'aria di uno che è molto sorpreso e appena un poco offeso, e a quel punto il signor Hyde si scatenò, buttandolo a terra a bastonate. Un momento dopo, con furia scimmiesca, montava con i piedi sulla sua vittima e gli scaricava una tempesta di colpi, sotto i quali si potevano chiaramente udire le ossa frantumarsi e il corpo sobbalzare sul selciato. Di fronte all'orrore di ciò che aveva visto e udito, la domestica svenne.
Erano le due quando riprese i sensi e chiamò la polizia. L'assassino se n'era andato via da tempo, ma stesa in mezzo alla strada c'era la sua vittima, maciullata in modo incredibile. Il bastone con cui il fatto era stato compiuto, benché fosse di un legno raro molto resistente e spesso, si era spezzato nel mezzo, per la violenza di quella folle ferocia; uno dei due pezzi era rotolato nella vicina canalina di scolo, mentre l'altro, senza dubbio, era stato portato via dall'assassino. Un portamonete e un orologio d'oro furono trovati addosso alla vittima: ma nessun biglietto da visita o documento, ad eccezione di una busta chiusa e affrancata, che probabilmente l'uomo aveva intenzione di impostare e che era indirizzata al signor Utterson.
Questa fu portata all'avvocato la mattina seguente, prima che si alzasse dal letto; non appena questi l'ebbe vista, e fu messo al corrente delle circostanze, se ne uscì con una imprecazione. «Non sono in grado di dire nulla fino a quando non avrò visto il corpo,» disse «potrebbe essere una questione molto seria. Abbiate la cortesia di aspettare che mi vesta.» E con la medesima grave espressione sul volto, si affrettò a terminare la colazione e raggiunse la stazione di polizia, dove il corpo era stato portato. Non appena fu entrato nella cella annuì.
«Sì,» disse «lo riconosco. Sono spiacente di constatare che si tratta di Sir Danvers Carew.»
«Buon Dio, signore,» esclamò il funzionario «possibile?» E subito dopo i suoi occhi lampeggiarono di ambizione professionale. «Questo fatto susciterà molto clamore,» disse «e forse lei ci potrà aiutare con quell'uomo.» E gli raccontò brevemente quello che la domestica aveva visto, mostrandogli il pezzo di bastone.
Utterson era già rimasto sconcertato all'udire il nome di Hyde; ma quando il bastone fu portato al suo cospetto non poté dubitare più a lungo; per quanto spezzato e malridotto, lo riconobbe come uno di quelli che egli stesso aveva regalato molti anni prima a Henry Jekyll.
«Il signor Hyde è una persona di bassa statura?» domandò.
«Eccezionalmente basso e dall'aspetto eccezionalmente malvagio, secondo le parole della domestica.» rispose il funzionario.
Utterson rifletté; poi, alzando la testa «Se volete salire insieme a me sulla mia carrozza,» disse «penso di potervi condurre a casa sua.»
Intanto si erano fatte circa le nove del mattino e c'era la prima nebbia di stagione. Una densa cappa color cioccolato si era abbassata sul cielo, ma il vento costantemente mutava e metteva in rotta questi vapori malati; così mentre la carrozza arrancava da una strada all'altra, Utterson poté ammirare un meraviglioso numero di gradi e di sfumature di luce crepuscolare; poiché qui era buia come sul finire della sera e là risplendeva con un marrone intenso e sensazionale, come la luce di una strana conflagrazione; e ancora, qui, per un attimo, la nebbia era completamente dissolta e uno smunto raggio di luce diurna balenava tra le vorticanti volute di nebbia. Lo squallido quartiere di Soho visto sotto questi barlumi cangianti, con le sue strade melmose, i suoi sciatti passanti, e i suoi lampioni, che non erano stati ancora spenti, o erano stati riaccesi per combattere questa seconda invasione mattutina delle tenebre, sembrava, agli occhi dell'avvocato, come il distretto di qualche città in un incubo. I suoi pensieri inoltre, erano dei più cupi; e quando scrutò il suo compagno di viaggio, prese coscienza in qualche modo del terrore per la legge e per i suoi funzionari, che alle volte assale i più onesti.
Quando la carrozza si fermò di fronte all'indirizzo indicato, la foschia si alzò un po' e gli mostrò una strada sporca, uno spaccio di gin, una trattoria francese d'infimo livello, un negozio per la vendita al dettaglio di oggetti a un penny e ortaggi a due penny, parecchi ragazzini cenciosi rannicchiati sulle soglie e parecchie donne di differenti nazionalità di passaggio con le chiavi in mano per andare a farsi il cicchetto mattutino; un attimo dopo, la nebbia calò di nuovo su quella zona, bruna come terra d'ombra, separandolo da quei dintorni delinquenziali. Era qui la casa del favorito di Henry Jekyll, di colui che era erede di un quarto di milione di sterline.
Un'anziana donna, con il volto color avorio e la capigliatura argentata aprì la porta. Aveva una faccia cattiva, lisciata dall'ipocrisia, ma i suoi modi erano ottimi. Disse che, sì, quella era l'abitazione del signor Hyde, ma che lui non si trovava nell'appartamento al momento; stanotte era rincasato molto tardi, ma era uscito nuovamente che non era passata un'ora; non c'era nulla di strano in questo, il suo stile di vita era molto irregolare, ed era spesso assente; per esempio, era stato via quasi due mesi fino a quando ieri non lo aveva rivisto.
«Molto bene, allora ci piacerebbe dare un'occhiata alle sue stanze.» disse l'avvocato; e quando la donna incominciò ad asserire che la cosa non fosse possibile, aggiunse «Avrei fatto meglio a informarla prima su chi è questa persona. Questi è l'Ispettore Newcomen di Scotland Yard.»
Un lampo di gioia pieno d'odio apparve sul volto della donna. «Ah!» disse «è nei guai! Cosa ha fatto?»
Utterson e l'ispettore si scambiarono degli sguardi. «Non pare sia una figura che goda di molta popolarità.» osservò quest'ultimo. «E ora, buona donna, lasci che io e questo signore si dia giusto un occhiata qui intorno.»
Di tutto l'appartamento, che a eccezione dell'anziana donna era per il resto vuoto, il signor Hyde aveva in uso solo un paio di stanze; però queste erano arredate lussuosamente e con buon gusto. Un ripostiglio era colmo di bottiglie di vino; il vasellame era d'argento, le tovaglie eleganti, un dipinto di buona fattura era appesa alla parete, un dono (come Utterson suppose) di Henry Jekyll, che era un buon intenditore; e i tappeti erano di tessuti differenti e piacevolmente colorati. In quel momento, comunque, le stanze recavano chiari segni di essere state rovistate da poco e frettolosamente: i vestiti giacevano sul pavimento con le tasche rivoltate in fuori, i cassetti con la serratura lasciati aperti e nel focolare un cumulo di cenere grigia, come se molte carte fossero state bruciate. Da quelle braci l'ispettore cavò i resti di un libretto d'assegni verde, che aveva resistito all'azione del fuoco; l'altra metà del bastone fu rinvenuta dietro la porta e siccome questo confermava i suoi sospetti, l'ispettore si disse contento. Un sopralluogo presso la banca, dove furono ritrovate diverse migliaia di sterline giacenti sul conto dell'assassino, completò la sua soddisfazione.
«Potete starne certo signore,» disse a Utterson «ce l'ho in pugno. Deve aver perso la testa, altrimenti non avrebbe lasciato in giro il bastone o, sopratutto, bruciato il libretto degli assegni. Perché, il denaro è vitale per l'uomo. Non dobbiamo fare altro che aspettarlo in banca e preparare i volantini di segnalazione.»
Quest'ultima cosa, comunque, non fu così facile da realizzare, dal momento che il signor Hyde contava pochi amici intimi – anche il padrone della domestica lo aveva visto appena due volte – i suoi familiari non poterono essere rintracciati da nessuna parte e lui non era mai stato fotografato; le indicazioni dei pochi che avrebbero potuto descriverlo divergevano largamente, come accade con i testimoni comuni. Solo su un punto essi erano concordi e questo era l'ossessionante senso di inesprimibile deformità con il quale il fuggitivo aveva impressionato chiunque lo avesse visto. 

L'episodio della lettera 

Era tardo pomeriggio, quando Utterson decise di presentarsi alla porta del dottor Jekyll, dove fu subito ammesso da Poole, e condotto più in basso, passando dai locali della cucina e poi attraverso un cortile che un tempo era stato un giardino, verso l'edificio che era indifferentemente noto come il laboratorio o il gabinetto d'anatomia. Il dottore aveva acquistato la casa dagli eredi di un celebre chirurgo; essendo i suoi interessi rivolti piuttosto alla chimica che all'anatomia, aveva cambiato la destinazione del blocco in fondo al giardino. Era la prima volta che l'avvocato veniva introdotto in quella parte degli appartamenti del suo amico, guardò con interesse la squallida struttura priva di finestre, e girò lo sguardo tutto intorno con uno sgradevole senso di estraneità mentre attraversava la sala, una volta affollata di studenti appassionati, che ora restava desolata e silenziosa, i tavoli carichi di attrezzature chimiche, il pavimento ingombro di casse e cosparso da paglia per imballaggio, la luce che calava incerta attraverso il lucernario nebbioso. All'estremo, una rampa di scale portava su, verso una porta coperta di panno rosso, e, attraverso questa, Utterson fu finalmente ricevuto nello studio del medico. Si trattava di un un ampio locale, con armadi a vetri ben collocati tutt'intorno, arredato, tra le altre cose, con uno specchio basculante su un cavalletto e una scrivania; tre polverose finestre con inferriate, guardavano all'esterno sul cortile. Un fuoco ardeva nel camino; una lampada era accesa sulla mensola della cappa, poiché anche all'interno delle case la foschia incominciava a stendersi fitta; lì, stretto intorno al calore del fuoco, sedeva il dottor Jekyll, con un aspetto mortalmente malato. Egli non si alzò per andare incontro al suo ospite, ma gli tese una mano fredda e gli diede il benvenuto con una voce alterata.
«E ora,» disse Utterson, non appena Poole li ebbe lasciati soli, «hai sentito le novità?»
Il dottore rabbrividì. «La stavano gridando in piazza,» disse «l'ho sentita nella mia stanza da pranzo.»
«Permettimi una sola parola,» disse l'avvocato «Carew era un mio cliente, come lo sei te, e voglio sapere cosa fare. Non sarai così folle da nascondere quell'individuo?»
«Utterson, io giuro su Dio,» gridò il dottore, «io giuro su Dio che non lo voglio più vedere. Ti do la mia parola che ho chiuso per sempre con lui. Questo è tutto, è tutto finito. E davvero lui non vuole il mio aiuto; tu non lo conosci come lo conosco io; è al sicuro, è del completamente al sicuro; segnati le mie parole, di lui non si sentirà mai più parlare.»
L'avvocato ascoltò mestamente; non gli piacevano i modi infervorati del suo amico. «Sembri essere molto sicuro sul suo conto,» disse «e per il tuo bene, spero che tu abbia ragione. Se si arrivasse a un processo, il tuo nome potrebbe venire fuori.»
«Io sono del tutto sicuro sul suo conto,» replicò Jekyll «ho fondati motivi per avere delle certezze che non posso condividere con altri. Ma c'è una cosa sulla quale mi puoi consigliare. Io ho… ho ricevuto una lettera; e non so se debba mostrarla alla polizia. Mi piacerebbe lasciarla nelle tue mani, Utterson; tu giudicherai saggiamente, ne sono convinto; io ho una fiducia talmente grande in te.»
«Tu temi, suppongo, che questa possa servire a trovarlo?» domandò l'avvocato.
«No,» disse l'altro «non posso dire che io abbia a cuore cosa accadrà di Hyde, ho del tutto chiuso con lui. Sto pensando alla mia reputazione, che in questo odioso affare è piuttosto esposta.»
Utterson rimuginò un po'; era sorpreso dall'egoismo del suo amico e tuttavia ne era sollevato. «Bene,» disse, alla fine, "fammi vedere la lettera.»
La lettera era scritta con una bizzarra grafia verticale e firmata “Edward Hyde”: e spiegava, abbastanza brevemente, che il benefattore dello scrivente, il Dottor Jekyll, che egli aveva ripagato a lungo così indegnamente delle migliaia di atti di liberalità ricevuti, non doveva darsi pena per la sua incolumità, poiché egli aveva mezzi per scappare, sui quali poteva fare sicuro affidamento. All'avvocato questa lettera piacque abbastanza; essa mostrava l'intimità tra i due in una luce migliore di quanto non avesse immaginato, e si maledisse per alcuni suoi passati sospetti.
«Hai la busta?» domandò.
«L'ho bruciata,» rispose Jekyll «prima di pensare a quello che stavo facendo. Ma non recava alcun timbro postale. La lettera è stata recapitata a mano.»
«Posso tenerla e dormirci sopra?» chiese Utterson.
«Desidero che sia tu a decidere interamente al posto mio.» fu la risposta. «Ho perso la fiducia in me stesso.»
«Bene, ne terrò conto.» replicò l'avvocato. «E ora dimmi ancora una cosa: è stato Hyde a dettare le clausole del vostro testamento in caso di tua scomparsa?»
Il dottore sembrò preso da un mancamento: serrò la bocca e annui.
«Lo sapevo.» disse Utterson. «Aveva intenzione di ucciderti. È evidente che l'hai scampata bella.»
«Quello che ho avuto è di gran lunga più che un risultato,» replicò il dottore solennemente «io ho avuto una lezione — O Dio, Utterson, che lezione ho avuto!» E per un momento si coprì il volto con le mani.
Uscendo, l'avvocato scambiò una o due parole con Poole. «A proposito,» chiese «oggi è stata portata a mano una lettera: che aspetto aveva l'uomo che l'ha consegnata?» Ma Poole affermò che non era stato consegnato nulla se non dal postino «e solo circolari» aggiunse.
Questa notizia fece uscire il visitatore con i suoi timori rinnovati. Chiaramente la lettera era entrata dalla porta del laboratorio; probabilmente, anzi, era stata scritta nello studio, e se le cose erano andate così, doveva essere giudicata in modo differente, e trattata con una cautela in più. Mentre andava via gli strilloni urlavano a squarciagola lungo i marciapiedi: «Edizione speciale. Sconvolgente omicidio di un deputato». Questa era l'orazione funebre per un amico e un cliente; e non poté evitare una certa apprensione al timore che il buon nome di un altro sarebbe stato risucchiato nel vortice dello scandalo. Alla fine, era una decisione delicata quella che doveva prendere; autosufficiente com'era per abitudine, cominciò ad accarezzare l'idea di farsi dare un consiglio. Non poteva ottenerlo apertamente, ma forse, pensò, avrebbe potuto ottenerlo in modo subdolo.
Poco dopo, sedeva a lato del suo focolare con il signor Guest, il suo assistente capo, dall'altro lato, e tra i due, a una ben calcolata distanza dal fuoco, una bottiglia di un particolare vino invecchiato, che era stato a lungo mantenuto lontano dal sole nella cantina di casa sua. La nebbia ancora dormiva aleggiando sopra la città sommersa, dove le lampade baluginavano come braci e in modo ovattato e soffocato da queste nuvole cadute, la processione della vita cittadina continuava a srotolarsi attraverso le grandi arterie, con il suono di un vento impetuoso. Ma la stanza era allegra alla luce del fuoco. Nella bottiglia gli acidi si erano dissolti da un pezzo, il colore imperiale si era ammorbidito col tempo, come matura il colore nelle vetrate istoriate e il bagliore dei caldi meriggi autunnali nei vigneti di collina era pronto per essere liberato e disperdere le nebbie di Londra. Impercettibilmente l'avvocato si ammorbidì. Non c'era uomo con il quale mantenesse meno segreti che con il signor Guest, e non era sempre sicuro di mantenerne quanti ne avrebbe voluti. Guest aveva avuto spesso affari da sbrigare con il dottor Jekyll, conosceva Poole, e difficilmente poteva non sapere della familiarità del signor Hyde con quella casa, quindi avrebbe potuto trarre delle conclusioni: e allora, non sarebbe stato bene che egli potesse vedere una lettera che metteva quel mistero a posto? E dopo tutto, essendo Guest un valido studioso ed esperto di grafologia, non avrebbe considerato il passo naturale e cortese? L'assistente, inoltre, era un uomo avvezzo alla consulenza, difficilmente egli avrebbe letto un documento così singolare senza rilasciare un commento; e sulla base di quel commento Utterson poteva configurare la sua condotta futura.
«È una triste vicenda quella di Sir Danvers.» disse.
«Sì, signore, infatti. Ha suscitato grande scalpore nell'opinione pubblica.» rispose Guest. «Quel tale, evidentemente era un pazzo.»
«Mi piacerebbe sentire il vostro punto di vista su questo;» replicò Utterson «ho qui un suo documento autografo, e resti una cosa detta tra di noi, perché è difficile sapere cosa farne; si tratta di un brutto affare in sommo grado. Ma ecco qui, proprio nelle vostre mani, l'autografo di un assassino.»
Gli occhi di Guest luccicarono, si sedette all'istante e lo studiò con cura. «No, signore,» disse «non è folle; ma è originale.»
«E a detta di tutte le confidenze anche chi lo ha scritto è molto originale.» aggiunse l'avvocato.
Subito dopo il domestico entrò con un biglietto.
«Viene dal dottor Jekyll, signore?» domandò l'assistente. «Penso di riconoscere la scrittura. Qualcosa di personale, signor Utterson?»
«È soltanto un invito per cena. Perché? Vuole vederlo?»
«Solo un momento. La ringrazio, signore.» e l'assistente pose i due fogli affiancati comparandone diligentemente i contenuti. «Grazie, signore,» disse alla fine, restituendoli entrambi, «è un autografo molto interessante.»
Ci fu una pausa, durante la quale Utterson combatté contro se stesso. «Perché li ha confrontati, Guest?» domandò improvvisamente.
«Beh, signore,» replicò l'assistente «c'è una rassomiglianza piuttosto singolare; le due mani sono in molti punti identiche: differiscono solo per l'inclinazione.»
«Piuttosto bizzarro.» disse Utterson.
«È, come dite, piuttosto bizzarro.» replicò Guest.
«Sappiate che non divulgherò questo scritto.» disse il capo.
«No, signore.» rispose l'assistente. «Lo capisco.»
Ma non appena Utterson quella sera restò solo, chiuse il biglietto nella sua cassaforte, dove era stato riposto già da tempo. "Come!" pensò "Henry Jekyll ha contraffatto la sua scrittura per favorire un assassino!" E il sangue gli si gelò nelle vene.

L'episodio del Dr. Lanyon

Passò del tempo; una taglia da migliaia di sterline fu messa a ricompensa, perché per la morte di Sir Danvers ci si risentì come per una offesa al bene comune; ma dalle indagini della polizia il signor Hyde risultava sparito, come se non fosse mai esistito. Per il vero parecchio fu svelato del suo passato, ed era del tutto disonorevole: vennero fuori delle storie sulla crudeltà del personaggio, così insensibile e violento al tempo stesso; sulla sua vita turpe, sulle sue strane frequentazioni, sul livore che sembrava aver segnato le sue imprese; ma sul suo attuale domicilio, non c'erano neppure dicerie. Dall'epoca in cui aveva lasciato la casa in Soho la mattina dell'omicidio, egli risultava semplicemente svanito; a poco a poco, col passare dei giorni, Utterson cominciò a riprendersi dalla morsa dei suoi timori e acquisiva maggiore tranquillità. La morte di Sir Danvers, dal suo punto di vista, era stata più che ripagata dalla scomparsa del signor Hyde. Ora che era stato sottratto a quella influenza malvagia, una nuova vita cominciava per il dottor Jekyll. Egli uscì dal suo isolamento e riallacciò le relazioni con i suoi amici, tornò ad essere ancora una volta il loro abituale ospite e intrattenitore; e mentre era sempre stato conosciuto per le sue opere di carità, ora non si distingueva da meno per il suo fervore religioso. Si dava da fare, stava molto all'aria aperta, faceva del bene; il suo volto sembrava aprirsi radioso, come se avesse un'intima consapevolezza dei suoi meriti; e per oltre due mesi, il dottore stette in pace.
L'otto di gennaio Utterson cenò dal dottore in occasione di un piccolo ricevimento, c'era anche Lanyon; il viso del padrone di casa era oggetto di sguardi dall'uno all'altro, come ai vecchi tempi, quando i tre erano amici inseparabili. Il dodici e nuovamente il quattordici, l'avvocato si vide chiudere la porta in faccia. Il dottore era confinato nel suo appartamento, disse Poole, e non riceveva visite. Il quindici provò di nuovo, e di nuovo gli fu negata la visita; e dal momento che negli ultimi due mesi era solito vedere l'amico quasi quotidianamente, questo ritorno alla solitudine gli pesava. La quinta sera invitò a cenare con sé Guest e la sesta si recò a casa del dottor Lanyon.
Almeno lì non gli fu rifiutato l'ingresso, ma non appena entrò, rimase scioccato dal cambiamento avvenuto nell'aspetto del dottore. Egli aveva la sua sentenza di morte chiaramente scritta sulla faccia. Quell'individuo dal colorito roseo, ora era pallido, la sua carne inflaccidita, era visibilmente più calvo e più vecchio; eppure non furono tanto questi segni di un rapido decadimento fisico che colpirono l'attenzione dell'avvocato, quanto piuttosto uno sguardo con degli occhi e un certo modo di fare che sembravano testimoniare un terrore profondamente radicato nell'animo. Era improbabile che il dottore temesse di morire; e tuttavia proprio questo fu ciò che Utterson fu portato a sospettare. «Sì,» pensò «è un medico, deve essere a conoscenza del proprio stato di salute e che i suoi giorni sono contati; e questa consapevolezza è più di quanto possa sopportare.» Tuttavia quando Utterson gli fece notare il suo aspetto malato, Lanyon con grande dignità dichiarò di essere un uomo condannato.
«Ho avuto un colpo,» disse «e non mi riprenderò. È solo questione di settimane. Beh, la vita è stata piacevole, mi è piaciuta; sì, dai, di solito mi piaceva. Certe volte penso che se noi conoscessimo le cose per intero, saremo più felici di andarcene.»
«Anche Jekyll è malato.» osservò Utterson. «Lo hai visto?»
Ma la faccia di Lanyon mutò, e alzò una mano tremolante. «Desidero non vedere o sentire parlare più del dottor Jekyll,» gridò con voce incerta «ho chiuso definitivamente con quella persona; e ti prego di risparmiarmi qualsiasi allusione a uno che considero morto.»
«Che brutta storia.» disse Utterson; e poi dopo una notevole pausa, «Non posso fare nulla?» domandò. «Noi siamo amici di vecchia data, Lanyon, non vivremo abbastanza per farcene degli altri.»
«Non ci si può fare nulla,» rispose Lanyon «chiedilo a lui stesso.»
«Non mi riceverà.» rispose l'avvocato
«La cosa non sorprende.» fu la sua risposta. «Un giorno, Utterson, dopo che sarò morto, tu forse potrai venire a conoscenza di come stanno le cose. Io non posso dirtelo. E nello stesso tempo, se puoi sederti e restare a parlare con me di qualche altra cosa, per l'amor di Dio, resta e fallo; ma se non riesci a tenerti alla larga da questo maledetto argomento, allora, nel nome di Dio, va, perché io non lo reggo.»
Non appena fu di ritorno a casa, Utterson si sedette e scrisse a Jekyll, lamentandosi della sua esclusione dalla casa, e domandando quale fosse la causa di questa infelice rottura con Lanyon; il giorno seguente gli portò una lunga risposta, spesso espressa in modo davvero patetico, e talvolta tendente ad essere oscuramente misteriosa. Il contrasto con Lanyon era insanabile. “Io non biasimo il nostro vecchio amico,” scriveva Jekyll “ma condivido il suo giudizio circa il fatto che non dobbiamo più vederci. Ho intenzione d'ora in avanti di condurre una vita estremamente ritirata; non devi esserne sorpreso, né devi dubitare della mia amicizia, anche se la mia porta è spesso chiusa anche per te. Devi lasciarmi andare per la mia strada, per quanto sia priva di luce. Mi sono procurato da solo una punizione e un pericolo che non posso nominare. Se io sono il primo tra i peccatori, sono anche il primo per patimenti. Non avrei potuto credere che su questa terra ci fosse posto per sofferenze e terrori ai quali non siamo preparati; Utterson c'è una sola cosa che tu puoi fare, per alleviare questo destino, e questa è di rispettare il mio mutismo.» Utterson era sbalordito; l'oscura influenza di Hyde era stata allontanata, il dottore era tornato alle sue vecchie occupazioni e frequentazioni; una settimana fa, le sue prospettive erano tutte rosee e promettenti una lieta e onorata vecchiaia, e ora in un baleno, le amicizie, la tranquillità e l'intero corso della sua vita era distrutto. Un cambiamento così grande e inopinato faceva pensare alla pazzia; ma considerando i modi e le parole di Lanyon, si doveva celare dietro tutto ciò una ragione più profonda.
Una settimana dopo il dottor Lanyon si allettò, e in meno di due settimane era già morto. La notte successiva al funerale, dal quale era stato tristemente scosso, Utterson serrò la porta del suo studio e, sedutosi lì alla luce di una malinconica candela, tirò fuori e pose davanti a sé una busta in cui l'indirizzo era stato scritto dalla mano del suo amico morto, ed era stata suggellata con il suo sigillo. “PERSONALE: da consegnare SOLO nelle mani di G. J. Utterson e in caso di suo decesso, distruggere senza darne lettura.” questo è quanto riportava chiaramente la soprascritta; l'avvocato temeva di guardarne il contenuto. “Oggi ho seppellito un amico,” rifletté “e se questa lettura dovesse costarmi la perdita di un secondo?” Poi giudicò questi timori come una mancanza di lealtà, e ruppe i sigilli. All'interno c'era un secondo involucro, anch'esso sigillato, contrassegnato sul fronte come “da non aprire prima della morte o della scomparsa del dottor Henry Jekyll.” Utterson non credeva ai propri occhi. Sì, c'era scritto scomparsa; ancora una volta, come nel folle testamento che molto tempo prima aveva restituito al suo autore, ancora una volta qui, c'era l'idea della scomparsa associata al nome di Henry Jekyll. Ma nel testamento, quell'idea era scaturita dalla sinistra suggestione di quel Hyde, ed era stata inserita lì con uno scopo del tutto evidente e orribile. Scritta dalla mano di Lanyon, che cosa poteva significare? Il curatore fu preso da un grande desiderio di indagare, di non ottemperare al divieto e immergersi subito verso il fondo di quei misteri, ma l'etica professionale e la lealtà verso l'amico defunto erano obblighi a cui non si poteva sottrarre; così il pacchetto fu messo a dormire nell'angolo più remoto della sua cassaforte personale.
Una cosa è non assecondare la curiosità, altro è sconfiggerla; e c'è da dubitare che, da quel giorno in avanti, Utterson desiderasse la compagnia dell'amico ancora in vita con la stessa impazienza. Pensava a lui con affetto, ma i pensieri erano inquietanti e spaventosi. In verità andò a cercarlo, tuttavia probabilmente si sentì sollevato quando gli negarono l'accesso; forse, in cuore suo, preferiva scambiare due parole con Poole sulla soglia di casa, attorniato dall'aria aperta e dai suoni della città, piuttosto che essere ammesso in quella casa di volontaria prigionia e sedersi a parlare con il suo enigmatico recluso. Per la verità, Poole non aveva notizie molto piacevoli da comunicare. Il dottore, così sembrava, se ne stava ora più che mai confinato nel suo studio sopra il laboratorio, dove delle volte si tratteneva perfino per dormire; era giù di corda, ed era diventato molto taciturno, non leggeva; sembrava che avesse qualcosa per la mente. Utterson incominciò ad abituarsi al carattere sempre uguale di questi rapporti, al punto che poco a poco diradò la frequenza delle sue visite.

L'episodio della finestra 

Capitò che una domenica, mentre Utterson faceva la sua solita passeggiata con Enfield, il loro peregrinare li conducesse ancora una volta lungo la stradina; e quando essi arrivarono di fronte alla porta, entrambi si fermarono a fissarla.
«Beh,» disse Enfield «quella storia finalmente ha avuto una conclusione. Non vedremo mai più il signor Hyde.»
«Lo spero.» disse Utterson. «Ti ho mai raccontato che una volta lo rividi, e di aver condiviso il tuo sentimento di repulsione?»
«Era impossibile che una cosa escludesse l'altra.» rispose Enfield. «E, a proposito, chissà che fesso hai pensato che io sia, a non sapere che questa è un'entrata posteriore dell'abitazione del dottor Jekyll. In parte, è stata colpa tua se l'ho scoperto, quanto poi ci sono arrivato.»
«Dunque lo hai scoperto.» disse Utterson. «Ma se è così, possiamo introdurci nel cortile e dare un'occhiata alle finestre. Per dirla tutta, sono preoccupato per il povero dottor Jekyll e anche se restiamo solo fuori, sento come se la presenza di un amico possa fargli del bene.»
Il cortile era molto freddo e leggermente umido, riempito da un crepuscolo precoce, sebbene il cielo, sopra le loro teste, godesse ancora della luce del tramonto. La finestra centrale delle tre, era semi aperta; e seduto accosto ad essa, a prendere una boccata d'aria con un aspetto infinitamente triste, come un prigioniero desolato, Utterson vide il dottor Jekyll.
«Ehi! Jekyll», gridò. «Spero che tu stia meglio».
«Sono molto giù, Utterson», rispose mestamente il dottore, «molto giù. Ma non durerà a lungo, ringraziando Dio.»
«Stai troppo dentro casa,» disse l'avvocato «dovresti uscire, riattivare la circolazione come facciamo io e il signor Enfield. (Questo è mio cugino – signor Enfield – dottor Jekyll.) Dai vieni; prendi il cappello e fatti un giretto con noi.»
«Sei molto buono.» sospirò l'altro. «Mi piacerebbe moltissimo, ma no, no, no, è improponibile; non oso. Ma in verità, Utterson, sono molto felice di vederti; questo è davvero un gran piacere; vorrei anche chiedere a te a al signor Enfield di salire su, ma non è proprio il posto adatto.»
«Allora» rispose l'avvocato cordiale «la cosa migliore che possiamo fare è restarcene quaggiù, e parlare con te da dove ci troviamo.»
«È proprio quello che stavo per azzardarmi a proporvi.» ribatté il dottore con un sorriso. Ma non appena quelle parole furono proferite, il sorriso gli sparì dal volto per far posto all'espressione di un terrore così abbietto e di una tale disperazione, da gelare il sangue ai due uomini giù da basso. La videro appena con una occhiata, perché la finestra fu immediatamente richiusa, ma quella occhiata era stata sufficiente, si voltarono e lasciarono il cortile senza dirsi una parola. Sempre in silenzio, essi attraversarono la via; e non fu prima di essere arrivati in una strada principale adiacente, dove anche di domenica si trovava una certa animazione, che Utterson finalmente si girò a guardare il suo compagno. Entrambi erano pallidi; nei loro occhi c'era il medesimo orrore.
«Dio ci perdoni! Dio ci perdoni!» disse Utterson.
Ma Enfield si limitò ad annuire molto preoccupato, e proseguì ancora una volta in silenzio.

L'ultima notte 

Una sera terminato di cenare, Utterson se ne stava seduto al suo solito posto presso il focolare, quando venne colto di sorpresa da una visita di Poole.
«Dio mio, Poole, cosa vi porta qui?» esclamò; poi, dopo avergli dato una seconda occhiata «Cosa c'è che vi affligge?» aggiunse. «Il vostro padrone è malato?»
«Signor Utterson,» disse l'uomo «c'è qualcosa che non va.»
«Adesso sedetevi; qui c'è un bicchiere di vino per voi.» disse l'avvocato. «Non c'è fretta, prendetevi il vostro tempo e raccontami compiutamente cosa volete.»
«Lei conosce i modi del dottore, signore,» rispose Poole «e come si sia appartato. Bene, si è di nuovo rinchiuso nel suo studio; e la cosa non mi piace, signore – piuttosto vorrei morire. Signor Utterson, la prego, io sono spaventato.»
«Ora, mio caro,» disse l'avvocato, «siate esplicito. Di che cosa avete paura?»
«È da circa una settimana che ho paura» rispose Poole, eludendo con ostinazione la domanda «e non ce la faccio più.»
L'aspetto dell'uomo confermava decisamente le sue parole; i suoi modi erano alterati; e fatta eccezione per il momento in cui per la prima volta aveva dichiarato il suo terrore, non aveva mai alzato lo sguardo sull'avvocato. Anche adesso sedeva con il bicchiere di vino sulle ginocchia senza assaggiarlo, i suoi occhi erano rivolti verso un angolo del pavimento. «Non ce la faccio più.» ripeté.
«Forza,» disse l'avvocato, «immagino che abbiate delle buone ragioni, Poole; immagino che ci sia sul serio qualcosa che non va. Provate a raccontarmi di cosa si tratta.»
«Penso ci sia stato un omicidio.» disse Poole con voce rauca.
«Un omicidio!» gridò l'avvocato, un bel po' spaventato, e di conseguenza piuttosto incline ad irritarsi. «Quale omicidio? Cosa diavolo volete dire?»
«Non oso parlarne, mi capisca,» fu la risposta «ma verrà con me per vedere di persona?»
Per tutta risposta Utterson si alzò per prendere cappello e cappotto; tuttavia osservò con stupore il grande sollievo che apparve sul volto del maggiordomo, e forse non di meno si stupì che il vino non fosse ancora stato assaggiato, quando posò il bicchiere per seguirlo.
Era una tipica sera di marzo, fredda e ventosa, con una pallida luna distesa di schiena come se il vento l'avesse inclinata; volavano brandelli di nubi dalla diafana trama di batista. Il vento rendeva difficile la conversazione, e screziava il viso arrossandolo di sangue. Sembrava anche che avesse spazzato strade insolitamente prive di gente, così che a Utterson parve di non aver mai visto quella parte di Londra così desolata. Avrebbe desiderato altrimenti; mai in vita sua aveva provato un desiderio così acuto di vedere e toccare i suoi simili, dal momento che, combattuto come meglio poteva, si era generato nella sua mente uno schiacciante presentimento di sventura. La piazza, quando la raggiunsero, era piena di vento e polvere, e i sottili alberi nel giardino sferzavano la cancellata. Poole, che durante tutto il tragitto si era mantenuto uno o due passi avanti, ora si arrestò a metà del marciapiede, e nonostante il clima pungente, si tolse il cappello e si asciugò la fronte con un fazzoletto da tasca rosso. Tuttavia nonostante si fosse affrettato nel tragitto, quello che asciugò non era un sudore da sforzo, quanto piuttosto la sudorazione prodotta da un'angoscia soffocante; infatti era bianco in faccia e la voce, quando parlò, suonò rauca e spezzata.
«Beh, signore,» disse «ci siamo, voglia Iddio che non si trovi nulla di male.»
«E così sia, Poole.» rispose l'avvocato.
Dopodiché il domestico bussò in modo molto guardingo; la porta fu dischiusa con la catena; e una voce domandò dall'interno «Sei tu, Poole?»
«Sì, tutto ok,» disse Poole, «apri la porta.»
Quando entrarono trovarono la sala ben illuminata; il fuoco ardeva alto; e presso il focolare si accalcava tutta la servitù, uomini e donne, come un gregge di pecore. Alla vista di Utterson, la domestica scoppiò in un pianto isterico e la cuoca, gridando “Sia ringraziato Iddio! È il signor Utterson.” gli corse incontro come volesse abbracciarlo.
«Com'è che siete tutti radunati qui?» chiese irritato l'avvocato. «Molto scorretto, molto sconveniente; al vostro padrone non piacerebbe affatto.»
«Sono tutti terrorizzati.» disse Poole.
Seguì un profondo silenzio, nessuno faceva dichiarazioni; solo la cameriera alzò la voce e ora piangeva forte.
«Sta un po' zitta!» le disse Poole in un tono feroce, a testimonianza di quanto avesse i nervi a fior di pelle; del resto tutti avevano avuto un sussulto, quando la ragazza aveva alzato in modo così improvviso il volume del suo lamento e si erano girati verso la porta interna con un'aspettativa piena di orrore dipinta sul volto. «E adesso,» continuò il maggiordomo, rivolto allo sguattero, «dammi una candela, che sistemiamo subito questa faccenda.» Quindi pregò Utterson di seguirlo, facendogli strada verso il giardino sul retro.
«Adesso, signore» disse «venga avanti più piano che può. Voglio che ascolti, ma non voglio che la sentano. E stia attento, signore, se per caso le chiedesse di entrare, non lo faccia.»
I nervi di Utterson, a questa inaspettata conclusione, gli diedero uno scossone da fargli quasi perdere l'equilibrio; ma riprese coraggio, e seguì il maggiordomo nell'edificio adibito a laboratorio e attraversò la sala d'anatomia, ingombra di casse e bottiglie, fino ai piedi della scala. Qui Poole gli fece cenno di mettersi da un lato e mettersi in ascolto, mentre lui, posata la candela e facendo un grande e palese appello alla sua risolutezza, salì i gradini e bussò con mano un po' incerta sullo spesso panno rosso della porta dello studio.
«C'è il signor Utterson, signore, che chiede di vederla.» annunciò; e mentre faceva questo, ancora una volta fece energicamente segno all'avvocato di prestare ascolto.
Una voce rispose dall'interno lamentosamente «Ditegli che non posso vedere nessuno.»
«Grazie signore» disse Poole, con una nota un po' trionfante nella voce; e riprendendo la candela, ricondusse Utterson indietro attraverso il cortile nella grande cucina, dove il fuoco era spento e gli scarafaggi zampettavano lungo il pavimento.
«Signore,» disse, guardando Utterson negli occhi, «era forse quella la voce del mio padrone?»
«Sembra piuttosto cambiata.» replicò l'avvocato, molto pallido, ma restituendogli lo sguardo.
«Cambiata? Beh, sì, lo penso anch'io.» disse il maggiordomo. «Ho abitato per vent'anni nella casa di quest'uomo e potrei farmi ingannare sulla sua voce? No, signore; il mio padrone è stato fatto fuori, è stato fatto fuori otto giorni fa, quando lo udimmo gridare invocando il nome di Dio; e chi c'è lì dentro al suo posto, e perché se ne sta là, queste sono cose che gridano vendetta al cielo, signor Utterson!»
«Questa vostra storia è molto stramba, Poole; anzi è piuttosto folle, mio caro.» disse Utterson, mordicchiandosi un dito. «Supponiamo che le cose stiano come supponete voi, supponendo che il dottor Jekyll sia stato... beh, assassinato, cosa potrebbe indurre l'assassino a rimanere qui? Questa cosa non sta in piedi; è assolutamente illogica.»
«Beh, signor Utterson, vedo che lei è duro da convincere, ma ci voglio riprovare.» disse Poole. «Durante tutta la settimana passata (sappiatelo) lui, ovvero quell'essere, o qualsiasi cosa sia quella che vive in quello studio, non ha fatto altro che urlare giorno e notte per avere un certo farmaco di cui non riusciva a ricordarsi il nome. Delle volte quello – cioè, il padrone – aveva questo modo di fare, scriveva le sue ordinazioni su un foglietto di carta che lanciava sulle scale. Ma da una settimana a questa parte non abbiamo avuto altro che questo; nient'altro che foglietti, e una porta chiusa, gli stessi pasti venivano lasciati lì per essere poi ritirati di nascosto quando non c'era nessuno a guardare. Ebbene, signore, ogni giorno, sì, ma anche 2 o 3 volte nello stesso giorno, ci sono stati ordinativi e lamentele, ed io sono stato mandato di volata da tutti i grossisti di prodotti chimici della città. Ogni volta che tornavo con la roba, c'era un altro biglietto che mi diceva di riportarla indietro, perché non era pura, e un altro ordinativo partiva per una ditta differente. Vuole questo farmaco a ogni costo, a qualsiasi cosa serva.»
«Ne avete qualcuno di codesti foglietti?» chiese Utterson.
Poole si frugò in tasca e ne cavò fuori un biglietto spiegazzato che l'avvocato, chinandosi più vicino alla candela, esaminò attentamente. Il messaggio così recitava:
“Il dottor Jekyll porge i suoi ossequi ai Signori Maw. Egli assicura che il vostro ultimo campione del preparato è impuro ed è del tutto inutile al suo scopo attuale. Nell'anno 18**, il dottor J. ne acquistò dai signori Maw un quantitativo piuttosto rilevante. Adesso egli vi implora di cercare con la cura più solerte se ne fosse avanzato un po' della stessa qualità e di farglielo avere immediatamente. I costi non sono un problema. L'importanza di questa fornitura per il dottor J. difficilmente potrebbe essere sovrastimata.”
Fino a questo punto la lettera procedeva in modo abbastanza usuale, ma poi, con un improvviso scatto della penna, l'emozione dello scrivente aveva fatto irruzione dando libero sfogo. “Per amor di Dio,” aggiungeva “ritrovatemi un po' di quella roba che mi avevate venduto l'altra volta.”
«Questo biglietto è strano,» disse Utterson; e poi in modo secco «com'è che lo avete aperto?»
«Il commesso di Maw era arrabbiatissimo, signore, e me lo ha tirato dietro, come fosse una cartaccia,» rispose Poole.
Questa è indubitabilmente la grafia del dottore, lo sapete vero?» riprese l'avvocato.
«Anche io ho pensato che sembra proprio la sua.» disse il domestico piuttosto corrucciato, e poi, in un altro tono, «Ma che importa la mano che lo ha scritto?» disse. «Tanto io l'ho visto!»
«Visto?» ripeté Utterson. «Ebbene?»
«Ecco!» disse Poole «È andata così. Sono entrato all'improvviso nel laboratorio dal giardino. Sembrava che fosse uscito di soppiatto per cercare questo farmaco o qualunque altra cosa fosse; infatti, la porta dello studio era aperta, e lui era lì, proprio in fondo alla stanza, che rovistava tra le casse. Ha alzato la testa quando sono entrato, e se ne è uscito con una sorta di urlo, poi si è lanciato su per le scale nel suo studio. Io l'ho visto solo per un minuto, ma i capelli mi si sono rizzati in testa come aculei. Signore, se quello era il mio padrone, perché aveva una maschera sul viso? Se era il mio padrone, perché si è messo a strillare come un sorcio, scappando via da me? Sono stato al suo servizio abbastanza a lungo. E quindi…» L'uomo fece una pausa e si passò una mano sul viso.
«Tutte queste sono circostanze molto strane,» disse Utterson «ma penso di incominciare a vederci chiaro. Il vostro padrone, Poole, è stato evidentemente colpito da una di quelle malattie che nello stesso tempo tormentano e deformano chi ne è affetto; questo ne causa, per quanto io ne possa sapere, l'alterazione della sua voce; da qui la maschera e lo sfuggire ai suoi amici; da qui l'urgenza di trovare il farmaco, per mezzo del quale il poveretto conserva qualche speranza di una guarigione definitiva – e voglia Iddio che non ne resti deluso! Ecco la mia spiegazione; è abbastanza triste, Poole, sì, e terribile da prendere in considerazione, ma è semplice e naturale, così tutto si tiene, e ci libera da allarmi ingiustificati.
«Signore,» disse il maggiordomo, mentre assumeva una sorta di pallore a chiazze «quella cosa non era il mio padrone, è questa la verità. Il mio padrone» – qui si guardò intorno e prese a sussurrare – «è un uomo ben fatto, alto, mentre quello era poco più che un nano.» Utterson si provò a contestarlo ma «Oh, Signore,» si mise a tuonare Poole «credete davvero che io non conosca il mio padrone dopo vent'anni? Credete davvero che io non sappia dove arriva la sua testa quand'è davanti alla porta del suo studio, dove io l'ho visto ogni mattina della mia vita? No, signore, quella cosa mascherata non potrà mai essere il dottor Jekyll – Dio sa che cos'era – ma non era il dottor Jekyll; e io in cuor mio credo che sia stato commesso un omicidio.»
«Poole,» replicò l'avvocato, «se voi dite così, sarà mio dovere accertarlo. Per quanto io desideri rispettare i sentimenti del tuo padrone, per quanto io resti perplesso a ragione di questo biglietto, che mi sembra comprovare che egli sia ancora vivo, io ritengo mio preciso dovere irrompere nello studio attraverso quella porta.»
«Ah signor Utterson, adesso sì che parlate bene!» esclamò il maggiordomo.
«E ora, viene la seconda questione,» riprese Utterson «chi lo farà?»
«Perché lo chiede? Lo farà lei insieme a me.» fu l'intrepida risposta.
«Ben detto,» rispose l'avvocato «e qualsiasi cosa accada, sarà mia cura assicurarmi che voi non abbiate a rimetterci.»
«C'è un'ascia nel gabinetto di anatomia,» continuò Poole «e voi potete prendere l'attizzatoio della cucina.»
L'avvocato prese in mano quell'utensile rudimentale ma pesante e lo soppesò. «Vi rendete conto, Poole,» disse, alzando la testa «che ci stiamo mettendo in una situazione irta di pericoli?»
«Potete ben dirlo, signore, per davvero.» rispose il maggiordomo.
«È bene, allora, essere franchi.» disse l'altro. «Entrambi abbiamo in mente più di quanto ci siamo detti; ora parliamoci chiaro. Quella figura mascherata che avete visto, l'avete riconosciuta?»
«Beh signore, è accaduto tutto così in fretta, e la creatura era così ripiegata su se stessa, che io non potrei giurarlo senza esitazioni.» fu la risposta. «Ma se voi intendete chiedere, “era il signor Hyde?” …in effetti sì, penso che lo fosse! Vedete, era della medesima stazza, e aveva la medesima rapidità e leggerezza; e poi chi altro avrebbe potuto accedere dalla porta del laboratorio? Non vi siete dimenticato, signore, che al momento dell'omicidio egli aveva ancora la chiave con sé? Ma non è tutto. Non so, signor Utterson, se voi abbiate mai incontrato il signor Hyde.»
«Sì» disse l'avvocato «una volta gli parlai.»
«Allora dovreste sapere, alla stregua di noialtri, che c'era qualcosa di insolito in quel signore – qualcosa che sconvolgeva le persone – non saprei esattamente come dirlo, signore, se non che ti sentivi le ossa percorse da qualcosa di freddo e sottile.»
«Ammetto di aver provato anch'io qualcosa di quello che avete descritto.» disse Utterson.
«Proprio così, signore.» replicò Poole. «Ebbene, quando quella cosa mascherata saltò su come una scimmia tra gli alambicchi e schizzò via nello studio, mi si gelò la spina dorsale. Oh, lo so che non è una prova, signor Utterson; non sono così ignorante da non da saperlo; però gli uomini hanno le loro impressioni, e io vi giuro che quello era il signor Hyde!»
«Sì, sì,» disse l'avvocato «i miei timori vanno nella medesima direzione. Il male, temo, che fu a fondamento di quella relazione non potrà che portare altro male. Sì, davvero, io vi credo; credo che il povero Harry sia stato ucciso; e credo che il suo assassino (per quale motivo, Dio solo lo sa) sia ancora rintanato nella stanza della vittima. Bene, che il nostro nome sia vendetta. Chiamate Bradshaw.»
Il domestico arrivò, molto pallido e nervoso.
«Calmatevi Bradshaw.» disse l'avvocato. «Lo so che questa attesa vi ha messo tutti a dura prova, ma è ora nostra intenzione di porre fine a tutto questo. Poole, che è qui, ed io, abbiamo intenzione di fare irruzione nello studio. Se è tutto a posto, le mie spalle sono abbastanza larghe per assumermene la responsabilità. Nel frattempo, se ci dovesse essere davvero qualcosa che non va, o se qualche delinquente cercasse di scappare dal retro, voi e il garzone dovete andare fuori girato l'angolo con un paio di buoni bastoni e appostarvi davanti alla porta esterna del laboratorio. Vi diamo 10 minuti, per prendere la vostra posizione.»
Mentre Bradshaw li lasciava, l'avvocato diede un'occhiata al suo orologio. «E ora, Poole, andiamo noi a prendere la nostra posizione.» disse; e mettendosi l'attizzatoio sotto il braccio, fece strada nel cortile. Le nuvole si erano addensate davanti alla luna, e adesso era del tutto buio. Il vento, che nelle profondità dell'edificio irrompeva solo a soffi e folate, agitava la fiamma della candela in avanti e indietro lungo i loro passi, finché non giunsero al riparo nel laboratorio, dove sedettero silenziosamente in attesa. Londra pulsava solenne tutt'intorno, ma accanto a loro, l'immobilità era rotta solamente dal rumore di un passo che procedeva avanti e indietro lungo il pavimento dello studio.
«Quello cammina in questo modo tutto il giorno, signore,» bisbigliò Poole «sì, e per gran parte della notte. Solo quando arriva un nuovo campione dalla farmacia, c'è una breve pausa. Ah, è la cattiva coscienza che è così nemica della quiete! Ah, signore, c'è del sangue colpevolmente versato in ognuno dei suoi passi! Ma ascoltate ancora, un po' più accosto – mettete il vostro cuore all'ascolto, signor Utterson, e ditemi, è questo il passo del dottore?»
I passi avevano una cadenza leggera e strana, come una sorta di dondolio, per quanto procedessero così lentamente; erano per davvero differenti dalla andatura pesante e rumorosa di Henry Jekyll. Utterson sospirò. «Non si sente mai altro?» domandò.
Poole annuì. «Una volta,» disse «una volta l'ho sentito piangere!»
«Piangere? E come?» domandò l'avvocato, sentendo un repentino brivido di orrore.
«Piangere come una donna o un'anima perduta;» rispose il maggiordomo «venni via così oppresso, che ero lì lì per piangere anch'io.»
Ormai i dieci minuti erano scaduti. Poole tirò su l'ascia da sotto la paglia da imballaggio; la candela fu posta sul tavolo più vicino, perché facesse loro luce nel momento dell'assalto; trattenendo il respiro si avvicinarono là dove passi incessanti tuttora si muovevano su e giù, su e giù, nella quiete della notte.
«Jekyll,» gridò Utterson, con voce tonante «chiedo di vederti.» Fece un momento di pausa, ma non giunse risposta. «Ti avviso in tutta franchezza, ci sono venuti dei sospetti, devo vederti e ti vedrò;» riprese «e se non sarà con le buone, allora sarà con le cattive – se non avrò il tuo consenso, allora userò la forza bruta!»
«Utterson,» disse la voce, «per l'amor di Dio, abbiate pietà!»
«Ah, questa non è la voce di Jekyll – è quella di Hyde!» urlò Utterson.
«Abbattiamo la porta, Poole!»
Poole roteò l'ascia sopra la spalla; il colpo scosse l'edificio, e la porta di panno rosso fu sbalzata contro l'infisso e i suoi cardini. Un lugubre strillo, come di puro terrore animale, risuonò dallo studio. La scure si alzò ancora, e ancora una volta il tavolato si schiantò nell'impatto e il telaio sobbalzò; per quattro volte il colpo s'abbatté; ma il legno era resistente e la struttura portante di ottima fattura; e non fu prima del quinto colpo che la serratura andò in pezzi, e i frantumi della porta caddero all'interno sul tappeto .
Gli assedianti, sgomenti del loro stesso assalto e dalla quiete che ne era seguita, si ritrassero un po', scrutando all'interno. Là davanti ai loro occhi c'era lo studio nella calma luce di una lampada, un bel fuoco ardente e scoppiettante nel camino, il bollitore fischiava il suo esile sibilo, uno o due cassetti aperti, le carte ordinate con cura sulla scrivania, e vicino al fuoco era stato predisposto l'occorrente per il tè; l'avreste detta la stanza più tranquilla e, a parte gli armadi a vetro stipati di prodotti chimici, il posto più ordinario in quella notte a Londra.
Proprio nel mezzo giaceva il corpo di un uomo orrendamente ripiegato che ancora si contorceva. Si avvicinarono in punta di piedi, lo rigirarono sulla schiena e videro il volto di Edward Hyde. Indossava abiti di gran lunga troppo larghi per lui, abiti per la stazza del dottore Jekyll; i muscoli della faccia si contraevano ancora con una parvenza di vita, ma la vita se ne era del tutto andata; e dalla fiala frantumata nella mano e dall'intenso odore di mandorle che aleggiava nell'aria, Utterson capì che stava guardando il cadavere di un suicida.
«Siamo arrivati troppo tardi» disse severamente «sia per salvare che per punire. Hyde è andato a dar conto del suo operato e a noi resta solo di scovare il cadavere del vostro padrone.»
La maggior parte dell'edificio era occupata dalla sala d'anatomia, che occupava quasi l'intero pianterreno, e prendeva luce dall'alto, e dallo studio, che formava ad una estremità un piano soppalcato e guardava sul cortile. Un corridoio collegava la sala con la porta sulla strada, che a sua volta comunicava in modo indipendente con lo studio attraverso una seconda rampa di scale. C'erano poi alcuni ripostigli senza finestre e una spaziosa cantina. Tutti questi locali vennero ispezionati a fondo. Ai ripostigli bastò dare solo un'occhiata, perché erano tutti vuoti, e tutti, dalla polvere che veniva giù aprendone le porte, mostravano di non essere stati aperti da lungo tempo. La cantina, invece, era colma di incredibili cianfrusaglie, la maggior parte risalenti al periodo in cui il chirurgo che aveva occupato quei locali prima di Jekyll; ma proprio nell'aprire la porta essi si resero conto dell'inutilità di ulteriori ricerche dalla caduta di un vero groviglio di ragnatele che erano state per anni a sigillare l'ingresso. Da nessuna parte c'era traccia di Henry Jekyll, vivo o morto.
Poole batté con i piedi sulla pavimentazione del corridoio. «Deve essere sepolto qui sotto.» disse, prestando orecchio a come risuonava.
«Oppure potrebbe essere fuggito.» disse Utterson, e si girò ad esaminare la porta che dava sulla stradina. Era chiusa; e lì vicino sulla pavimentazione trovarono la chiave già intaccata dalla ruggine.
«Questa non sembra sia stata usata.» osservò l'avvocato.
«Usata!» gli fece eco Poole. «Signore, non vedete, che è rotta? Come se qualcuno l'avesse pestata con forza.»
«Ah» continuò Utterson «ed è arrugginita anche sulla frattura.» I due uomini si guardarono l'un l'altro impauriti. «Questo va al di là della mia comprensione, Poole,» disse l'avvocato «torniamo nello studio.»
Salirono le scale in silenzio, e ancora una volta, dopo aver gettato un'occhiata sgomenta al cadavere, procedettero ad esaminare con maggior accuratezza lo studio. Su un tavolo vi erano le tracce di attività di laboratorio, diverse dosi di un certo sale bianco erano posate a mucchietti su piattini di vetro, pronte per un esperimento che era stato impedito a quel disgraziato di portare a termine.
«Questo è lo stesso farmaco che continuavo a portagli.» disse Poole; e proprio mentre parlava il bollitore del tè traboccò, facendoli trasalire.
Si portarono presso il caminetto, dove era stata avvicinata una comoda sedia, e l'occorrente per il tè stava a portata di mano di chi vi si fosse seduto, lo zucchero già pronto nella tazza. C'erano parecchi libri sopra uno scaffale; uno era aperto, posato presso il servizio da tè e Utterson rimase stupefatto nel trovare una copia di un'opera di devozione, per la quale Jekyll aveva più volte espresso un grande apprezzamento, annotata, di suo proprio pugno, con sconcertanti bestemmie.
In seguito, nel corso della loro ispezione alla stanza, i due arrivarono davanti al grande specchio inclinabile, nella cui profondità essi guardarono con istintivo orrore. Ma esso era girato in modo tale da mostrare loro null'altro che il rosato gioco di bagliori sul soffitto, lo scintillare del fuoco riflesso un centinaio di volte lungo i vetri degli armadi, e le loro stesse facce, pallide e spaventate, chine a guardarci dentro.
«Questo specchio ha visto molte cose strane, signore.» bisbigliò Poole.
«E sicuramente è lui stesso la cosa più strana.» gli fece eco l'avvocato anch'esso sussurrando. «Per quale ragione Jekyll» – e qui si interruppe trasalendo, poi vincendo il momento di debolezza «per cosa Jekyll poteva averne sentito il bisogno?» domandò.
«Dovreste dirlo voi» rispose Poole.
Poi si voltarono verso la scrivania. Sul suo piano, tra svariate carte ordinate c'era, in cima a tutte le altre, una grande busta che recava il nome di Utterson scritto a mano dal dottore. L'avvocato levò i sigilli, e svariati fogli caddero sul pavimento. Il primo era un testamento, redatto negli stessi inconsueti termini di quello che sei mesi prima gli aveva reso, che doveva servire come espressione delle sue ultime volontà in caso di morte e come atto di donazione in caso di scomparsa; ma al posto del nome di Edward Hyde, l'avvocato, con indescrivibile stupore, lesse quello di Gabriel John Utterson. Egli guardò Poole, e poi tornò a guardare il foglio, e da ultimo il criminale senza vita disteso sul tappeto.
«Sono confuso» disse. «In tutti questi giorni costui è stato in possesso di questo documento, io non avevo certo ragione di piacergli, e deve essere andato su tutte le furie nel vedersi soppiantato, eppure non lo ha distrutto.»
Prese il foglio successivo; era una breve nota del dottore datata in testa. «Oh Poole!» gridò l'avvocato «oggi era ancora in vita ed è stato qui. Non può essere stato fatto sparire in così poco tempo, deve essere ancora vivo, deve essere fuggito! Ma poi, perché è fuggito? E come? E in tal caso, possiamo azzardarci ad affermare che questo è un suicidio? Oh, dobbiamo essere cauti. Temo che possiamo ancora coinvolgere il vostro padrone in qualche tremenda disgrazia.»
«Perché non leggete signore?» chiese Poole.
«Perché ho paura.» replicò l'avvocato gravemente. «Voglia Iddio che non ce ne sia motivo!» E con questo si portò il foglio davanti agli occhi, e lesse quanto segue:
«Mio caro Utterson,
quando questa mia sarà nelle tue mani, sarò sparito, io non ho l'intuito per prevedere in quali circostanze questo accadrà, ma il mio istinto e tutte le evenienze della mia indicibile situazione mi dicono che la fine è certa e prossima. Dunque va a casa, e per prima cosa leggiti il resoconto che Lanyon mi avvisò che ti avrebbe consegnato; e se ti preme saperne di più, passa alla confessione del
vostro indegno e infelice amico,
Henry Jekyll»
«C'era un terzo allegato?» chiese Utterson.
«Eccolo qui, signore.» disse Poole, e gli mise in mano un voluminoso allegato sigillato in diversi punti.
L'avvocato se lo infilò in tasca. «Io non direi nulla di questo scritto. Se il vostro padrone è scappato o è morto, per lo meno possiamo salvargli l'onore. Adesso sono le dieci; io devo tornare a casa per leggere in pace queste carte; ma sarò di ritorno prima di mezzanotte, e allora chiameremo la polizia.»
Uscirono, chiudendosi alle spalle la porta del gabinetto d'anatomia; e Utterson, lasciando ancora una volta la servitù raccolta intorno al fuoco nell'ingresso, si trascinò nel suo ufficio per leggere i due memoriali in cui quel mistero stava ora per essere spiegato.

Il manoscritto del Dr. Lanyon

Il 9 gennaio, cioè quattro giorni fa, con il giro di posta serale mi è stata recapitata una raccomandata, l'indirizzo era stato scritto di suo proprio pugno dal mio collega e vecchio compagno di scuola Henry Jekyll. Io ne sono rimasto molto sorpreso; perché tra noi non era affatto consuetudine lo scambio di missive; lo avevo visto, avevamo persino cenato insieme, giusto la sera precedente; e non riuscivo a immaginare che cosa nel nostro rapporto potesse giustificare la formalità di una lettera raccomandata. Il mio stupore è aumentato prendendone visione; infatti così era scritto:
“10 dicembre, 18**
Caro Lanyon,
tu sei uno dei miei più vecchi amici; e sebbene noi possiamo pur avere avuto alle volte divergenze su questioni di carattere scientifico, io non sono in grado di ricordare, almeno da parte mia, che ci sia mai stata alcuna crisi nel nostro sentimento d'amicizia. Non c'è mai stato un solo giorno in cui, se tu mi avessi detto, “Jekyll, la mia vita, il mio onore, il mio senno, dipendono da te” io non avrei sacrificato la mia mano destra per venirti in aiuto. Lanyon, la mia vita, il mio onore, il mio senno, sono ora tutti rimessi alla tua mercé; se questa notte mi farai mancare il tuo aiuto, io sono perduto. Dopo una tale premessa, potresti supporre che io stia per chiederti qualcosa di disonorevole da accordare. Giudica tu stesso.
Voglio che tu posponga ogni altro impegno per questa notte – sì, quand'anche tu fossi convocato al capezzale di un imperatore – prendi una carrozza, a meno che la tua non sia già pronta sotto casa, e con questa lettera in mano per seguire le istruzioni, recati direttamente a casa mia. Poole, il mio maggiordomo, ha ricevuto le mie istruzioni; lo troverai che aspetta il tuo arrivo con un fabbro. La porta del mio studio dovrà essere forzata: tu dovrai accedervi da solo, aprire l'armadio a vetri sulla sinistra (lettera E), forzandone la serratura se dovesse essere chiuso, ed estrarre, con tutto il suo contenuto così com'è, il quarto cassetto dall'alto, ovvero (che è la stessa cosa) il terzo dal basso. Nello stato di estrema angoscia in cui mi trovo, ho un terrore mortale di darti indicazioni errate; ma anche se mi sto sbagliando, riconoscerai il cassetto giusto sulla base del suo contenuto: delle polveri, una fiala, e un taccuino. Ti supplico di portare questo cassetto, esattamente così come lo trovi, indietro con te tornando a Cavendish Square, .
Questa è la prima parte del favore: ora passiamo alla seconda. Se uscirai di casa subito, non appena ricevuta questa missiva, dovresti essere di ritorno decisamente prima di mezzanotte, ma io voglio lasciarti un certo margine, non solo per paura di quei contrattempi che non possono né essere prevenuti né previsti, ma perché un orario nel quale la vostra servitù è già a letto è preferibile per quello che resta da fare. Devo dunque chiederti di farti trovare da solo a mezzanotte nel tuo ambulatorio, per ricevere in casa di persona, un uomo che si presenterà a mio nome, e di consegnare nelle sue mani il cassetto che avrai portato con te dal mio studio. A quel punto avrai fatto la tua parte e guadagnato tutta la mia gratitudine. Se insisterai per avere una spiegazione, cinque minuti dopo capirai che queste disposizioni sono di importanza capitale; e che trascurando anche solo una di queste, per quanto possano apparire bizzarre, tu potresti ritrovarti ad avere sulla coscienza la mia morte o il mio impazzimento.
Pur confidando nel fatto che non vorrai prendere alla leggera questo appello, mi sento sprofondare e la mia mano trema al mero pensiero di una tale possibilità. Pensa a me che in questo momento, in un luogo straniero, sono sottoposto ad un oscuro pericolo che nessuna fantasia può ingigantire, eppure ben consapevole che, se mi aiuterai seguendo alla lettera le mie istruzioni, i miei guai scivoleranno via come una storia dopo che è stata narrata. Aiutami, mio caro Lanyon e salva il tuo amico, H. J.
P.S. Avevo appena sigillato questa busta quando un nuovo terrore mi ha assalito. È possibile che l'ufficio postale possa deludermi, e che questa lettera non possa arrivare nelle tue mani prima di domani mattina. In questo caso, caro Lanyon, esegui la mia commissione quando ti verrà più comodo nel corso della giornata; e ancora una volta aspetta il mio inviato per mezzanotte. A quel punto potrebbe essere già troppo tardi; e se quella notte passerà senza che nulla accada, capirai di aver visto per l'ultima volta Henry Jekyll.”
Non appena terminata la lettura di questa missiva, mi convinsi che il mio collega era impazzito; ma fintanto questo non fosse provato oltre ogni possibilità di dubbio, mi sentivo costretto a fare quello che mi richiedeva. Meno capivo di questo pasticcio, meno ero nella posizione di valutarne l'importanza; e un appello così formulato non poteva essere messo da parte senza assumersi una grave responsabilità. Di conseguenza mi alzai da tavola, montai in carrozza, e mi diressi alla volta della casa di Jekyll. Il maggiordomo stava aspettando il mio arrivo; egli aveva ricevuto con il mio stesso giro di posta una lettera raccomandata con le istruzioni e aveva subito mandato a chiamare un fabbro e un falegname. Gli artigiani arrivarono mentre stavamo ancora discorrendo; ci muovemmo in gruppo verso la vecchia sala chirurgica del Dr. Denmam, dalla quale (come tu senza dubbio saprai) si accede più comodamente allo studio privato di Jekyll. La porta era molto robusta, la serratura di fattura eccellente; il falegname avvisò che ci sarebbe stato da lavorare molto, e che avrebbe fatto parecchi danni, se avesse dovuto forzarla; il fabbro fu vicino a perdere le speranze, ma era un brav'uomo, e dopo due ore di lavoro, la porta venne aperta. L'armadio contrassegnato con la E non era stato chiuso a chiave, io ne cavai fuori il cassetto e, ricoprendolo con della paglia e avvoltolo in un foglio da imballo, lo presi con me e tornai a Cavendish Square.
Una volta arrivato procedetti ad esaminarne il contenuto. Le polveri erano confezionate con abbastanza cura, ma non con la perizia propria di un farmacista; perciò era chiaro che erano state prodotte nel laboratorio privato di Jekyll: e quando scartai uno degli involucri, vi trovai qualcosa, mi sembrò che fossero semplici cristalli di sale bianco. La fiala, alla quale io rivolsi la mia attenzione successivamente, poteva essere stata mezza piena di un liquido rosso-sangue, estremamente pungente all'olfatto e mi sembrò contenesse fosforo e qualche etere volatile. Quanto agli altri componenti non potevo indovinarli. Il taccuino era un normalissimo taccuino, e conteneva solo brevi serie di date. Queste coprivano un periodo di parecchi anni, ma notai che le registrazioni erano cessate circa un anno prima e piuttosto bruscamente. Qua e là un breve commento era associato a una data, solitamente non più che una singola parola: “doppio” ricorreva forse sei volte su un totale di diverse centinaia di registrazioni; e una volta, proprio agli inizi della lista, seguito da numerosi punti esclamativi: “fallimento totale!!!”. Tutto questo, sebbene pungolasse la mia curiosità, non mi diceva nulla di conclusivo. C'era una fiala di una qualche tintura, un incarto di un qualche sale, e la registrazione di una serie di esperimenti che non avevano condotto (come la maggior parte delle ricerche di Jekyll) a nessun risultato di una qualche utilità pratica. Come poteva la presenza di tali oggetti in casa mia essere in relazione con l'onore, la salute o la vita del mio volubile amico? Se il suo inviato poteva recarsi in un posto, perché non poteva anche andare in un altro? Anche ammettendo che ci potesse essere un qualche impedimento, perché quest'uomo doveva essere ricevuto da me in segreto? Più ci riflettevo, più mi convincevo di avere a che fare con uno caso di malattia mentale; e sebbene avessi congedato la servitù perché andasse a dormire, caricai un vecchio revolver, che avrei potuto riprendere se mi fossi trovato nella necessità di dovermi difendere.
A Londra i rintocchi della mezzanotte erano appena risuonati, quando con il battente si bussò delicatamente alla porta. Mi recai di persona a rispondere alla chiamata, e trovai un uomo di piccola taglia accovacciato contro i pilastri del portico.
«Venite da parte del dottor Jekyll?» domandai.
Mi rispose “Sì” con un gesto sforzato; e quando gli ordinai di entrare, non mi obbedì senza prima essersi guardato alle spalle, scrutando nell'oscurità della piazza. C'era un poliziotto non molto distante che avanzava con la sua lanterna accesa; e io ebbi l'impressione che alla sua vista il mio visitatore trasalisse e fosse preso da grande premura.
Questi dettagli lo devo confessare, mi colpirono sgradevolmente; e mentre lo seguivo verso la vivida luce dell'ambulatorio, tenevo la mano pronta sulla rivoltella. Lì, finalmente, ebbi l'opportunità di guardarlo bene. Certamente non lo avevo mai visto prima. Era basso, come ho già detto; inoltre mi colpì la sconvolgente espressione del suo volto, una curiosa combinazione di eccezionale vigoria muscolare in una costituzione fisica manifestamente molto debilitata, e – da ultimo ma non di minor importanza – l'inusuale turbamento personale causato dalla sua vicinanza. Questo fastidio assomigliava a un principio di irrigidimento, ed era accompagnato da un sensibile indebolimento del ritmo cardiaco. In quel momento, attribuii tutto ciò a una qualche idiosincratica, personale avversione, e mi meravigliai solo dell'intensità dei sintomi; ma in seguito ho avuto motivo di ritenere che la causa risiedesse molto più in profondità nella natura di quell'uomo, e che dipendesse da qualcosa di più nobile del sentimento dell'odio.
Questo individuo (che in questo modo aveva, fin dal primo istante al momento del suo ingresso, suscitato in me qualcosa che io posso solo descrivere come una curiosità piena di disgusto) era vestito in una maniera che avrebbe reso ridicola qualsiasi persona; vale a dire che i suoi vestiti, sebbene fossero di fattura costosa e ispirati a sobrietà, erano terribilmente troppo larghi per lui in tutte le misure – i pantaloni pendevano sulle sue gambe ed erano arrotolati in fondo per tenerli sollevati da terra, la vita della giacca arrivava sotto i fianchi, e il bavero si estendeva fin sulle spalle. Strano a dirsi, questa ridicola bardatura era ben lungi dal farmi ridere. Piuttosto, siccome c'era qualcosa di abnorme e contraffatto proprio nell'essenza stessa della creatura che ora stava di fronte a me – qualcosa che catturava, sorprendeva e dava disgusto – quest'altra incongruenza finiva soltanto per essere coerente e rafforzarla; così che all'interesse circa la natura e l'indole dell'uomo, si aggiunse la curiosità circa le sue origini, la sua vita, la sua fortuna e la sua posizione sociale.
Queste considerazioni sebbene abbiano richiesto uno spazio così grande per essere espresse, furono elaborate in pochi secondi. Il mio visitatore era invero preda di una cupa frenesia.
«Lo avete preso?» gridò. «Lo avete preso?» La sua impazienza era così viva che addirittura arrivò a posarmi una mano sul braccio e provò a scuotermi.
Lo allontanai, percependo al suo contatto una senso di gelo interiore. «Venite,» dissi «dimenticate che io non ho ancora avuto il piacere di fare la vostra conoscenza. Sedetevi, per cortesia.» e gli diedi l'esempio, sedendo io stesso al mio solito posto, fingendo con naturalezza quei modi con cui mi intrattengo abitualmente con i miei pazienti, per quanto me lo potessero concedere l'ora tarda, la natura delle mie preoccupazioni, e l'orrore che mi ispirava il mio visitatore.
«Vi chiedo scusa, dottor Lanyon.» replicò, abbastanza educatamente. «Quello che dite è giusto; e la mia impazienza mi ha fatto dimenticare le buone maniere. Sono venuto qui su richiesta del suo collega, il dottor Henry Jekyll, per un affare di una certa importanza; e mi è sembrato di capire…» si interruppe e si portò la mano alla gola, e potei notare, che a dispetto dei suoi modi controllati, stava lottando contro l'approssimarsi di una crisi isterica – «mi è sembrato di capire, un cassetto…»
Ma a questo punto ebbi compassione dello stato di apprensione del mio visitatore, e anche, forse, della mia crescente curiosità.
«Eccolo, signore.» dissi, additando il cassetto posato sul pavimento dietro il tavolo, ancora coperto dal suo impacco.
Egli balzò a prenderlo, poi si interruppe, portandosi una mano sul cuore; potevo sentirlo digrignare i denti sotto la spinta convulsa delle mascelle; la sua faccia si era fatta così spaventosa a vedersi che io mi misi in allarme sia per la sua vita che per il suo senno.
«Si ricomponga.» dissi.
Egli mi rivolse un sorriso spaventoso, e con la decisione di un disperato strappò via l'incarto. Alla vista del contenuto, emise un sonoro singulto che esprimeva un tale immenso sollievo che ne rimasi pietrificato. Immediatamente dopo, con una voce che era già ben controllata mi chiese «avete un bicchiere graduato?»
Mi alzai con un certo sforzo dal mio posto, e gli procurai quanto richiesto.
Egli mi ringraziò sorridendo con un cenno del capo, misurò poche gocce della tintura rossa e vi aggiunse una delle polveri. La mistura, che inizialmente era di un colore rossastro, incominciò, mano a mano che i cristalli andavano in soluzione, a diventare così effervescente da poterla sentire gorgogliare e a sprigionare piccole esalazioni di vapore. Improvvisamente l'ebollizione cessò, e nello stesso istante il composto virò verso un cupo color porpora, che scolorì ancora, ma più lentamente, in un verde acqua. Il mio visitatore, che aveva seguito queste metamorfosi con occhio ansioso, sorrise, posò il bicchiere sul tavolo, quindi si voltò e mi guardò con aria interrogativa.
«E ora,» disse «decidiamo su quello che resta da fare. Volete essere saggio? Volete che vi consigli? Acconsentirete a che io prenda questo bicchiere in mano, e me ne vada via da casa vostra senza ulteriori spiegazioni? Oppure il desiderio senza freno della curiosità ha il sopravvento su di voi? Pensate prima di rispondere, perché sarà fatto secondo la vostra decisione. A seconda di ciò che deciderete, voi resterete tale quale eravate prima, né più ricco né più sapiente, a meno che il senso del servizio reso a un uomo mortalmente angosciato non possa essere contato come una sorta di arricchimento dell'anima. O, se così preferirete scegliere, un nuovo campo di conoscenza e nuove strade verso la fama e il potere vi si apriranno, qui, in questa stanza, all'istante; la vostra vista sarà accecata da un prodigio in grado di far vacillare l'incredulità di Satana.»
«Signore,» dissi io, affettando una freddezza che ero ben lungi dal possedere realmente, «Voi parlate per enigmi, e forse non vi stupirete che vi ascolti con una punta di scetticismo. Ma io sono andato troppo oltre, rendendole servigi di cui non ho afferrato il senso, per fermarmi prima che ne abbia visto la conclusione.»
«Sta bene,» replicò il mio visitatore «Lanyon, ricordatevi del vostro giuramento: quello che segue è coperto dal segreto della vostra professione. E ora, voi che siete stato così a lungo legato alle più ristrette e materiali vedute, voi che avete negato le virtù della medicina trascendentale, voi che avete deriso chi vi è superiore – guardate!»
Si portò il bicchiere alle labbra, e bevve d'un fiato. Seguì un urlo; barcollò, vacillò, s'aggrappò al tavolo per reggersi, lo sguardo fisso gli con occhi iniettati di sangue, rantolando a bocca aperta; mentre lo guardavo, sopravvenne, credo, una mutazione – sembrò gonfiarsi – la faccia gli divenne improvvisamente nera, i lineamenti sembrarono liquefarsi e alterarsi – un attimo dopo ero già balzato in piedi, indietreggiando contro la parete, le braccia levate a protezione da quel prodigio, la mente sopraffatta dal terrore.
«Oh Dio!» urlai e poi di nuovo ripetutamente «Oh Dio!»; perché lì, davanti ai miei occhi – pallido e tremante, mezzo svenuto, annaspante, con le mani protese come chi è risuscitato dalla morte – stava Henry Jekyll!
Quanto mi raccontò durante l'ora che seguì, non riesco a metterlo per iscritto. Ho visto quel che ho visto, ho appreso quel che ho appreso e la mia anima ne venne ammorbata; e ancora ora che quella vista è svanita dai miei occhi, mi chiedo se devo crederci e non so dare una risposta. La mia vita è scossa fin alle radici; il sonno mi ha abbandonato; il più mortale dei terrori sta al mio fianco ogni ora del giorno e della notte; sento di avere i giorni contati e che morirò; eppure morirò incredulo. Quanto alla depravazione morale che quell'uomo mi ha rivelato, sia pure con lacrime di pentimento, non posso, anche se è solo un ricordo, ripensarci senza un sussulto d'orrore. Dirò solo una cosa, Utterson, e (se riuscite a indurre la vostra mente a dargli credito) sarà più che sufficiente. La creatura che quella notte si intrufolò in casa mia era, per confessione dello stesso Jekyll, conosciuta con il nome di Hyde e ricercata in ogni angolo del Paese come l'assassino di Carew.
Hastie Lanyon.

Il resoconto completo di Henry Jekyll sul caso

Sono nato nell'anno 18** erede di una vasta fortuna, dotato per di più di eccellenti qualità, portato per natura all'operosità, desideroso del rispetto delle persone sagge e buone fra i miei simili, e pertanto come si poteva prevedere con tutti i presupposti per un futuro onorevole e di distinzione. E in verità, il mio peggior difetto era una certa impaziente vivacità di temperamento, che ha fatto la felicità di tanti, ma che trovavo difficile da conciliare con il mio imperioso desiderio di andare a testa alta e di tenere, al cospetto della gente, un contegno straordinariamente austero. Da qui derivò che mantenessi nascosti i miei piaceri; e quando raggiunsi l'età della riflessione, e cominciai a guardarmi intorno e a fare il punto sui miei progressi e la mia posizione nel mondo, mi ritrovai già preso in una vita di profonda doppiezza. In molti si sarebbero perfino fatti un vanto delle trasgressioni di cui ero colpevole; ma io, dall'alto delle ambizioni che mi ero assegnato, le condannavo e le nascondevo, con un senso di vergogna quasi patologico. Fu pertanto la natura impegnativa delle mie aspirazioni, più che un particolare peggioramento dei miei difetti, che fece di me quel che sono stato, e separò in me, con un solco ancora più profondo che nella maggior parte degli uomini, le due regioni del bene e del male, che dividono e compongono la natura duale dell'uomo. In questo caso fui condotto a profonde e periodiche riflessioni su quella dura legge della vita che sta alla radice della religione ed è una delle più copiose fonti di angoscia. Pur così profondamente doppiogiochista, non ero in alcun modo un ipocrita; entrambi i miei due lati erano del tutto onesti; non ero meno me stesso quando mettevo da parte ogni ritegno e sprofondavo nella vergogna, di quando mi adoperavo, alla luce del giorno, a promuovere la scienza o ad alleviare dolore e sofferenza. Avvenne che la direzione delle mie ricerche scientifiche, interamente rivolte al mistico e al trascendentale, si combinasse con tutto questo e gettasse una intensa luce su questa coscienza del conflitto perenne tra le mie componenti. Così ogni giorno, e con entrambi i lati della mia intelligenza, quella morale e quella intellettuale, sempre più mi avvicinavo a quella verità, dalla cui parziale scoperta sono stato condannato a un così spaventoso naufragio: che l'uomo in verità non è uno, ma due. Dico due perché, lo stadio della mia conoscenza non va oltre questo punto. Altri seguiranno, altri, su questa stessa strada, mi oltrepasseranno; e io azzardo l'ipotesi che l'uomo verrà infine riconosciuto come un sistema composto da una molteplicità di abitanti, discordi e indipendenti. Io, da parte mia, secondo la natura della mia esistenza, ho progredito infallibilmente in una direzione e in quella soltanto. Fu dal lato morale, e sulla mia stessa persona, che imparai a riconoscere la profonda e primordiale dualità dell'uomo; mi accorsi che delle due nature che si contendevano il campo della mia coscienza, se potevo a buon diritto dire di essere l'una oppure l'altra, ciò era dovuto soltanto al fatto di essere fondamentalmente sia l'una che l'altra; e fin dagli inizi, prima ancora che il corso delle mie scoperte scientifiche avesse cominciato a suggerirmi la più evidente possibilità di un simile miracolo, avevo imparato a vagheggiare con piacere, come in un delizioso sogno a occhi aperti, all'idea della separazione di quegli elementi. Se ciascuno, mi dicevo, potesse albergare in separate identità, la vita sarebbe sollevata di tutto quanto ha d'insopportabile: l'iniquo potrebbe andarsene per la sua strada, liberato dalle aspirazioni e dal rimorso del gemello più retto; e il giusto potrebbe progredire saldamente e sicuramente lungo il suo sentiero in salita, portando a compimento le buone azioni in cui trova il suo piacere, e non più esposto al disonore e alla penitenza a causa di quel male che gli è estraneo. Era la maledizione del genere umano che simili incompatibili fascine fossero legate insieme – che nel grembo tormentato della coscienza questi antitetici gemelli dovessero continuamente scontrarsi. Come, allora, potevano essere separati?
Ero a questo punto delle mie riflessioni quando, come ho detto, dal tavolo del laboratorio una luce trasversale iniziò ad illuminare la materia. Cominciai a percepire, più profondamente di quanto sia mai stato stabilito, la tremula immaterialità, la transitorietà simile a quella delle foschie, di questo corpo, all'apparenza così solido, nel cui rivestimento ci muoviamo. Trovai che certi agenti avevano il potere di scuotere e rimuovere questa veste carnale come il vento può tirar via le tende a un padiglione. Per due buone ragioni, non intendo addentrarmi in questo aspetto scientifico della mia confessione. La prima è perché ho dovuto imparare che il destino e il fardello della nostra vita, sono legati per sempre sulle spalle di ogni uomo, e a tentare di disfarsene, si ottiene soltanto che ci ritornino addosso, come un peso più estraneo e più terribile. La seconda perché, come il resoconto, ahimè, mostrerà in modo fin troppo evidente, le mie scoperte erano incomplete. Basti dunque dire che, non solo io riconobbi il mio corpo naturale come semplice aura ed epifania di alcuni poteri che costituivano il mio spirito, ma riuscii a preparare un farmaco per effetto del quale questi poteri potevano essere spodestati dalla loro supremazia, e rimpiazzati da una seconda forma e un secondo aspetto, non meno veraci, dal mio punto di vista, a causa del fatto di essere l'espressione, e di recare l'impronta, degli elementi inferiori della mia anima.
Esitai a lungo prima di sottoporre questa teoria alla prova sperimentale. Sapevo bene di rischiare la morte; perché qualsiasi farmaco in grado di controllare e scuotere con tanta forza la roccaforte stessa dell'identità, avrebbe potuto, alla minima eccedenza nel dosaggio o per il minimo contrattempo al momento della somministrazione, annientare completamente quel tabernacolo immateriale che volevo trasformare con essa. Ma la tentazione di una scoperta così singolare e profonda alla fine prevalse sulle suggestioni delle preoccupazioni. Avevo da tempo preparato la soluzione alcolica che era alla base della mia pozione; acquistai subito, da una ditta di forniture chimiche all'ingrosso, un cospicuo quantitativo di un particolare sale, che sapevo, dalle mie sperimentazioni, essere l'ultimo ingrediente richiesto; e a tarda ora in una notte maledetta, miscelai i componenti, li guardai ribollire nel bicchiere ed insieme esalare vapori e, una volta placata l'ebollizione, con una vampata di coraggio, trangugiai la pozione.
Ne seguirono gli spasimi più lancinanti: uno scricchiolio nelle ossa, una nausea mortale e un orrore dello spirito che non è dato di superare neppure nell'ora della nascita o della morte. Poi queste sofferenze presero rapidamente a scemare e io tornai in me, come se fossi reduce da una grave malattia. C'era qualcosa di strano nelle mie sensazioni, qualcosa di indescrivibilmente nuovo e, proprio per la sua novità, di incredibilmente dolce. Mi sentivo più giovane, più leggero, più felice nel corpo; avvertivo dentro di me un'inebriante sconsideratezza, un fluire di scomposte sensuali visioni che scorrevano nella mia immaginazione come l'acqua in un mulino, sciolto dai legami delle obbligazioni, con una sconosciuta ma non innocente libertà dell'anima. Mi accorsi, sin dal primo respiro di questa nuova vita, di essere più malvagio, dieci volte più malvagio, venduto come schiavo al mio male originale; e questa idea, in quel momento, mi corroborava e deliziava come fosse vino. Stesi le braccia, esultando nella freschezza di queste sensazioni; e nel compiere il gesto mi resi conto all'improvviso che mi ero ridotto di statura.
A quel tempo, nel mio studio, non c'era uno specchio; quello che si trova accanto a me mentre scrivo fu portato là in seguito, proprio in funzione di queste trasformazioni. La notte, comunque, stava lasciando il passo all'alba – un'alba che, per quanto buia, era ormai prossima a concepire il giorno – e gli abitanti della casa erano presi nelle ore del sonno più pesante; decisi, raggiante com'ero di speranza e di trionfo, di avventurarmi nella mia nuova forma fino in camera da letto. Attraversai il cortile, dove le costellazioni, mi parve, guardassero dall'alto con meraviglia la prima creatura di quel genere che si fosse mai palesata alla loro insonne vigilanza; sgusciai furtivo lungo i corridoi, straniero nella mia stessa casa, e giunto nella mia stanza vidi per la prima volta l'aspetto di Edward Hyde.
Debbo parlare a questo punto solo in via teorica, dicendo non quello che so per certo, ma solo quello che suppongo più probabile. La parte malvagia della mia natura, alla quale avevo adesso trasferito il potere di plasmarmi, era meno robusta e meno sviluppata di quella buona da me appena deposta. Del resto nel corso della mia vita, che dopo tutto era stata per nove decimi una vita d'impegno, virtù e disciplina, quella parte era stata molto meno esercitata e sfruttata. Da questo, così penso, ne derivava il fatto che Edward Hyde fosse tanto più minuto, più magro, e più giovane di Henry Jekyll. Come il bene splendeva sulla fisionomia dell'uno, così il male era scritto ampiamente e chiaramente in faccia all'altro. Inoltre il male (che debbo pur sempre ritenere essere il lato mortale dell'uomo) aveva lasciato su quel corpo un'impronta di deformità e di decadimento. Eppure quando guardai quel brutto simulacro nello specchio, non provai alcuna ripugnanza, piuttosto uno slancio di benvenuto. Pure quello ero io. Sembrava naturale e umano. Ai miei occhi mostrava un'immagine più viva dello spirito, sembrava più immediata e semplice, dell'espressione imperfetta e divisa in cui, fino a quel momento, ero abituato a riconoscermi. E fin qui avevo senza dubbio ragione. Avevo osservato che quando vestivo le sembianze di Edward Hyde, nessuno mi poteva avvicinare, senza avere da principio una chiara fisiologica apprensione. Questo perché, secondo me, tutti gli esseri umani, quali li incontriamo, sono commisti di bene e di male: e solo Edward Hyde, nei ranghi del genere umano, era puro male.
Indugiai appena un momento allo specchio: il secondo risolutivo esperimento doveva ancora essere compiuto; restava ancora da vedere se avessi perso in modo irrecuperabile la mia identità e se dovessi fuggire prima del giorno da una casa non più mia; precipitandomi perciò nello studio, preparai ancora una volta la pozione e la bevvi, ancora una volta soffrii gli spasimi della dissoluzione, e ancora una volta tornai in me con il carattere, la statura e il volto di Henry Jekyll.
Quella notte ero arrivato al fatale crocevia. Se mi fossi accostato alla mia scoperta con spirito più nobile, se mi fossi arrischiato nell'esperimento condotto da aspirazioni generose o pie, tutto sarebbe stato diverso e sarei uscito da quei tormenti di morte e di nascita come un angelo invece che come un demonio. Il farmaco non aveva alcuna azione discriminante; non era né diabolico né divino; si limitava a scuotere le porte della galera in cui era rinchiusa la mia propensione e, al pari dei prigionieri di Filippi, chi era dentro ne fuggiva. A quel tempo la mia virtù sonnecchiava; il male in me, tenuto sveglio dall'ambizione, era all'erta e lesto a cogliere l'occasione; e la cosa che scaturì fu Edward Hyde. Di conseguenza, sebbene ora disponessi di due indoli, come pure di due sembianze, una era pienamente malvagia, e l'altra era ancora il vecchio Henry Jekyll, quell'incongruo miscuglio sulla cui correzione o riforma oramai avevo imparato a disperare. Cosicché il cambiamento era tutto rivolto al peggio.
A quel tempo, del resto, non avevo ancora dominato la mia avversione per un'arida vita di studi. Alle volte ero ancora incline al divertimento; e dato che i miei piaceri erano (a dir poco) indecenti, mentre io ero persona non solo ben nota e tenuta in alta considerazione, ma già avanti negli anni, una simile incoerenza nella mia vita diventava ogni giorno più indesiderata. Fu a questo riguardo che il mio nuovo potere mi tentò fino a ridurmi in schiavitù. Non avevo che da vuotare la coppa, per scrollarmi di dosso d'un colpo, il corpo dell'illustre professore, e assumere, come uno spesso manto, quello di Edward Hyde. L'idea mi arrideva; all'epoca mi sembrava divertente; e feci i preparativi con l'attenzione più zelante. Presi e ammobiliai quella casa a Soho, dove arrivò la polizia sulle tracce di Hyde, e assunsi come governante una persona che sapevo di poche parole e priva di scrupoli. D'altra parte, annunciai alla servitù che un tale signor Hyde (che descrissi) doveva avere piena libertà e autorità nella mia altra casa, quella in piazza; e, per evitare contrattempi, mi feci diverse visite e mi resi familiare sotto le spoglie della mia seconda persona. Scrissi quindi il testamento da voi tanto biasimato, di modo che, quand'anche fosse accaduto qualcosa alla persona del dottor Jekyll, potevo subentrare come Edward Hyde, senza perdite finanziarie. E così premunito, supponevo, rispetto ad ogni evenienza, cominciai a trarre profitto dalle insolite immunità della mia condizione.
Gli uomini un tempo assoldavano dei sicari che commettessero i delitti al posto loro, mentre la propria persona e la propria reputazione restava al riparo. Io fui il primo a fare altrettanto al fine di procurarmi i miei piaceri. Fui così il primo che poté incedere con sussiego al cospetto di tutti, carico di affabile rispettabilità, e un attimo dopo, come uno scolaretto, spogliarsi di quelle vesti e tuffarsi a capofitto nel mare delle libertà di scelta. Ma per me, sotto il mio impenetrabile mantello, la sicurezza era garantita. Pensateci – non esistevo nemmeno! Lasciate solo che io fugga dentro il mio laboratorio, datemi solo un secondo o due per mescolare e trangugiare la pozione che ho sempre tenuta pronta, e, qualunque cosa avesse fatto, Edward Hyde sarebbe svanito come sparisce l'alone lasciato da un soffio su uno specchio; e al suo posto, tranquillamente a casa, intento ad accomodarsi la lampada notturna dello studio, in grado di farsi beffe di ogni sospetto, ci sarebbe stato Henry Jekyll.
I piaceri che mi affrettai a cercare dietro il mio travestimento erano, come ho detto, indecenti; sono restio ad usare un termine più forte. Sennonché nelle mani di Edward Hyde, presto cominciarono a volgere in qualcosa di mostruoso. Al ritorno da quelle scorribande, mi ritrovavo spesso pervaso da una specie di stupore di fronte alla depravazione del mio alter ego. Questo mio intimo che evocavo dalla mia stessa anima, e mandavo avanti da solo a soddisfare i suoi veri piaceri, era un essere intrinsecamente maligno e scellerato; ogni sua azione e pensiero erano egoistici; si abbeverava di piacere con bestiale avidità nell'infliggere ogni sorta di supplizio agli altri; spietato come fosse un uomo di pietra. Henry Jekyll a volte restava inorridito davanti alle azioni di Edward Hyde; ma quegli eventi erano talmente casi a sé stanti, rispetto all'ordine normale, che insidiosamente ridusse la presa della coscienza. Era Hyde, dopo tutto, e Hyde soltanto, il colpevole. Jekyll non era peggiorato; si svegliava ritrovando apparentemente inalterate le sue buone qualità, anzi, si affrettava a riparare, quando era possibile, al male fatto da Hyde. E così la sua coscienza dormiva tranquilla.
Sui dettagli delle infamie di cui fui complice (anche adesso fatico a concedere di averle commesse io) non intendo entrare. Intendo solo rilevare i segnali e i passi successivi con i quali si approssimò il mio castigo. Mi capitò un incidente di cui, visto che non sortì conseguenze, farò appena menzione. Un atto crudele verso una ragazzina suscitò contro di me la collera di un passante, che l'altro giorno riconobbi nella persona di quel vostro parente; si unirono a lui un medico e la famiglia della piccola; ci furono momenti in cui temetti per la mia vita; infine, per placare il loro più che giusto risentimento, Edward Hyde dovette portarli fin sulla porta e versare loro un assegno a firma di Henry Jekyll. Ma questo pericolo, fu facilmente eliminato per il futuro con l'apertura di un conto in altra banca, intestato a nome dello stesso Edward Hyde; e una volta data un'inclinazione opposta alla mia calligrafia, fornii al mio doppio una firma tutta sua, mi ritenni fuori dalla portata della sorte.
Due mesi prima dell'assassinio di Sir Danvers, avevo fatto una sortita per una delle mie scorribande, ed ero rientrato a ora tarda; all'indomani mi ridestai a letto con delle bizzarre sensazioni. Inutilmente mi guardavo attorno, guardavo il mobilio dignitoso e le ampie dimensioni della stanza che dava sulla piazza e riconoscevo il motivo dei tendaggi e il disegno della cornice di mogano sul letto; qualcosa mi ripeteva con insistenza che non ero dov'ero, che non mi ero risvegliato là, dove mi sembrava di essere, bensì nella stanzetta di Soho, dove solitamente dormivo sotto le spoglie di Edward Hyde. Sorrisi di me stesso e, seguendo la mia vena di psicologo, mi misi pigramente a passare in rassegna gli elementi di una tale illusione, tornando, di quando in quando, a ripiombare, perfino durante le mie riflessioni, in un piacevole sopore mattutino. Ero ancora in questa fase quando, in un momento di veglia, lo sguardo mi cadde sulla mano. Ora, la mano di Henry Jekyll (come tu hai spesso sottolineato) aveva per forma e dimensione qualcosa di professionale: grande, ferma, bianca, ben fatta. Ma la mano che ora io scorgevo, con una certa chiarezza nel giallo chiarore di un mattino nel cuore di Londra, abbandonata semichiusa sulle coltri, era magra, nodosa, con le nocche ben segnate, di un pallore cupo e fittamente ombreggiata dallo sviluppo di una scura peluria. Era la mano di Edward Hyde.
Devo averla fissata per almeno mezzo minuto, sprofondato com'ero nel puro istupidimento della sorpresa, prima che il terrore si risvegliasse nel mio petto repentino e allarmante come il fragore di cembali; balzato giù dal letto, mi precipitai allo specchio. Alla vista di ciò che si palesò davanti agli occhi, il mio sangue si tramutò in qualcosa di estremamente sottile e gelido. Sì, mi ero coricato Henry Jekyll e mi era risvegliato Edward Hyde. Questo come si spiegava? mi chiesi; e poi, con un altro sussulto di terrore – come porvi rimedio? Il mattino era ormai inoltrato; la servitù era in piedi; tutti i miei preparati erano nello studio, un lungo tragitto da dove mi trovavo in quel momento terrorizzato – due rampe di scale da scendere, il corridoio sul retro da percorrere, e poi via all'aperto da una parte all'altra del cortile per poi attraversare il teatro anatomico. Sarebbe stato certamente possibile coprirsi il viso, ma a che scopo farlo, quando non ero in grado di celare l'alterazione della mia statura? E poi, con un sollievo irresistibilmente dolce, mi ricordai che la servitù era già abituata all'andirivieni del mio secondo io. Mi vestii alla svelta, come meglio mi riuscì, con gli abiti della taglia di Jekyll; attraversai alla svelta l'edificio, dove Bradshaw sgranò gli occhi e indietreggiò vedendo il signor Hyde a quell'ora e abbigliato in quello strano modo; dieci minuti più tardi, il dottor Jekyll tornato al suo proprio aspetto sedeva a tavola, accigliato, fingendosi intento a far colazione.
Non avevo davvero molto appetito. Quell'inesplicabile incidente, quel capovolgimento delle mie precedenti esperienze, sembrava, come il dito babilonese sul muro, scandire le lettere della mia condanna; e io cominciai a riflettere più seriamente di quanto non avessi mai fatto in precedenza, sugli esiti e sulle possibilità della mia doppia esistenza. Quella parte di me che avevo il potere di portare alla luce, era stata ultimamente molto spesso attivata e alimentata; mi era sembrato di recente come se il corpo di Edward Hyde fosse cresciuto di statura, come se (quando ne assumevo la forma) sentissi di avere una circolazione sanguigna più vigorosa; e cominciai a scorgere il pericolo che, se la cosa si fosse protratta a lungo, l'equilibrio della mia natura potesse venirne alterato in modo permanente, la facoltà di mutare secondo la volontà poteva cessare, e la personalità di Edward Hyde diventare irrevocabilmente la mia. Il potere del preparato non si era manifestato sempre in modo uguale. Una volta, proprio agli inizi delle mie sperimentazioni, mi aveva completamente deluso; in seguito mi ero visto costretto, in più di un'occasione, a raddoppiare e una volta, con sommo rischio per la mia stessa incolumità, a triplicare la dose; e solo questi rari imprevisti fino ad a questo momento avevano gettato un'ombra sulla mia soddisfazione. Adesso, tuttavia, e alla luce dell'incidente di quel mattino, fui portato a constatare che mentre, sulle prime, la difficoltà era stata quella di disfarmi del corpo di Jekyll, di recente in modo graduale ma chiaramente, la difficoltà si era invertita. Tutto quindi sembrava indicare questo: che mi stava lentamente sfuggendo la presa sull'originario e migliore me stesso, e che stavo lentamente incorporando l'altro, quello peggiore.
Tra questi due sentivo ormai di dover fare una scelta. Le mie due nature avevano in comune la memoria, mentre tutte le altre facoltà erano ripartite in modo assai diseguale fra i due. Jekyll (che era composto) ora con la più viva apprensione, ora con gusto vorace, progettava e condivideva i piaceri e le avventure di Hyde; ma Hyde era indifferente a Jekyll, o al più lo ricordava come un bandito di montagna si ricorda della caverna dove va a nascondersi quando è braccato. Jekyll provava qualcosa di più di un interesse paterno; Hyde più di un'indifferenza filiale. Fondere la mia sorte con quella di Jekyll significava soffocare quegli appetiti che a lungo mi ero segretamente concesso e che da ultimo avevo preso ad assecondare in tutto e per tutto. Fondermi con Hyde significava soffocare mille interessi e aspirazioni, e diventare, di colpo e per sempre, disprezzato e senza amici. Lo scambio potrebbe sembrare iniquo; ma c'era ancora un'altra considerazione di cui tener conto: e cioè che mentre Jekyll avrebbe sofferto atrocemente tra fiamme dell'astinenza, Hyde non sarebbe stato neppure cosciente di tutto quello che avrebbe perduto; per quanto singolari fossero le circostanze in cui mi trovavo, i termini di questo dibattito erano vecchi e comuni come l'uomo; i medesimi allettamenti e timori giocano la sorte di ogni peccatore tentato e tremebondo; e accadde anche a me, come alla stragrande maggioranza dei miei simili, di scegliere la parte migliore e di trovarmi privo delle forze per mantenermi in questa scelta.
Sì, preferii l'anziano e insoddisfatto dottore, circondato da amici e dedito a delle oneste aspettative, e diedi un addio risoluto alla libertà, ad una relativa giovinezza, al passo leggero, a palpiti intensi e a piaceri segreti, di cui avevo goduto sotto le mentite spoglie di Edward Hyde. Feci questa scelta forse con qualche inconscia riserva, visto che né abbandonai la casa di Soho, né distrussi gli abiti di Edward Hyde, che rimasero sempre pronti nel mio studio. Tuttavia per due mesi restai fedele alla mia decisione; per due mesi condussi una vita rigorosa come mai in precedenza, e godetti delle ricompense di una coscienza soddisfatta. Ma il tempo alla lunga iniziò a cancellare la vivezza dei miei timori; l'approvazione della coscienza cominciò a svilupparsi in una cosa ovvia; cominciai a essere torturato da convulsioni e bramosie, come se Hyde si dibattesse per tornare libero; e alla fine, in un momento di debolezza morale, ancora una volta miscelai e ingerii la bevanda della trasformazione.
Non credo che, quando un ubriacone ragiona con se stesso circa il proprio vizio, si preoccupi neppure una volta su cinquecento dei rischi a cui va incontro per la sua bestiale insensibilità fisica; neppure io, per quanto a lungo avessi riflettuto sulla mia situazione, avevo tenuto nella dovuta considerazione la completa insensibilità morale e l'insensata disponibilità al male che erano le caratteristiche che guidavano Edward Hyde. Eppure proprio per via di queste che fui punito. Il mio demone era stato a lungo in gabbia: venne fuori ruggendo. Avvertii, già nel mentre bevevo il preparato, una più sfrenata, una più impetuosa propensione al male. Deve essere stata questa, suppongo, a scatenare nel mio animo quella tempesta di insofferenza con cui accolsi le cortesie della mia sventurata vittima; perlomeno affermo, davanti a Dio, che nessun uomo moralmente sano avrebbe potuto macchiarsi di quel crimine con un così debole pretesto, e che colpii senza maggior ragionevolezza di quella con la quale un bimbo annoiato può rompere un giocattolo. Io però, mi ero volontariamente privato di tutti quegli istinti equilibratori che permettono anche al peggiore di noi di procedere con un certo grado di saldezza tra le tentazioni; e nel mio caso, essere tentato, anche se minimamente, significava cadere.
Lo spirito infernale si risvegliò in me all'istante accanendosi. Con gioioso trasporto presi a mazzate quel corpo inerme, gustandomi ogni colpo; fintanto che non cominciò a subentrare la stanchezza, quando fui inaspettatamente colpito al cuore, al culmine esatto del delirio, da un gelido fremito di terrore. Una nebbia si disperse; capii che la mia vita era perduta; e fuggii dalla scena di quelle intemperanze, esultante e tremante nel contempo, la mia sete di male appagata ed eccitata, il mio amore per la vita innalzato sopra ogni cosa. Corsi alla casa di Soho, e (per essere doppiamente sicuro) distrussi le mie carte; dopodiché m'incamminai per le strade al lume dei lampioni, nella medesima scissa estasi mentale, gongolando per il delitto, progettandone sventatamente altri per l'avvenire, e tuttavia sempre affrettandomi, con l'orecchio ben teso a cogliere i passi del vendicatore. Hyde miscelò la bevanda canticchiando una canzone e, bevendola brindò al morto. Gli spasmi della trasformazione non avevano ancora cessato di dilaniarlo, che Henry Jekyll, versando lacrime di gratitudine e di rimorso, era caduto in ginocchio alzando a Dio le mani giunte. Il velo dell'indulgenza verso me stesso era lacerato da capo a piedi, e vidi interamente la mia esistenza: la ripercorsi dai giorni dell'infanzia, quando camminavo tenuto per mano da mio padre, e poi attraverso le privazioni a cui mi sottoponevo a causa del duro impegno professionale, sino ad arrivare ripetutamente, con lo stesso senso di irrealtà, ai maledetti orrori di quella sera. Avrei potuto gridare a pieni polmoni; cercai con lacrime e preghiere di smorzare il fluire di visioni e suoni orribili con i quali i ricordi mi prendevano d'assalto; eppure, fra una supplica e l'altra, il laido volto della mia iniquità mi fissava dal fondo dell'anima. Man mano che l'acutezza del rimorso svaniva, subentrò un senso di gioia. Il problema della mia condotta era risolto. Da quel momento sarebbe stato impossibile tornare ad essere Hyde; che lo volessi o meno, ero ora confinato nella parte migliore della mia esistenza; e oh, come mi rallegrai a questo pensiero! Con quale spontanea umiltà abbracciai nuovamente le restrizioni di una vita naturale! Con quale sincera rinuncia sprangai quella porta dalla quale ero passato e ripassato così spesso, per calpestarne la chiave sotto il tacco!
Il giorno appresso recò la notizia che l'assassinio aveva avuto testimoni, che la colpevolezza di Hyde era palese per tutti, e che la vittima era persona altamente stimata. Non era stato soltanto un crimine, era stata anche una tragica follia. Credo di essere stato contento nel saperlo; credo di essere stato contento che i miei migliori impulsi fossero sostenuti e protetti dal terrore del patibolo. Jekyll era adesso la mia città d'asilo; se solo Hyde fosse spuntato fuori anche per un solo istante, tutte le braccia si sarebbero alzate per afferrarlo e ucciderlo.
Decisi con la mia condotta futura di redimere il passato; e posso affermare con onestà che il mio proposito fruttò del bene. Voi stesso sapete con quanto fervore negli ultimi mesi dello scorso anno, io mi sia adoperato per alleviare delle pene; sapete che ho fatto molto per gli altri, e che i giorni siano trascorsi per me quieti, quasi felici. Né potrei sinceramente affermare che mi stancasse quella vita caritatevole e innocente; penso invece di averla apprezzata ogni giorno di più; ma ero ancora tormentato dalla mia duplicità di intenti, e la prima volta che la trepidazione data dal pentimento scemò, la mia parte inferiore, così a lungo assecondata, incatenata da così poco tempo, cominciò a ruggire per ottenere una licenza. Non che mi sognassi di resuscitare Hyde; il solo pensiero mi turbava alla follia: no, era con le mie stesse fattezze che ancora una volta ero tentato di giochicchiare con la mia coscienza; e fu da comune peccatore clandestino che cedetti alla fine agli assalti della tentazione.
Tutte le cose hanno un termine; anche la misura più capace alla fine si colma; e quella breve condiscendenza alla mia turpitudine distrusse alla fine l'equilibrio della mia anima. Eppure non ne fui allarmato; la caduta sembrava naturale, quasi un ritorno ai vecchi tempi prima che io avessi fatto la mia scoperta. Era una bella, limpida giornata di gennaio, i piedi percepivano l'umidità laddove la brina si era sciolta, ma senza nubi in cielo, e Regent Park era pieno di cinguettii invernali e addolcito da sentori primaverili. Sedevo al sole su una panchina; l'animale dentro di me si gustava ritagli di ricordi; la parte spirituale un po' sonnacchiosa si riprometteva un successivo pentimento, ma ancora non si decideva ad iniziare. Dopo tutto, pensai, ero anch'io come il mio prossimo; e poi sorrisi, confrontandomi con gli altri uomini, confrontando la mia attiva buona volontà alla pigra crudeltà della loro indifferenza. E nel preciso istante di quel pensiero vanaglorioso, fui preso dall'ansia, da un'orrenda nausea e un brivido di morte. Questo passò, lasciandomi stremato; e quando poi la debolezza a sua volta s'attenuò, cominciai ad avvertire un mutamento nel carattere delle mie intenzioni, un maggior ardire, uno sprezzo del pericolo, un sentirsi slegato dai vincoli del dovere. Abbassai lo sguardo; i miei abiti pendevano senza forma sulle membra rattrappite; la mano posata sul ginocchio era nodosa e villosa. Ero ancora una volta Edward Hyde. Un momento prima ero al sicuro nel rispetto di tutti, ricco, amato – una tavola apparecchiata mi attendeva a casa nella sala da pranzo; e ora ero una comune preda per tutti, braccato, senza tetto, un noto assassino, destinato alla forca.
La mia ragione vacillò, ma non mi abbandonò del tutto. Avevo osservato in più di una occasione che, con la mia seconda personalità, le mie facoltà sembravano più acute e lo spirito più scattante: capitò così che là dove Jekyll avrebbe potuto soccombere, Hyde riuscì ad essere all'altezza della situazione. I miei farmaci erano in uno degli armadietti dello studio: come potevo arrivarci? Questo il problema che (stringendomi le tempie fra le mani) mi accinsi a risolvere. La porta del laboratorio l'avevo chiusa. Se avessi cercato di entrarci passando dalla casa i miei stessi domestici mi avrebbero portato alla forca. Capii che dovevo farmi dare una mano e pensai a Lanyon. Come fare a raggiungerlo? Come persuaderlo? Supponendo di riuscire a sfuggire alla cattura in strada, come fare per farmi ricevere da lui? E come avrei potuto io, un visitatore sconosciuto e sgradito, convincere il medico famoso a forzare lo studio del suo collega, il dottor Jekyll? Allora mi ritornò in mente che restava in me pur sempre una parte della mia persona originaria: potevo scrivere con la mia propria grafia; e non appena ebbi generato quella scintilla ci fu l'innesco e la via da seguire mi si chiarì da cima a fondo.
Pertanto mi sistemai i vestiti come meglio potei, e fermata una carrozza di passaggio, mi feci condurre in un alberghetto in Portland Street, di cui per caso ricordavo il nome. Di fronte al mio aspetto (che a dire il vero era abbastanza comico, per quanto tragico fosse il destino che quegli indumenti coprivano) il cocchiere non riuscì a mascherare la sua ilarità. Digrignai i denti contro di lui in un turbine di diabolico furore, e il sorriso gli si smorzò sul viso – fortunatamente per lui – ma ancor di più per me, perché ancora un secondo, e l'avrei scaraventato giù da cassetta. Alla locanda, non appena vi misi piede, mi guardai attorno con un'aria così truce da far tremare il personale; non si scambiarono neppure uno sguardo in mia presenza, ma presero ossequiosamente i miei ordini, mi condussero in una saletta riservata e mi portarono l'occorrente per scrivere. Hyde in pericolo di vita era una creatura nuova per me: agitato da una collera irrefrenabile, sul punto di commettere un delitto, smanioso di infliggere della sofferenza. Eppure la creatura era astuta; dominò la sua furia con grande sforzo di volontà; scrisse due importanti lettere, una a Lanyon, l'altra a Poole e, per ottenere certezza materiale che fossero state imbucate, le inviò con l'indicazione di spedirle raccomandate.
Da quel momento in avanti, egli sedette tutto il giorno a rosicchiarsi le unghie davanti al fuoco in una saletta riservata; lì pranzò, sedendo solo, in compagnia delle sue paure, mentre il cameriere diventava visibilmente sgomento quando incrociava il suo sguardo; e da lì, quando si fece notte compiutamente, egli si mise ad andare in giro, nell'angolo di una carrozza chiusa, facendosi condurre su e giù per le vie della città. Dico "egli" – non riesco a dire "io". Quel figlio degli inferi non aveva nulla di umano; nient'altro che paura e odio dimoravano in lui. E quando infine, pensando che il cocchiere cominciasse a nutrire dei sospetti, smontò dalla vettura e si avventurò a piedi, abbigliato com'era con indumenti che non erano giusti per la sua taglia, si ritrovò in mezzo ai passanti notturni, ad essere additato e oggetto di commenti, quelle due vili passioni infuriarono dentro di lui come una tempesta. Camminava svelto, incalzato dalle sue paure, parlando fra sé e sé, appostato tra le strade meno frequentate, contando i minuti che ancora lo separavano dalla mezzanotte. Una donna gli rivolse la parola, per offrirgli, credo, una scatola di fiammiferi. Lui la colpì al volto e quella scappò via.
Quando a casa di Lanyon ritornai me stesso, l'orrore del mio vecchio amico, forse ebbe un qualche effetto su di me: non saprei dire; in ogni caso era poco più che una goccia nel mare, in confronto all'orrore con cui riandavo con il pensiero alle ore appena trascorse. Un cambiamento era intervenuto in me. Non era più la paura della forca a tormentarmi, bensì l'orrore di essere Hyde. Accolsi il biasimo di Lanyon come in sogno; e sempre come in sogno tornai a casa e mi misi a letto. Dormii dopo una giornata tanto spossante, di un sonno continuo e profondo che neppure gli incubi che mi attanagliavano servirono a interrompere. Mi svegliai al mattino scosso, indebolito ma rigenerato. Odiavo e temevo ancora il pensiero del bruto dormiente dentro me e ovviamente non avevo scordato gli agghiaccianti pericoli del giorno precedente; ma ero ancora una volta a casa, nel mio appartamento e con i miei farmaci a portata di mano, e la gratitudine per averla scampata splendeva così radiosa nella mia anima da rivaleggiare quasi con la luce della speranza.
Stavo attraversando senza fretta il cortile dopo colazione, assaporando con piacere il gelo nell'aria, quando fui nuovamente assalito dalle indescrivibili sensazioni che annunciavano il mutamento; ebbi appena il tempo di trovar rifugio nel mio studio, prima di ritrovarmi ancora rabbioso e glaciale con l'emotività di Hyde. Presi in quell'occasione una doppia dose per restituirmi a me stesso; e ahimè, sei ore dopo, mentre sedevo mestamente a guardare nel fuoco, ripresero gli spasmi e il farmaco dovette essere risomministrato. In breve, da quel giorno in avanti, sembrò che solo con grande sforzo, come in un esercizio ginnico, e solo sotto l'immediata stimolazione del farmaco, io fossi in grado di vestire le sembianze di Jekyll. A tutte le ore del giorno e della notte venivo colto dal brivido premonitore; sopratutto se dormivo, o anche sonnecchiavo appena un momento sulla sedia, ero sempre Hyde al risveglio. Sotto la tensione di questa minaccia costantemente incombente e per l'insonnia alla quale adesso io mi condannavo, ahimè ben oltre quello che avevo ritenuto essere nelle possibilità umane, divenni, nella mia propria persona, un essere divorato e svuotato dalla febbre, fiaccato, tanto nel corpo quanto nella mente, preso esclusivamente da unico pensiero: l'orrore dell'altro me stesso. Ma quando dormivo, o cessava il potere del farmaco, balzavo quasi senza transizione (gli spasimi della trasformazione si facevano di giorno in giorno sentire di meno) in preda a una fantasia traboccante d'immagini di terrore, in un'anima che ribolliva odi immotivati, e in un corpo che non sembrava abbastanza robusto per contenere le rabbiose energie della vita. I poteri di Hyde sembravano essere accresciuti con l'indebolirsi di Jekyll. E certamente l'odio che ora li separava era pari da entrambe le parti. Per Jekyll era una questione d'istinto vitale. Ormai aveva veduto la piena deformità di quella creatura che spartiva con lui alcuni eventi della coscienza e che con il quale era destinato a ereditare la morte; e al di là di tali vincoli in comune, che già di per sé costituivano la parte principale della sua sventura, egli pensava a Hyde, a dispetto di tutta la sua energia vitale, come a qualcosa non solo d'infernale ma altresì d'inorganico. Era questa la cosa sconcertante: che la melma dal fondo della fossa sembrasse proferire urla e voci; che dell'amorfa polvere gesticolasse e peccasse; che quello che era morto e non aveva alcuna forma usurpasse le funzioni della vita. E questo ancora: che quell'orrore in rivolta fosse congiunto a lui più intimamente di una moglie, più intimamente di un occhio; ingabbiato nella sua carne, da dove lo udiva borbottare e lo sentiva lottare per venire alla luce; e che a ogni attimo di debolezza, e all'approssimarsi del sonno, prevalesse su di lui e lo mettesse fuori gioco. L'odio di Hyde per Jekyll era di un ordine differente. Il terrore della forca lo portava continuamente a commettere un suicidio temporaneo, e a ritornare al suo stato subordinato di parte anziché di persona; ma egli detestava tale necessità, detestava la prostrazione nella quale Jekyll era adesso caduto, e si risentiva della repulsione con cui lui lo considerava. Di qui gli scherzetti da scimmia che mi giocava, scarabocchiare con la mia grafia delle bestemmie sulle pagine dei miei libri, bruciarmi le lettere o fare a pezzi il ritratto di mio padre; e in verità, non fosse stato per la paura che aveva della morte, già da tempo si sarebbe condotto alla rovina pur di trascinarmi con sé. Ma il suo amore per la vita è stupefacente; vado oltre: io, che mi sento male e raggelo se solo lo penso, quando richiamo alla mente l'abiezione e la passione di quel suo attaccamento, e sapendo quanta paura abbia per la mia facoltà di sopprimerlo con il suicidio, trovo in fondo al cuore della pena per lui.
È inutile, protrarre questa descrizione e me ne manca assolutamente il tempo; nessuno ha mai patito tali tormenti; e questo è quanto basta; e tuttavia anche a essi la consuetudine arrecava – no, non un alleggerimento – ma un certo incallimento nell'anima, una certa acquiescenza alla disperazione; e il mio castigo avrebbe potuto proseguire per anni, se non fosse per quest'ultima calamità che mi è appena caduta addosso, che mi ha definitivamente separato da quello che è il mio vero volto e la mia vera natura. La provvista di sali, che non fu mai più rinnovata dalla data del primo esperimento, cominciò a esaurirsi. Mandai qualcuno a procurarmi una nuova fornitura, e mescolai il composto; ne seguì l'ebollizione e il primo mutamento di colore, non il secondo; la bevvi, e fu priva di effetto. Poole vi metterà al corrente di come abbia fatto passare Londra al setaccio: tutto invano; e ora mi sono convinto che la prima fornitura fosse impura, e che fosse quella ignota impurità a conferire efficacia alla pozione.
Quasi una settimana è trascorsa, e io sto ora ultimando questo resoconto sotto l'effetto dell'ultima di quelle vecchie polveri. Questa, perciò, è l'ultima volta, a meno di un miracolo, che Henry Jekyll può pensare i suoi pensieri o guardare il proprio volto (quanto tristemente alterato, ormai!) nello specchio. Né debbo indugiare troppo a lungo a portare a termine il mio scritto; in quanto che, se il mio racconto è fino a questo momento scampato alla distruzione, è dovuto alla combinazione di una grande cautela con una grande fortuna. Se gli spasmi del cambiamento mi cogliessero nel momento in cui sto scrivendo, Hyde lo ridurrebbe a pezzi; se invece sarà trascorso un certo lasso di tempo da quando l'avrò messo da parte, il suo straordinario egocentrismo e il suo orientamento a occuparsi esclusivamente del presente, lo salveranno probabilmente ancora una volta dal subire i suoi dispetti da scimmia. E in verità il destino che ci accomuna lo ha già mutato e schiacciato. Tra mezz'ora, quando avrò di nuovo e definitivamente ripreso quell'odiata personalità, so già che mi troverò in preda ai brividi e in lacrime nella mia poltrona o continuerò, rapito in un ascolto teso e impaurito come mai, a camminare avanti e indietro lungo questa stanza (il mio ultimo rifugio sulla terra) prestando orecchio a ogni rumore minaccioso. Morirà sulla forca Hyde? O troverà il coraggio di liberare se stesso all'ultimo momento? Lo sa solo Iddio; a me non importa; questa è la vera ora della mia morte e quello che ne seguirà riguarda un altro da me. A questo punto, dunque, nel posare la penna e sigillando la mia confessione, metto fine all'esistenza dell'infelice Henry Jekyll.
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FINE



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